Non ricordare più dove si ha parcheggiato l’auto, scambiare i nomi di persone familiari, azzerare dall’agenda mentale appuntamenti di lavoro. A volte le piccole dimenticanze della vita quo- tidiana possono essere l’inizio di qualcosa di molto più serio. «Il sintomo più precoce delle demenze è il disturbo soggettivo di memoria. Queste patologie impiegano anche 20 anni per esprimersi, e nella fase iniziale si mostrano soprattutto in questa forma. Riconoscerla e agire subito può fare la differenza» spiega la professoressa Salsone.

Non tutti i deficit cognitivi sono sintomo di patologie neurodegenerative. Le stime ci dicono che si presentano in circa il 25% degli over 65, ma solo in un terzo di questi possono rappresentare l’affacciarsi della malattia. Per distinguere coloro che svilupperanno demenza bisogna approfondire ogni caso eseguendo test ed esami. E tenendo presenti anche i fattori di rischio. «In un nostro studio, condotto dal dottor Salvatore Mazzeo, in cui abbiamo analizzato i database internazionali, esaminando in particolare i casi di chi era stato sottoposto a valutazioni di tipo psicologico, abbiamo notato, per esempio, che a scivolare più facilmente verso l’Alzheimer è chi presenta anche un disturbo di programmazione. Potrebbe essere questo, assieme alla familiarità, il campanello di allarme più significativo» prosegue l’esperta.

Nuove terapie: la rivoluzione contro la demenza

La scienza, però, sta camminando e oggi per alcune delle forme di demenza più diffuse come l’Alzheimer sono stati messi a punto due nuovi farmaci. Si tratta di anticorpi monoclonali in grado di disgregare le placche di proteine che si accumulano nelle aree cerebrali danneggiandole: queste novità hanno dimostrato una buona efficacia e, perché possano essere prescritte anche in Italia a carico del Servizio sanitario nazionale, si aspetta l’ultimo passaggio dell’Agenzia italiana del farmaco. «Siamo di fronte a una rivoluzione» sostiene la professoressa. «Grazie a questa nuova opzione potremo dare speranze concrete ai malati, ma va sottolineato che scoprire la patologia in fase precoce è determinante per il successo della terapia. Se il cervello è già fortemente compromesso ottenere i risultati migliori è molto più difficile».

Allenare la mente: prevenire la demenza è possibile

A oggi questi nuovi farmaci restano la terapia d’elezione contro le demenze, intanto la ricerca sta mettendo a punto anche progetti di studio sulla stimolazione cognitiva nella fase iniziale della malattia, per capire se e in che modo possa rallentarne la progressione. Quello che si sa già è che tenere attivo il cervello è un’ottima arma di prevenzione. «È una strategia preziosa e potente, che aiuta a preservarlo dall’invecchiamento fisiologico. “Usare la testa” e ragionare aiuta a costruire una riserva cognitiva, una sorta di bagaglio che dà una maggiore capacità di compensare i danni neurologici che possono arrivare con gli anni, anche quelli provocati da un morbo come l’Alzheimer. Chi cura questi aspetti ha maggiori probabilità di sviluppare forme meno gravi di demenza». Si sente spesso parlare di cruciverba come antidoto al decadimento, ma sono tante le strade: imparare nuove lingue, prendere una laurea in età avanzata, viaggiare, venire a contatto con realtà diverse. In pratica tutto ciò che spinge a ragionare allena le cellule cerebrali e le fortifica. Proprio come fa la palestra con il resto del corpo.

Dopo la diagnosi

«Ricevere una diagnosi di demenza precoce è un enorme shock. Ti viene detto che hai una malattia, che ancora non vedi, e d’un tratto ti trovi davanti a interrogativi difficilissimi. Provi ansia, senso di incertezza, solitudine e, a volte, disperazione, ma anche sollievo, perché finalmente ti spieghi il perché di tanti comportamenti anomali, come se i pezzi di un puzzle tornassero a posto». Elisa Bortolin è psicologa clinica all’Unità Operativa di Neurologia e Stroke Unit dell’IRCCS Policlinico San Donato, comunicare la malattia è parte del suo lavoro. «Per assorbire il colpo è fondamentale ricevere orientamenti concreti su servizi, risorse, avere dunque la possibilità di un dopo, sapere che non si viene lasciati soli. Il supporto psicologico, per il malato e per il caregiver, è preziosissimo, perché aiuta a riconoscere le proprie emozioni, anche spiacevoli, come la rabbia, ad accoglierle e a mettere un punto. Dopo, il primo passo è cercare di riorganizzare la nuova vita, accettando l’incertezza».

Un’équipe che pensa alle donne

Come si intercetta un sintomo precoce di demenza e, una volta individuato, come si mette a punto una strategia di prevenzione su misura? Finalmente a Milano è nato il primo centro che segue l’intero iter, il Brain Health Service dell’IRCCS Policlinico San Donato di Milano. Diretto da Maria Salsone con il referente clinico Federico Emanuele Pozzi, è il primo in Europa ad avere un percorso di medicina di genere sul cervello femminile: si chiama progetto 3D, dove le 3 D stanno per Diagnosi precoce del Disturbo soggettivo di memoria nella Donna. Qui le over 50 possono sottoporsi a uno screening completo, partendo dalla storia familiare e dalla valutazione neuropsicologica, per poi procedere all’approfondimento dei fattori di rischio con esami specifici, dalla valutazione genetica a quella ormonale, dall’esame della densità ossea, a quelli dell’acuità visiva e uditiva, dalle risonanze magnetiche ai controlli sulla qualità del sonno. Un percorso che inizia così e che poi prosegue con monitoraggi periodici.

Se vuoi approfondire questi argomenti entra nel sito (www.grupposandonato.it). Dalla piattaforma potrai anche prenotare una visita conoscitiva al Brain Health Service dell’IRCCS Policlinico
San Donato.