Pantene, “I capelli non hanno genere”: non solo uno slogan, ma un gesto concreto per la bellezza inclusiva

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Intervista a Lea T, ambasciatrice della campagna #HairHasNoGender, a Samanta Trapanotto, vicepresidente dell'associazione Libellula e a Kristine Rankin, fondatrice di "Dress Code Project", tutte iniziative sostenute da Pantene a favore delle persone transgender

Fine 2019, inizio 2020: i tempi sono maturi per parlare di inclusività nel mondo del beauty. E non più solo tramite slogan dal retrogusto un po' idealista. Pantene va sul concreto con una bella iniziativa che vuole sensibilizzare persone di tutte le età contro i pregiudizi verso i temi transgender. E lo fa tramite ciò che cura da sempre: i capelli!

I capelli come estensione di sé da amare, ma anche come parte della propria identità. E quando l'identità è fluida come coloro che decidono di passare da un genere all'altro (trans-gender, appuno), la faccenda capelli si fa più strutturata. Ecco che i capelli sono l'occasione per lanciare un claim enunciativo che dice tutto: #HairHasNoGender - I capelli non hanno genere.

Ciò vuol dire che i capelli non devono essere oggetto di discriminazioni, pregiudizi, canoni o shaming sessuale. Un messaggio che ribadisce l’impegno intrapreso da Pantene nel celebrare la diversità e porre l’attenzione sul potere che i capelli hanno nell’influenzare la percezione e la sfera emotiva di ciascuno, soprattutto in fasi di transizione che fanno rima con evoluzione personale.

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Cosa ci ha raccontato Lea T, ambasciatrice della campagna #HairHasNoGender di Pantene

<p>Lea T</p>

Lea T

Top model brasiliana e persona transgender attivista per i diritti della comunità LGBTQI+, dopo un lungo percorso, Lea ha compiuto la sua transizione. Ecco cosa ha raccontato a DonnaModerna.com.

Probabilmente essere transgender è più "difficile" per le persone non famose: cosa vuoi comunicare a loro, facendoti portavoce della campagna Pantene #HairHasNoGender?

In realtà, non è detto che essere famose faciliti la condizione di transgender, anzi. La fama rischia di veder messe in pubblico tante questioni personali, come ad esempio quelle legate al tuo corpo. Avendo fatto un periodo di transizione sia da "famosa" che da "non famosa", posso dire che avere notorietà ti attribuisce più responsabilità sui messaggi da comunicare. Cosa appunto non facile. A proposito, l'unica cosa che posso dire a chi sta vivendo un periodo di transizione è essere vicino alle persone che hanno manifestato di volerci bene.

Giovani, anziani, uomini, donne: è possibile secondo te dire chi ha più pregiudizi?

Nel mio quotidiano gli uomini! A volte sono davvero insensibili nei confronti della questione transgender, ma non posso negare che c’è una leva di donne che non ci rispettano e ci vogliono escludere dal sistema sociale. Avverto molta empatia, invece, da parte delle donne di colore, le quali si sentono molto vicine alla nostra condizione. C'è infatti tutto un femminismo nero che si unisce molto a noi, operando una sorta di rivendicazione nei confronti del femminismo tradizionale che è stato principalmente bianco. Il femminismo nero è stato il primo ad abbracciarci e a sostenerci.

Come si può cambiare la mentalità verso le persone transgender?

I tempi stanno gradualmente cambiando verso un'apertura mentale che non è solo più solo simbolica, ma che sta diventando concreta. Io credo che per cambiare davvero dobbiamo prima di tutto assumerci le nostre colpe di essere un po' tutti razzisti e omofobi, in quanto si tratta di modi di pensare insiti nella società occidentale. Solo riconoscendo i nostri errori, possiamo cambiare il modo di guardare al diverso. 

Quando e come hai capito che volevi trasformarti? C'è stato un evento particolare della tua vita?

Parlare di "trasformazione" è riduttivo, perché io continuo a trasformarmi. In realtà, anche questa visione della trasformazione radicale (da un sesso all'altro ndr) influenza il modo di parlare della questione transgender. Non ci si trasforma dall'oggi al domani da un qualcosa in qualcos'altro, ma è un continuo trasformarti.

Chi ti ha sostenuto in questo percorso?

Famiglia, amici, dottori: io sono stata molto fortunata perché ho avuto il privilegio di avere avuto accanto a me persone che mi hanno rispettata, che hanno compreso e che sono riusciti a staccarsi dal loro ego per conoscere una realtà che non conoscevano. Ho avuto molta empatia!

Il credo dal risvolto sociale lanciato da Pantene si concretizza nel sostegno all’Associazione Libellula, organizzazione che opera sul territorio nazionale con lo scopo di aiutare e difendere le persone transgender in tutte le problematiche all’inserimento sociale e lavorativo.

