Khadijia, la ragazza prodigio della vogata

15 Febbraio 2019
CUS-TORINO-HUZ_7898_alta

Testo di Laura Cappon
Foto di Ugo Zamborlini

Di lei dicono che quando un’avversaria la affianca in gara, si gira per guardarla in faccia. Poi cambia ritmo, la stacca e vince.

Khadija Alajdi El Idrissi ha 18 anni appena compiuti e vive a Torino, dove frequenta l’ultimo anno del liceo scientifico. Ha un fisico che sembra fatto per il canottaggio: figura slanciata, spalle larghe e muscoli definiti. La sua vogata lunga e fluida le ha già regalato numerosi titoli italiani e internazionali.

«Quando vinci hai la sensazione che tutti gli sforzi siano stati ripagati e ti senti la più forte» racconta. Ma le vittorie hanno un costo. Anche per un’adolescente che sprigiona spensieratezza. Ore e ore di allenamento nel gelo di un inverno torinese che si amplifica nelle acque del fiume Po dove ogni giorno Khadija e le sue compagne, alle 3 in punto del pomeriggio, immergono le canoe e iniziano a vogare. Freddo, sudore e la fatica raccontata dai calli sulle mani.

«Se devo pensare al futuro, non vedo il canottaggio come professione». Queste parole di Khadija sono lapidarie, ma stridono con il suo palmares già ricchissimo: nel 2015 è stata l’azzurra più giovane alla Coupe de Jeunesse. L’anno dopo ha conquistato un terzo e quinto posto ai Mondiali e lo scorso autunno il quinto posto alle Olimpiadi giovanili in Argentina nel “due senza”, in coppia con la coetanea Vittoria Tonoli. Nel mezzo, 2 titoli italiani assoluti. Già prima della maggiore età, festeggiata lo scorso 6 novembre, era nel giro della Nazionale azzurra.

«Un’emozione grandissima» dice esibendo un delizioso accento torinese. Ma nessuna medaglia, almeno per ora, è in grado di dare a questa ragazza prodigio la certezza che un giorno potrà fare della sua canoa un lavoro vero e proprio. «Alla nostra età, siamo tutte tra i 18 e i 20 anni, ancora non ci pesa non avere uno stipendio, perché viviamo con i genitori» spiega. «Poi puoi sempre entrare in un corpo militare, ma nel mondo del canottaggio l’interesse si concentra prevalentemente sugli uomini. Le donne non vengono quasi ricordate nella storia della nostra disciplina. Sarebbe positivo se lo sport potesse diventare la mia professione, però se la visione generale non cambia è difficile che accada».

CUS-TORINO-HUZ_7953_alta
Le vittorie hanno un costo. Ore e ore di allenamento nel gelo di un inverno torinese che si amplifica nelle acque del fiume Po dove ogni giorno Khadija e le sue compagne immergono le canoe e iniziano a vogare.

L’allenamento è appena finito e Khadija è seduta sui cuscini blu della piccola palestra del CUS Torino. Scarica la tensione chiacchierando con le compagne, assieme alle quali cerca di fare squadra anche nella vita di tutti i giorni. A maggior ragione adesso che la stampa ha puntato l’attenzione su di lei all’improvviso, più per le sue origini che per i suoi risultati.

Padre marocchino ed ex calciatore, madre torinese, Khadija è cresciuta in un contesto tradizionalista e riservato. Gli insulti che sono arrivati dal web per la religione in cui crede, l’Islam, hanno provocato una ferita a tutta la squadra. Perché per la generazione di Khadija e delle sue coetanee, la multietnicità non è un’eccezione e la presenza di Khadija non è un simbolo di integrazione: è la normalità.

«Nessuno dovrebbe essere giudicato per le proprie radici: io sono questa e non devo giustificarmi di nulla che abbia a che fare con la mia famiglia» spiega, mostrando di essere ancora scossa per aver suscitato reazioni così scomposte. Lei, nata e cresciuta in Italia, ha iniziato a vogare alle scuole medie. Il CUS Torino l’ha scoperta grazie ai Giochi sportivi studenteschi nel quartiere di San Salvario, una delle aree più multietniche del capoluogo piemontese. Non è un caso se con lei al CUS, dalla stessa scuola media, sono arrivate altre 2 atlete: Haonian Jang, di origini cinesi, e Morena Perino, per metà di origini cubane. «Ma noi vogliamo solo essere raccontate per i nostri meriti sportivi» ribadiscono.

CUS-TORINO-HUZ_7978_alta
CUS-TORINO-HUZ_7963_alta
Haonian Jang e Morena Perino

La conversazione si distende su temi più consoni a un’atleta come lei. «Se faccio sacrifici alimentari? No, mangio di tutto» risponde sorridendo. Esclusa per motivi di credo la carne di maiale, sul resto si adegua alle abitudini delle compagne: gli allenamenti giornalieri e il metabolismo adolescenziale sono più che sufficienti per plasmare i muscoli delle ragazze. Alcune di loro, però, non condividono la visione di Khadija sul professionismo.

«Ci sono esempi che ci dimostrano che laurearsi e continuare a fare sport ad alto livello è possibile» dice Laura Marchetti, classe 1998 e campionessa italiana. Ad ascoltare la conversazione c’è anche Greta Masserano. Ha 24 anni e dopo diversi successi internazionali ha per il momento sospeso l’attività agonistica. «Ho vinto una borsa universitaria e sono andata a Pisa, ma mi sono resa conto che a un certo punto della tua vita devi fare delle scelte» racconta. Scelte che possono anche rivelarsi dolorose perché in qualche modo imposte a chi è consapevole di non poter trasformare la propria passione in un mestiere, che vada oltre il dilettantismo o il volontariato. Per ora Khadija sembra irremovibile. «Quest’anno tenterò il test d’ingresso al corso di laurea in Fisioterapia» ammette «e nel mio futuro vedo un lavoro diverso dalla canoa». Sempre che qualche nuova medaglia non le faccia cambiare idea.

«Alla nostra età, siamo tutte tra i 18 e i 20 anni, ancora non ci pesa non avere uno stipendio, perché viviamo con i genitori. Nel mondo del canottaggio l’interesse si concentra prevalentemente sugli uomini. Le donne non vengono quasi ricordate nella storia della nostra disciplina. Sarebbe positivo se lo sport potesse diventare la mia professione, però se la visione generale non cambia è difficile che accada»
CUS-TORINO-HUZ_7938_alta
© Donna Moderna 2019
CAPITOLO 32 CAPITOLO 34