Maria Cristina, che fa “volare” il rugby femminile

8 Maggio 2019
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Testo di Flavio Pagano
Foto di Sebastiano Pessina

Un campionato femminile sempre più seguito. Un “boom” delle giocatrici, passate in 15 anni da 600 a 8.000, con un enorme successo soprattutto fra le giovanissime.

Una Nazionale in grande spolvero: nona ai Mondiali del 2017, seconda al Sei Nazioni dello scorso febbraio (con 3 Azzurre inserite nella formazione ideale del torneo), sesta assoluta nel ranking mondiale. Tutti traguardi mai raggiunti dai colleghi uomini. Dopo secoli in cui la cultura dominante le voleva divise e rivali, le donne si rivelano interpreti perfette dello sport di squadra per eccellenza: il rugby.

Dietro le quinte c’è uno straordinario talento femminile: quello di Maria Cristina Tonna, ex atleta e oggi coordinatrice dell’attività femminile della Fir, la Federazione italiana rugby. Se fra le italiane e la palla ovale è scoppiato l’amo- re, se migliaia di bambine hanno scoperto l’ebbrezza di spingere tutte insieme per andare in meta, di correre e passarsi la palla come fosse un’idea che vola di mano in mano, di placcare e sostenersi a vicenda, nel fango o sotto il sole, molto lo si deve a lei. Una che sa bene che il mondo non cambia, se non lo facciamo cambiare noi. E che lo sport, in questa rivoluzione, gioca un ruolo sempre più importante. Eppure, se le si chiede quale sia il segreto di tanto successo, si schermisce: «Solo il frutto di tanto lavoro. In campo e fuori. Riuscire a creare una struttura federale specifica per il settore femminile, che esiste dal 1991, è stato decisivo, perché ne è scaturita una sensibilità nuova. Poi, grazie alla professionalità di tutti e a una programmazione lungimirante, sono cominciati ad arrivare i successi. Bisogna avere una visione, ma anche il coraggio di crederci: è questo che fa la differenza».

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Sembra ieri vederla ancora in campo: la sua chioma riccioluta, gli statuari 175 centimetri, la grinta e la falcata maestosa, mentre con il numero 8 sulle spalle guida le compagne a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Era l’alba del rugby femminile italiano: una Nazionale tecnicamente dotata, ma con mezzi e seguito scarsissimi. Cosa significa, più di 20 anni dopo, giocare a rugby per una ragazza? «Io cominciai a 13 anni, e fu un colpo di fulmine. Allora il rugby era un modo per affrancarsi da un modello femminile legato all’apparenza e non alle capacità. Purtroppo, spesso è ancora così. Le ragazze non sono da tutti incoraggiate alla pratica sportiva, lo stereotipo delle “cose da femmina” resiste. Per un’adolescente trovare un equilibrio tra la propria immagine estetica e la propria identità è importantissimo, ma non sempre siamo in grado di spiegare che lo sport, ogni sport, aiuta. Noi non imitiamo gli uomini: il nostro gioco punta su rapidità e capacità di manovra, più che sulla potenza in sé. Inoltre il rugby insegna una cosa fondamentale per le donne: lo spirito di gruppo non sminuisce, ma esalta l’individualità. Chi impara ad affrontare gli avversari impara ad affrontare la vita. Tutto questo contribuisce alla costruzione di una leadership al femminile basa- ta sul merito, che nel tempo avrà un impatto sociale sempre più grande».

«Noi non imitiamo gli uomini: il nostro gioco punta su rapidità e capacità di manovra, più che sulla potenza in sé. Inoltre il rugby insegna una cosa fondamentale per le donne: lo spirito di gruppo non sminuisce, ma esalta l’individualità»

Naturalmente, anche a Maria Cristina è richiesto un talento supplementare: quello di saper conciliare lavoro e famiglia. «È un magico puzzle» ammette sorridendo, e quel sorriso racconta meglio di mille parole la magia del fare quotidiano che accomuna tante donne. «Sono una mamma impegnata, ma molto presente. Bisogna imparare a fare tutto, cercando di non sentirsi sotto pressione». Per lei le difficoltà, ma anche le soddisfazioni, sono doppie, visto che i 2 figli ne stanno ripercorrendo la strada. «Gabriel ha 17 anni e oltre a studiare fa l’educatore di minirugby, Juanita ne ha 12 e gioca in Under 14: la chiamano Tonnarella per la sua somiglianza con me».

Mentre il rugby femminile cresce, i media latitano. E il professionismo sembra ancora lontano: se le giocatrici della Nazionale inglese hanno appena ottenuto la parità salariale con i più blasonati colleghi, la diaria del- le Azzurre è ferma a 60 euro. «Non è il mio campo specifico» precisa Tonna «però come Fir stiamo lavorando anche su questo. I risultati contano, ma anche l’entusiasmo aiuta». E per il futuro? «Sono una che, se cade, si rialza alla velocità della luce» scherza. «Di sicuro raddoppieremo l’impegno. Nel 2021 ci saranno i Mondiali. Sarà durissima per l’Italia, ma va bene così: le sfide ci esaltano». Perché, come ha scritto qualcuno, «la vita è come una palla da rugby: non puoi mai sapere come sarà il prossimo rimbalzo».

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