Francesca e quel trampolino per Tokyo

17 Ottobre 2018
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Testo di Gianluca Ferraris
Foto di Ugo Zamborlini

Ascolta il podcast:

Quando il bagnino fischia i ragazzi, inizialmente sparpagliati lungo tutta la vasca, si dispongono con disciplina sul lato corto puntando naso e occhi all’insù. Un nastro biancorosso, simile a quelli che nei film gialli delimitano la scena del crimine, taglia in due la piscina sagomando l’area a rischio, quella dove per le successive due ore Francesca Dallapé non fa altro che rimbalzare e lanciarsi dal trampolino flessibile di tre metri: una settantina di tuffi, più o meno. Terminata la sessione, il nastro scompare e i bambini hanno di nuovo a disposizione l’intera area per giocare. Sembra un po’ la sigla iniziale di Trider G7, quando il parco giochi si apre come una porta scorrevole per permettere al robot di combattere. Qualcosa di cibernetico e di combattente c’è, in effetti, anche in Francesca. Nel suo fisico minuto ma scolpito come acciaio («dovevate vedermi qualche mese fa, perdere gli ultimi chili post parto è stato un dramma visto che in gravidanza non lesinavo su pizza e gelao…»), in quei movimenti ripetuti all’infinito, nello sguardo quasi inespressivo che però si scioglie appena inizia a parlare.

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«Sono fatta così» spiega. «Prima di ogni tuffo cerco sempre di concentrarmi al massimo, a costo di apparire glaciale. Ci sono due categorie di atlete: quelle che fino a un secondo prima della gara ascoltano musica in cuffia per rilassarsi e quelle che mimano all’infinito il gesto che andranno a eseguire. Io appartengo al secondo gruppo, solo che non muovo neppure le mani: è tutto dentro la mia testa. Insomma, magari a prima vista sembro meno pazza di altre tuffatrici ma non è così» continua ridendo.

Il metodo comunque pare funzionare, a vedere il curriculum di Francesca. Dopo 8 ori consecutivi agli Europei, uno ai Mondiali e una medaglia d’argento alle Olimpiadi di Rio 2016, tutti nel sincronizzato e tutti in coppia con la compagna storica di Tania Cagnotto, manca davvero poco da aggiungere al suo palmarès. Inutile girarci intorno: Tania ha annunciato il suo ritiro dalle gare all’inizio del 2018, ma poi ha lasciato trapelare che potrebbe ripensarci; Francesca, dopo essere diventata mamma di Ludovica nel 2017, ha ripreso da poco ad allenarsi e fa sapere che se Tania tornerà a salire sul trampolino, lei non potrà che essere al suo fianco per inseguire lo zenith di ogni carriera sportiva: l’oro olimpico ai giochi di Tokyo 2020. Va da sé che gli sponsor e la Federnuoto, che a volte danno l’impressione di essere la stessa cosa, hanno spinto per quest’ultima ipotesi. E anche i centri sportivi militari delle due atlete – Finanza per Cagnotto, esercito per Dallapé – rimanderebbero volentieri di un paio d’anni il loro ingresso nei corpi istruttori in cambio di altra popolarità.

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Francesca e Tania sono nate a un tiro di schioppo l’una dall’altra e a otto mesi di distanza, e lo stesso hanno fatto le loro figlie. Non solo: «Quando una delle due si è sposata l’altra le ha fatto da testimone» rivela Dallapé. «Non è raro che qualcuno ci scambi per sorelle»

L’ultima dichiarazione di Tania («Tokyio sarebbe una sfida stuzzicante») lascia credere che la strada sia spianata. Ma la decisione ufficiale, dopo qualche allenamento, dovrà arrivare da entrambe le ragazze acqua e sapone del trampolino. Dovremmo dire acqua e cloro, tanto è forte il richiamo del recinto di vapore e spruzzi delle vasche dentro le quali entrambe hanno trascorso, letteralmente, migliaia di ore. Destino suggestivo, quello di Tania e Alessia. Simbiotico come si addice a chi ha fatto della sincronia una ragione di vita. Sono nate a un tiro di schioppo l’una dall’altra (Bolzano e Trento, rispettivamente) e a otto mesi di distanza, e lo stesso hanno fatto le loro figlie. Non solo: «Quando una delle due si è sposata l’altra le ha fatto da testimone, e siamo testimonial dello stesso brand di make up» rivela Dallapé. «Non è raro che qualcuno ci scambi per sorelle».

Non sappiamo se sia vero, ma di certo durante l’intervista non sono pochi i grandi e piccini che si avvicinano a chiedere autografi e selfie, molti dei quali però scambiandola per l’amica del cuore. Lei ci ride su: «Non importa» dice «Abbiamo comunque lasciato il segno». A dirlo sono anche i numeri: quelli delle praticanti, in crescita da anni sulla scia dei loro trionfi, e quelli messi in mostra da Chiara Pellacani, a soli 16 anni già erede designata, che ha dedicato proprio alla coppia Cagnotto-Dallapé l’oro nei tre metri sincro conquistato agli europei di Glasgow in tandem con Elena Bertocchi, che di anni ne ha 24. Ricambio generazionale assicurato, insomma.

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Stretching, ripetute, salti sul trampolino flessibile e sulla piattaforma, poi dopo pranzo un po’ di palestra. L’allenamento prosegue mentre Francesca continua a guardare l’orologio. «La mia vita è cambiata da quando sono mamma» confessa «anche se so di essere una privilegiata. L’esercito mi consente di adattare il calendario alle mie esigenze, mia madre abita poco distante e per qualche mese abbiamo potuto permetterci una ragazza alla pari. Per molte atlete, che sono professioniste in tutto tranne che nei diritti, purtroppo non è così facile. Ed è una questione che andrebbe risolta una volta per tutte».

Sorride ancora, un sorriso radioso, mentre le domandiamo se quando sarà il momento consiglierà questo sport alla piccola Ludovica: «Deciderà da sola» risponde «ma di certo questo sport lo consiglierei a qualsiasi bambina. Ti trasmette l’amore per l’acqua e per la vita all’aria aperta, ti spinge a occuparti del tuo corpo e della tua forma fisica senza sconfinare nell’ossessione, e soprattutto ti insegna a rialzarti dopo le cadute. C’è sempre un altro tuffo». Speriamo che ce ne sia uno, d’oro, anche in Giappone nel 2020, allora.

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