ATLETE

Noi, che sfrecciamo sull’acqua

12 dicembre 2018
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Testo di Ester Viola
Foto di Ugo Zamborlini
Video di Giacomo Traldi

Ci sono buone possibilità che il canottaggio sia, tra gli sport, il più antico del mondo. Perché l’idea degli umani di forare il legno e tenere buone le onde con i remi arriva da lontano. Dalla necessità di passare oltre l’acqua.

Attraversare distanze da soli o in gruppo, prima di essere una disciplina olimpica, era una necessità. Un’idea venuta a ogni angolo del pianeta: esquimesi, lapponi, indios. Oriente e Africa. Gli egizi sul Nilo. Era un modo paziente di affrontare il mare. Solo oggi se pronunci quella parola pensi a una gara che si decide ai centesimi di secondo. E a persone come Clara, Sara e Alessandra.

Un lunedì mattina freddissimo, sul lago di Varese, ci sono 3 ragazze apparentemente normali. Se non fosse per il colore della tuta che hanno addosso e la scritta che dice “Italia”. Sara e Alessandra, imbarcazione di 6,50 metri di lunghezza e 20 chili di peso minimo. E poi Clara, che sull’acqua balla da sola: barca singola da 5,20 metri di lunghezza e 16 chili di peso minimo. Una lunga cannuccia di fibra di carbonio che deve tagliare l’acqua e andare più veloce delle altre. Sinossi minima moltiplicata per tutte e 3: remi, lago, silenzio, Olimpiadi. Caldo piatto d’estate e troppo freddo d’inverno, 13 allenamenti alla settimana. È uno di quegli sport che non risparmiano niente agli atleti, il canottaggio: forze, pensieri, equilibrio. Niente di gradevolmente meccanico, neanche per un minuto. Serve uno stile. Senso del tempo, intuito, spalle, ginocchia. Vincere o perdere non è tanto questione di intuizioni, ma di metodo. C’entrano l’inclinazione dei polsi sui remi, l’ordine che le ragazze riescono a farsi nella testa e i millesimi di secondo. Si vince per una somma di esecuzioni perfette.

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È uno di quegli sport che non risparmiano niente agli atleti, il canottaggio: forze, pensieri, equilibrio. Niente di gradevolmente meccanico, neanche per un minuto. Serve uno stile. Senso del tempo, intuito, spalle, ginocchia.

Clara Guerra ha 20 anni. Viso di un’altra epoca, sembra scorniciata da un quadro fiammingo. Le chiedo di dirmi cosa vorrebbe che io mettessi nella sua biografia, se dovesse averne una e fossi io a scriverla. Mi serve, le dico, qualcosa che ti definisca. Ci pensa e mi risponde velocemente: «Da piccola…». Fa una pausa. «Anche da piccola mi piaceva stare sola». Sola. Sa che più di una nota del carattere è una caratteristica decisiva del curriculum da canottiera, nel suo caso. E il suo caso è l’imbarcazione singola. Clara ha iniziato con questa disciplina a 10 anni. «Mi accompagnava mio padre ad allenarmi». Le chiedo com’è cominciata. «Come un sogno. Dopo il primo Mondiale ho smesso col sogno e ho capito che potevo guardare più in alto». 

La 30enne Sara Bertolasi, invece, è partita con un vantaggio: le idee chiare. A 15 anni decide che andrà alle Olimpiadi: non sa con che sport, ma quello è un dettaglio. Dopo aver provato con il ciclismo («Per il nonno: guardava il Giro d’Italia in tv, ma pedalare non era per me»), ha scelto l’acqua e centrato l’obiettivo. Eliminata ai ripescaggi a Londra 2012, semifinalista a Rio 2016. In coppia con Alessandra Patelli che di anni ne ha 27 e del canottaggio si è innamorata in vacanza, a 18, per imitazione. Una sua amica praticava questo sport, e lei si è detta: perché no? Alessandra si è laureata in Medicina e quando le chiedo come abbia fatto a reggere il peso simultaneo dell’esame di Anatomia e degli allenamenti, sorride come se fosse la domanda più banale del mondo. Insisto a trattarla come un’impresa eccezionale, ma lei rimanda al mittente la mia ammirazione e risponde con qualcosa che somiglia più all’intelligenza geniale che all’umiltà, perché mi dice: «Si tratta di determinazione, nient’altro». A sentirla si potrebbe pensare che è tutto facile e la forza di volontà cresca sugli alberi. Nihil difficile volenti. Niente è difficile, per chi lo vuole.

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Le barche spesso hanno un nome, mi raccontano. Quella di Sara, il singolo per gli allenamenti, si chiama Robin. «Viene dalla canzone di Cesare Cremonini. Nessuno vuole essere Robin, perché a nessuno in teoria piace il secondo posto. Ecco, l’ho chiamata così a scanso di responsabilità». Un distillato filosofico dell’impresa sportiva: Sara riesce a ridere anche sulla paura di perdere. Chiedo a Clara il nome della sua barca (quella da cui non si separa, una volta l’ha anche fatta impacchettare e spedire in America). Si chiama Ariel. Forse come la Sirenetta, la principessa Disney, azzardo. Provo a chiederglielo. «In realtà l’ho chiamata così perché in qualche lingua che non ricordo vuol dire potenza». Potenza. La risposta che dice quanto poco c’entrino i sogni con i risultati, e quanto invece sia questione di forze. Insomma di quanta fatica sei disposta a metterci, in quei sogni.

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Chiedo a Clara il nome della sua barca. Si chiama Ariel. Forse come la Sirenetta, la principessa Disney, azzardo. Provo a chiederglielo. «In realtà l’ho chiamata così perché in qualche lingua che non ricordo vuol dire potenza»

Una vittoria non è così piacevole quant’è dolorosa una sconfitta. E ciò che provi dopo aver vinto non dura altrettanto a lungo. Lo scrive André Agassi in Open, la sua autobiografia. Il curriculum di Clara, Sara e Alessandra è ricco di vittorie nonostante la giovane età, quindi mi viene naturale domandare loro: se perdere è qualcosa di più forte di una vittoria, perché non si smette? La risposta è la stessa per tutte e 3: «Perché è quello che so fare. È la mia vita». Ho un’ultima curiosità. La testa si riempie o si svuota, lì, nell’acqua, durante la gara? In 2 mi rispondono: «Si riempie di pensieri». C’è una voce che ti dice: basta, troppa fatica, lascia perdere. E l’altra voce, più forte, che insiste: No, non puoi. Andiamo. A loro serve per vincere, per arrivare in fondo, ma a me pare prima di tutto un modo di vivere. E la lezione delle canottiere vale per tutte: no, non possiamo fermarci, andiamo.

Raccogliere gli istanti più belli e memorabili in allenamento, sui campi di gara, dopo la medaglia più importante, durante il tempo libero, è la mission di INSTAX, dal 2016 compagna di imprese delle atlete della Nazionale italiana di canottaggio. Con l’operazione #instax4talent, il brand di fotografia istantanea di Fujifilm assegna ogni anno una borsa di studio, che vuole valorizzare l’impegno e i risultati delle giovani atlete, portabandiera “in rosa” di un ruolo femminile in completa evoluzione. Instax sostiene e documenta il loro percorso di crescita, dedizione e passione, con entusiasmo ed energia.

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