Il fischietto rosa del rugby

7 Novembre 2018
Maria Beatrice Benvenuti
Maria Beatrice Benvenuti è l’unica arbitra della palla ovale in Italia. «Ma chiamatemi arbitro» precisa. E aggiunge: «Sì, in campo possono capitare placcaggi e battutacce. Ma non mollo»

Testo di Gaia Manzini

Foto di Daniele Cruciani

Il sorriso smagliante, la faccia acqua e sapone. Mi mostra le unghie: sono a stelle e strisce. «Parto per i mondiali di rugby. Vado a San Francisco!» dice entusiasta. Maria Beatrice Benvenuti, 25 anni, è il più giovane arbitro donna – e unica italiana – a livello internazionale e quando la incontro sta per partire per la Coppa del mondo a sette giocatori. Nella World Rugby di arbitri donne ce ne sono poche: «Con cinque di loro siamo unitissime, per me è come una seconda famiglia». Maria Beatrice è la più giovane, però è anche quella con la maggiore anzianità di servizio. «Ho iniziato a 16 anni, per scherzo. Un’estate ho incontrato un arbitro a fine carriera: l’unico che avesse dato un cartellino giallo a mio fratello, che allora giocava a rugby. Gli ho chiesto subito se avrei potuto diventare arbitro, tanto per poter dare anch’io un’ammonizione a mio fratello!». Ride. Da lì, da una battuta, è incominciata una bellissima carriera. A settembre di quello stesso anno partiva a Roma un corso di arbitraggio, e Maria Beatrice non ha perso tempo.

Non ho mai rinunciato alla mia femminilità. In campo scendo sempre con orecchini e smalto, e i miei primi scarpini erano fucsia.

«All’inizio essere donna mi ha dato delle difficoltà. Ero giovanissima e arbitravo a livello nazionale partite maschili». Bisognava trovare il modo di farsi rispettare. È capitato che qualche giocatore facesse delle battute sarcastiche, ma è in quei momenti che bisogna continuare a dimostrare la propria professionalità. C’è stato solo un episodio che l’ha davvero ferita: nel 2016 un giocatore l’ha deliberatamente placcata. Le è arrivato addosso come un tir in corsa, mandandola all’ospedale. «Forse l’ha fatto perché sono donna… ma io non ho mollato». Poi aggiunge orgogliosa: «Non ho mai rinunciato alla mia femminilità. In campo scendo sempre con orecchini e smalto… I miei primi scarpini erano fucsia!». Eppure vuole essere chiamata arbitro, non arbitra. «In campo non ci devono essere distinzioni, il ruolo è sempre lo stesso». Divertita, ricorda una partita degli esordi. Si giocava ad Anzio su un campo pieno di fango. Dopo l’azione di un giocatore, Maria Beatrice cade e il fischietto finisce nella terra. Subito dopo, all’ultimo minuto della partita, c’è una meta: ma lei non può più fischiare. Allora interviene in suo aiuto uno dei due capitani. «Arbitro, se non si offende io sono pecoraro!». Si porta due dita alla bocca e fischia al posto suo.

Noi giovani, soprattutto noi donne, tendiamo a sognare poco.

Da quelle prime partite Maria Beatrice è arrivata fino alle Olimpiadi del 2016 a Rio de Janeiro. Sull’aereo, però, non ha mai smesso di studiare: «Dovevo scrivere la mia tesi in scienze motorie». È poi seguito un master internazionale in medicina sportiva sulle interazioni tra gravidanza e attività fisica: «un tema che non ha mai affrontato nessuno». A Maria Beatrice arbitrare piace tantissimo, ma non sa ancora se quello sarà il suo futuro. «Secondo me, bisogna diversificare. Fare tante cose e trovare strade mai battute: ti ingegni e crei qualcosa d’importante, è una chiave vincente. Noi giovani, soprattutto noi donne, tendiamo a sognare poco». E invece Maria Beatrice sa che non bisogna smettere mai di sognare. Che c’è sempre una partita da giocare, o da arbitrare.

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