Tamara: la mia vita a 8000 metri

27 Agosto 2019
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Testo di Chiara Sessa
Foto Ale d’Emilia, Daniel Ladurner

Tamara Lunger a 28 anni è la seconda italiana, dopo Nives Meroi, a raggiungere la vetta del K2. A 30 rinuncia a conquistare il Nanga Parbat, ma entra nella storia. Con un’eccezionale lezione di umiltà

A 14 anni aveva già preso la decisione fondamentale della sua vita: avrebbe scalato un 8.000. Perché sapeva che quella è l’impresa più estrema per chi ama la montagna. «A me le cose facili non sono mai piaciute: sono soddisfatta soltanto se faccio fatica e metto alla prova corpo e mente» sorride Tamara Lunger, oggi 33 anni, mentre mi fissa con i suoi magnetici occhi azzurri. Nata a Bolzano, ha trascorso l’infanzia a San Valentino in Campo insieme alle 2 sorelle, alla madre e al padre Hans- Jörg, scalatore e membro della Nazionale italiana di scialpinismo, che le ha trasmesso la passione per le sfide. Il sogno della piccola Tami, come la chiamano genitori e amici, si avvera nel 2010: a 23 anni diventa la donna più giovane a raggiungere la vetta del Lhotse, la quarta al mondo con i suoi 8.516 metri. «Ma questo primato non conta niente, perché sono arrivata in cima solo grazie all’ossi- geno supplementare» sottolinea severa. «Da quel momento ho deciso che non avrei più usato le bombole, non fanno parte della mia idea di alpinismo: con l’ossigeno si sale più in fretta, quindi è come se si barasse». Impegno mantenuto nel 2014, quando arriva sulla vetta del K2, seconda donna italiana dopo Nives Meroi, soltanto con le sue forze.

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A rendere famosa Tamara Lunger è stata la mancata conquista del Nanga Parbat.

Un’impresa che ha affrontato, con una cordata di soli uomini, in piena stagione fredda. «Quando Simone Moro (l’alpinista bergamasco che detiene il record di ascensioni in prima invernale, ndr) mi ha chiesto di partecipare, ero al settimo cielo: sarei diventata la prima donna ad arrivare in cima al Nanga Parbat d’inverno! Lo volevo a tutti i costi». Tami affronta la spedizione con determinazione, ci tiene a essere considerata al pari dei 3 componenti maschili del gruppo: porta gli stessi pesi, condivide la medesi- ma tenda con i compagni e, per diverse notti, gli unici 2 materassini rimasti dopo che il jetstream, la corrente himalayana che soffia anche a 100 chilometri orari, si è portato via gli altri. Il 23 febbraio 2016, giorno dell’ascesa finale, il gruppo è accampato a 7.200 metri. Tamara si sveglia stanca, con i muscoli affaticati: ha avuto poco tempo per acclimatarsi e le sono venute le mestruazioni. Ma non vuole mollare. Parte lo stesso, subito dopo Alex Txikon e Ali Sadpara. A chiudere la cordata c’è Moro, suo maestro e mentore.

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Tamara è troppo lenta e Simone la supera. «Dall’alto mi incoraggiava, ma quando è sparito dietro un gruppo di rocce, mi sono ritrovata da sola». A fare i conti con le sue energie. «Questa volta la sfida consisteva nell’essere abbastanza forte da riconoscere i miei limiti. E da non mettere a rischio le vite degli altri per un eccesso di egoismo» ha scritto nel libro dove racconta la sua avventura, “Io, gli Ottomila e la felicità” (Bur). A quell’altitudine aiutare un compagno in difficoltà significa bruciare energie preziose e rischiare grosso. Impossibile sperare in un soccorso esterno, perché gli elicotteri non possono accostarsi a quelle ripidissime pareti. Tamara è a soli 70 metri da un traguardo che significherebbe fama, gloria e probabilmente contratti pubblicitari. Ma lei sceglie di voltare le spalle alla cima e tornare al campo base. Quanto le è costato? «Non l’ho mai considerato un fallimento; è stata la dimostrazione che sono in grado di prendere decisioni responsabili per salvare la vita mia e della mia cordata». Una lezione di grande umiltà e di spirito di squadra che arriva da una delle pochissime donne ammesse nell’ostile mondo al testosterone degli 8.000. Non per niente Simone Moro ha dichiarato al Corriere della Sera: «Così Tamara è entrata nella storia».

Il Nanga Parbat le ha insegnato ad ascoltare il suo corpo e accettare i propri limiti.

La scelta di fermarsi è stato anche un modo per valorizzare il suo approccio femminile alla scalata. «In genere gli uomini sono più concentrati sull’obiettivo, vogliono raggiungere la vetta a ogni costo» spiega Tami. «Io mi faccio guidare dall’entusiasmo e mi godo ogni momento del percorso. Ho ancora negli occhi l’arrivo al campo 3 del Nanga Parbat: c’eravamo solo noi 4, il tramonto e le montagne a perdita d’occhio. In queste occasioni capisci che il jetstream ti può soffiar via come una goccia d’acqua. Provi esperienze primordiali, la fame, il freddo, la paura, che ti aiutano a scoprire i tuoi punti di forza e ti fanno crescere».
Nel futuro prossimo di Tamara ci sono una spedizione esplorativa in Mongolia a settembre per testare le sue condizioni fisiche e, se il suo corpo risponderà bene, una nuova salita invernale a un gigante degli 8.000 ancora top secret. Una cosa è certa: affronterà questa avventura ancora una volta con Simone Moro. «Condividiamo lo stesso stile: ci piace essere veloci, scherzare ed essere felici».

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© Donna Moderna 2019
CAPITOLO 38