Abbiamo incontrato Samantha Trapanotto, Vice Presidente Associazione Libellula

<p>Da sinistra, Valeria Consorte, <span>Direttrice Marketing P&G Beauty care</span> e Samantha Trapanotto Vice Presidente Associazione Libellula</p>

Da sinistra, Valeria Consorte, Direttrice Marketing P&G Beauty care e Samantha Trapanotto Vice Presidente Associazione Libellula

Sapresti dirci chi ha più pregiudizi verso la questione transgender?
I pregiudizi non hanno età né sesso né provenienza geografica, ma scaturiscono dalla famiglia di origine, dal modo in cui si è stati educati e cresciuti. È davvero una questione di imprinting! Nella mia esperienza, a volte mi son trovata a riscontrare più apertura mentale in persone in là con gli anni, rispetto a ragazzini. Non c'è una regola fissa.

Com’è cambiato il modo di percepire i transgender in Italia? C’è davvero apertura?
È cambiato il termine: non più transessuale ma transgender. E ciò fa meno paura. Inoltre, la parola "transgender" ha in sé il concetto di transizione da un genere all'altro, che rimanda alla persona, e non più solo alla sessualità. Ricordo che ci sono transgender che possono anche non portare a termine questa transizione.

E in questo caso come ci si deve rivolgere a loro?
Bisogna usare il pronome declinato nel genere che tu vedi, osservando la persona. Vedi una donna? Ti rivolgi al femminile. Vedi un uomo? Usi il maschile. Anche se non sai se la transizione è stata portata a termine. Del resto, non è una cosa che si dice facilmente, no?

Cosa pensi si debba fare per cambiare la mentalità?
Informando e poi formando le persone sulla questione transgender, proprio a partire da come rivolgersi a loro. Sembra banale, ma già usare il femminile o maschile in base ai connotati della persona che vedi, senza imbarazzo o tentennamenti, è un primo passo per dimostrare apertura. I transgender si sentono più rispettati, a prescindere dal punto in cui si trovano nel loro percorso verso la transizione.

Cosa fa in concreto l'associazione Libellula per la comunità LGBTQ?
Fa corsi di formazione per insegnare a tutti (ma preferisco dire "tutto" che include tutti i generi, compresi i trans) come rapportarsi alla questione. A volte sbagliano i giornalisti nell'accomunare tutti i transgender al maschile, quando invece sono delle donne. I corsi sono infatti per tutti gli operatori che hanno a che fare per lavoro con le persone transgender (medici, psicologi, volontari, professionisti vari ecc.).
La nostra associazione comprende inoltre dei punti di ascolto per fornire supporto a chi desidera intraprendere un percorso di transizione o lo sta compiendo. Certo, l'obiettivo numero 1 è dare a tutti una possibilità di lavoro, perché la prima difficoltà è proprio quella. E con il progetto Pantene molto si può fare!

Altre iniziative della campagna #HairHasNoGender di Pantene? Una partnership europea con The Dresscode Project, un network di hair salon e barber shop con spazi “no gender” ad oggi presente con 194 saloni in tutto il Nord America e presto anche in Italia con l’obiettivo di raggiungere, entro il 2023, una rete di 50 saloni aderenti e realizzare 15 eventi “Gender Free Hair Cut Club” per la comunità LGBTQI+.

Un’attività che è stata presentata e lanciata al Blanche di via Sirtori a Milano, dove P&G e Pantene hanno ospitato dal 19 al 26 novembre il primo evento europeo Gender Free Hair Cut Club. Una settimana dedicata alla bellezza della diversità e per questo di tutti noi.

L'intervista a Kristine Rankin, fondatrice di The Dress Code Project

Tutto è partito dal suo salone di Toronto che è sempre stato inclusivo tanto che sul portone recava l'adesivo a forma di arcobalano. Un giorno di tre anni fa Kristine ha tagliato i capelli a una donna transgender che le ha confessato di non essersi mai sentita così a suo agio in un salone di coiffeur. E da lì le è venuta l'idea di aprire saloni "no gender".

So che la domanda può essere fuorviante, ma esiste una definizione per il taglio no gender?

In realtà, è vero il contrario: è un po' sciocco pensare che i capelli hanno un genere. I capelli sono uguali per tutti. E questa è una verità scientifica. È la società che li ha poi declinati nei secoli in "capelli lunghi" per donne - "capelli corti" per uomini. Partendo da questo assioma che Pantene con la campagna #HairHasNoGender ha fatto proprio, si può dire che il taglio no gender può essere sia lungo che corto.

Nel vostro salone in Canada quali consigli date alle persone no gender per sentirsi a loro agio con i capelli?

Li accogliamo con disinvoltura, senza etichette e senza pensare al fatto che siano transgender omosessuali o cisgender. Per farli sentire a loro agio cominciamo a parlare dei capelli in sé, del look, di come li trattano, di come li vorrebbero. Tutto ciò aiuta a rilassarli.

Vi capita di suggerire un look a cui il o la cliente non aveva pensato? E di vederlo "rinato"?

Ogni giorno! È una cosa che capita molto molto spesso. Ed è bellissimo riuscire a "enucleare" un look a cui lei o lui non aveva pensato. È come se le o gli restituissimo una parte dell'identità che non riusciva a cogliere!


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