Dorothea, che ci ha fatto amare il biathlon

16 Marzo 2020
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Testo di Alessandra Giardini
Foto Photo Elvis

Le sue vittorie ai Mondiali hanno reso popolare uno sport “di nicchia”. E duro: «Mi alleno lontano da casa 10 mesi all’anno. E sotto gara dormo 4 ore per notte» racconta Dorothea Wierer, tra le più forti di sempre. «Ma mi piace che la vittoria non sia mai certa fino all’ultimo bersaglio»

Va a cavallo, tira con l’arco, si sposta in elicottero per avere più tempo per sé, adora i vestiti da sera e i tacchi altissimi, ma quando è a casa ama stare sul divano a guardare una serie tv, magari mentre suo marito Stefano le prepara una zuppa. Quando era piccola sognava di diventare una campionessa di biathlon. Adesso che lo è diventata, Dorothea Wierer immagina come sarà la sua vita normale, dopo: «A cena in un rifugio a Livigno, un aperitivo a Peschiera del Garda, un weekend a Jesolo, relax in una spa, un giro con la Vespa e più tempo da passare con Stefano o con i miei amici». Quest’anno i Mondiali di specialità si sono tenuti ad Anterselva, la valle altoatesina dove Dorothea è nata 29 anni fa. E dove ha dominato le gare – oro nell’inseguimento e nell’individuale, argento nella mass start e nella staffetta – diventando la terza atleta di sempre a vincere in tutte le 7 categorie del biathlon.

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«SCIO E SPARO TRUCCATA PERCHÉ IL COLORE MI DÀ ENERGIA. LONTANO DALLA PISTA INDOSSO SEMPRE LE SCARPE CON I TACCHI ALTISSIMI»

«Non mi sono mai sentita una star». Come sempre accade per le discipline minori, un filotto di vittorie e un buon testimonial sono in grado di far innamorare milioni di italiani. Così, uno sport nato nella notte dei tempi, quando i cacciatori uscivano con gli sci ai piedi e il fucile in braccio, è diventato in questi giorni così popolare che se ne parlava persino nei bar. Senza contare gli ascolti tv da record, le prime pagine dei giornali e le oltre 100.000 persone arrivate ad Anterselva. «Sono felice che le mie medaglie abbiano avvicinato tanta gente al biathlon» ammette Dorothea. «Amo talmente il mio sport che sono più contenta per questo che non per me stessa». Una parte del merito va anche ai suoi occhi magnetici, sottolineati maliziosamente dal trucco. «Mi piace mantenere la mia femminilità anche in gara» dice lei. «Il colore mi dà energia. Ho la fortuna di piacermi così come sono, non cambierei nulla del mio fisico». Al massimo vorrebbe regalarsi qualche centimetro in altezza, ma a slanciare il suo metro e 58 possono pensarci i tacchi, che indossa sempre quando non è impegnata con gare e allenamenti. «Il lusso per me è comprarmi un paio di scarpe o qualcos’altro che mi piace». Anche per questo dice di non sentirsi una star, nonostante l’abbiano paragonata a Deborah Compagnoni e Stefania Belmondo. «Ma loro sono delle super campionesse!» si schermisce, come se ormai non lo fosse anche lei.

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«Quando smetterò mi mancherà l’adrenalina». Dorothea è nata e cresciuta nell’incanto di Rasun di Anterselva, letteralmente a pochi metri dall’arena di biathlon più bella d’Italia. «Per me era quasi impossibile non sognare di sfondare in quella disciplina» ricorda. «Sarebbe come nascere a Wimbledon e non pensare di prendere in mano una racchetta». La competizione è stata sempre la sua compagna di giochi. Ama il tennis, d’estate va in bici, corre veloce ed è un’ottima nuotatrice. Da ragazzina giocava a pallone, contro i maschi. «Ero anche brava. Poi però quando ho iniziato a vincere sin da ragazzina nel biathlon mi sono dedicata solo a quello». Oggi vive con Stefano a Cavalese, in Trentino, anche se a casa ci resta solo un paio di mesi all’anno. «Sono sempre lontana, nei giorni di allenamento la routine prevede palestra, sci di fondo, sessioni al poligono, test sui materiali, video con gli allenatori, massaggi ». Quando deciderà di smettere le mancherà tutto: «L’adrenalina delle gare, l’ambiente sportivo, i rapporti con le colleghe straniere». Ma alla vigilia dei 30 anni non guardare un po’ più avanti è quasi impossibile. Potrebbe scegliere di formare una nuova generazione di biathlete, visto che è tesserata con il gruppo sportivo delle Fiamme gialle, o iniziare una carriera “normale” nel suo corpo d’appartenenza, la Guardia di finanza. «Non so ancora che cosa farò da grande» si limita a rispondere. «Di sicuro cerco una vita semplice e con tanti figli, vengo da una famiglia numerosa e mi piace che in casa ci sia rumore».

«Amo la fatica, mi fa stare meglio».

A proposito di famiglia, sua madre ha raccontato che la carriera agonistica in principio non è stata facile, perché a Doro, come la chiama lei, piaceva divertirsi. «Amavo fare festa, stare con gli amici. Sono sempre di buonumore, sempre positiva». Poi è arrivato lo sport professionistico, la disciplina feroce. «Mi piace che la gara non sia mai decisa fino all’ultimo poligono, all’ultimo bersaglio. Questo è uno sport emozionante, adrenalinico». E faticoso. «Ho sempre preferito le discipline dove si fatica. Quando per qualche giorno non mi alleno mi manca qualcosa. Sono sicura che anche quando smetterò di gareggiare, continuerò comunque a fare sport. Mi fa stare bene». Sotto gara lo stress le ruba il sonno («Non dormo più di 4 ore per notte»), ma suo marito ha il dono di restituirle equilibrio: «A casa non parliamo mai di fondo o biathlon, e questo mi dà serenità. Comunque cerco di essere sempre la stessa Doro,sia che vinca, sia che perda». In genere vince.

Dorothea Wierer
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