ATLETE

Anna Mei, la ciclista dei record per i bambini farfalla

23 novembre 2018
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Testo di Elisa Murgese
Foto di Chiara Asoli

Per Anna non esiste la fatica. Passa un’ora, ne passano due, tre, dieci, quindici. Passa un giorno intero, mentre Anna pedala, ventiquattro lunghe ore, il sellino brucia, e Anna non è ancora scesa dalla bici, se non per il tempo necessario a mangiare un boccone e andare in bagno.

La lancetta non si ferma, e con lei le gambe dell’atleta che non è disposta a perdere: ventisette ore, e la mountain bike sfreccia in pista; trenta ore, trentacinque. Finalmente ecco la soglia: trentacinque ore, undici minuti e sei secondi. E per l’atleta è record mondiale, nel 2015. Anzi, quattro record mondiali in uno: permanenza su pista, 100 miglia e 200 miglia su pista, 12 ore e 24 ore.

“Pedalando in strada ci si riesce a distrarre. Ma pensa cosa significa percorrere mille chilometri su pista, facendo sempre lo stesso percorso. Tanto che quando pedalo entro in una sorta di trance: a volte canto, altre volte prego. Ogni volta, è un’esperienza quasi mistica”. Campionessa del mondo per le 12 ore di categoria, nel 2017, e campionessa europea delle 24 ore su strada, questi gli ultimi record raggiunti. Eppure Anna Mei non si ferma. Perché questa 51enne di Milano, che nella vita fa la maestra in una scuola elementare, ha come obiettivo quello di battere i suoi stessi record. Ancora lontano, quindi, il momento di appendere la bici al chiodo. E sul motivo, l’atleta non ha mai avuto dubbi: “Se avrò la forza di superare i miei record ancora una volta, sarà solo grazie ai bambini farfalla”.

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«Quando pedalo entro in una sorta di trance: a volte canto, altre volte prego. Ogni volta, è un’esperienza quasi mistica»

A guardarle bene, infatti, le magliette con cui Anna gareggia sono colorate da semplici profili di farfalle. “Nel 2009 – racconta l’ultracycler – ho partecipato a una pedalata di beneficenza per i bambini farfalla, piccoli affetti dalla epidermolisi bollosa, una malattia genetica rara che provoca bolle simili a ustioni su tutto il corpo. Sono rimasta scioccata dalla loro sofferenza e dalla dedizione delle loro madri. Ho pensato che fosse giusto farli conoscere e aiutare la ricerca”. Li chiamano “bambini farfalla”, perché la loro pelle è estremamente fragile, come le ali di una farfalla. Bambini senza alcun problema cognitivo ma con “un involucro” che rende difficile perfino toccarli.

Ed è proprio per aiutare i bimbi farfalla che da dieci anni la numero uno di mountain bike cerca di superare le sue migliori prestazioni, ognuna delle quali è stata dedicata (anche economicamente) alla ricerca sull’epidermolisi bollosa. “A volte sono in bicicletta, magari da 12 ore, e i muscoli non rispondono più”. È in quei momenti che la campionessa mondiale pensa ai bambini farfalla. “Sono loro a darmi la forza di continuare a pedalare nonostante i miei dolori, perché so che loro vivono tra atroci sofferenze per tutta la loro vita”. Infatti, per quanto l’ultracycling possa essere considerata una disciplina estrema e carica di sensazioni difficili da gestire, “i bimbi farfalla mi hanno fatto capire quanto sia banale un sottosella che brucia o un crampo che impedisce nei movimenti, se paragonato a ciò che loro vivono ogni giorno”.

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«I bimbi farfalla mi hanno fatto capire quanto sia banale un sottosella che brucia o un crampo che impedisce nei movimenti, se paragonato a ciò che loro vivono ogni giorno»

Nata in una famiglia di sportivi milanesi, con papà Aldo allenatore di tennis e nonno Vincenzo primo maestro di tennis in Italia nonché capitano della squadra italiana di coppa Davis negli anni Trenta, sarà stato il sangue agonistico che scorre nelle sue vede a darle il coraggio di affrontare sfide continue, in pista e fuori pista. Come quando, nel 2012, Anna Mei si è fratturata parte della colonna vertebrale durante un allenamento a causa di un brutto incidente. “Il neurochirurgo mi aveva detto che ero a rischio di morire o di restare sulla sedia a rotelle. E invece, due mesi dopo eccomi di nuovo in sella”.

Trasferitasi a Ravenna per amore, Anna Mei sente l’età che passa ma non lo vive come un problema per la sua attività atletica. “Tra poco arriverà la menopausa, avverto che qualcosa sta cambiando. Eppure so che anche in questa parte della nostra vita noi donne possiamo essere in grado di fare cose straordinarie”. Come fuori dal normale è il prossimo record che l’ultracycler vuole tentare di conquistare: l’Everesting, ovvero prendere una salita, qualunque salita, e ripeterla tante volte quante bastano a fare un dislivello pari all’altezza del Monte Everest, ovvero 8.848 metri. Ecco il programma per l’anno che la porterà a compiere i suoi 52 anni.

«So che non pedalerò per sempre ma sono certa rimarrò un’atleta per tutta la mia vita»

“Non sono io a fare imprese eccezionali, sono i bimbi farfalla a farle. Loro e le loro mamme che si prendono cura di loro”, continua Anna, per cui ogni impresa sportiva è diventato un modo per finanziare gli studi per questa malattia rara. “So che non pedalerò per sempre ma sono certa rimarrò un’atleta per tutta la mia vita. Se posso, consiglierei alle giovani sportive di non pensate di dovere vincere sempre, o di dovere dimostrare per forza qualcosa. Dovete solo divertirvi facendo il vostro sport”. Suggerisce ai giovani di divertirsi, lei che ha fatto di ogni corsa una battaglia di altruismo. Si ferma un attimo, come colta di sorpresa dal suo stesso pensiero. “Se dai un’occhiata ai social network sembrano tutti eroi o campioni: ma i veri eroi non hanno tempo di postare su Facebook”.

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