Madri attente, compagne impeccabili, figlie amorose. Ma anche lavoratrici puntuali e precise: a noi donne viene chiesto di essere efficienti per tutta la vita. Per ironia della sorte, però, verso la fine del cammino siamo proprio noi quelle che più rischiano di perdersi, su una strada senza ritorno. Già. In sette casi su dieci le demenze colpiscono l’universo femminile, e questo rischia di diventare un problema di genere urgentissimo, con stimati 150 milioni di malati entro il 2050.
Agire oggi per prevenire la demenza
Anni di ricerche, però, stanno dando i primi frutti, e conoscere le nuove scoperte può offrirci un grandissimo vantaggio nel prevenirle e anche nel curarle. Ne è convinta Maria Salsone, associata di Neurologia all’Università Vita-Salute San Raffaele e responsabile dell’Unità Operativa di Neurologia e Stroke Unit dell’IRCCS Policlinico San Donato. «Partiamo da un dato. Un ruolo di primo piano nella manifestazione di queste malattie lo ha la predisposizione genetica. In ambulatorio arrivano diverse 55enni con una storia familiare in cui quasi sempre mamma è stata colpita da demenza, e sono spesso molto preoccupate» racconta la professoressa Salsone, da anni impegnata nella ricerca e sul campo. «Oggi possiamo per fortuna individuare una variante genetica che comporta un maggiore rischio di ammalarsi. Ha la sigla di APOE- 4 e, dove presente, è associata a un aumento della probabilità di sviluppare demenze di 4-10 volte, a fronte di un tasso negli uomini che va da 1 a 4 volte».
Demenza nelle donne: Non è solo Dna
Non è però solo questione di Dna. A renderci più vulnerabili è anche la menopausa, con i suoi stravolgimenti ormonali. «In questa fase, subiamo il crollo del 17 beta estradiolo, estrogeno che ci accompagna per circa 40 anni della nostra vita, potenziando in modo importante la capacità cognitiva, agendo da vasodilatatore e da neuro protettivo. La sua perdita ci fa venire a mancare queste fondamentali protezioni, e si accompagna per di più al calo di progesterone, che ha un effetto negativo sulla nostra respirazione mentre dormiamo. È il motivo per cui, dopo la menopausa, i disturbi del sonno sono molto comuni, ma non per questo vanno sottovalutati. Durante il sonno, il sistema linfatico fa infatti da “spazzino” del nostro cervello, ripulendolo dalle proteine che si accumulano fisiologicamente e che compromettono le funzioni neuronali. Se ci svegliamo più volte perché il nostro respiro non è costante, la “macchina” si inceppa, e crea le basi per l’avvio di processi di degenerazione». Le donne, spiega la docente, dopo i 50 anni dovrebbero dunque come prima cosa fare molta attenzione a curare a 360 gradi la propria salute generale. Anche l’alterazione dei livelli di colesterolo e trigliceridi, l’insorgenza di osteoporosi, e numerose potenziali conseguenze di una menopausa non affrontata bene, sono fattori che hanno un legame con le demenze. Superare bene questo periodo di transizione e assumere stili di vita corretti, può aiutarci ad allontanare le malattie.
Prevenire è possibile: anche per le donne
«Il cervello invecchia fisiologicamente ma possiamo agire modulando il rischio» continua la professoressa. «E la buona notizia è proprio questa: non siamo del tutto impotenti, la scienza ci ha dato coordinate precise per muoverci. La Lancet Commission, una commissione internazionale di esperti sulla materia, ha messo a punto nel 2024 ben 14 fattori che ci espongono al rischio demenze (ne parliamo nel box qui a sinistra ndr) e che sono per lo più modificabili. Se interveniamo su di essi, è stato calcolato che possiamo arrivare a prevenire fino al 45% dei casi di demenze. Oggi, poi, possiamo individuare chi è più soggetto a sviluppare la malattia, chi la presenta già in fase precoce e agire, con ottimi risultati. Perché una diagnosi non è più, non per tutti, una condanna senza appello».
I nemici da tenere d’occhio
Trigliceridi ALTI, TROPPO alcol, POCA istruzione. Sembrano problemi lontani anni luce dalle demenze e invece sono tra i 14 fattori da monitorare per salvaguardare la salute cerebrale. Nell’elenco ci sono anche ipertensione e obesità, diabete e sedentarietà, fumo e perdita di udito e della vista, oltre che depressione e isolamento sociale. E perfino i traumi cranici e l’inquinamento atmosferico. «Pressione alta, diabete e obesità possono causare eventi ischemici che danneggiano parte del cervello predisponendolo a un’infiammazione, il fattore che dà origine alle malattie neurodegenerative» spiega la professoressa Salsone che attraverso un facile esempio ci lascia capire quanto possono essere potenti anche in positivo i nostri stili di vita. «Fare esercizio fisico per 20 anni 3 volte a settimana può ridurre del 25% la possibilità di sviluppare l’Alzheimer». Più complesso comprendere l’impatto dell’isolamento sociale sulle aree del cervello della memoria. Ma esiste e gli studi lo provano. Per questo, come ci spiega Elisa Bortolin, psicologa clinica all’Unità Operativa di Neurologia e Stroke Unit dell’IRCCS Policlinico San Donato, «prendersi cura del benessere mentale sin da giovani è un validissimo antidoto alle demenze, così come concedersi supporto rispetto alle preoccupazioni e, più avanti negli anni, pianificare Il futuro e curare le relazioni». Mettiamoci al lavoro.
Osteoporosi e demenza : un legame poco noto
C’è una ragione in più per prenderci cura delle ossa: per chi soffre di osteoporosi aumentano le probabilità di ammalarsi di demenza. Questa malattia degenerativa attiva processi infiammatori che possono danneggiare anche il cervello. «L’osteoporosi riduce progressivamente la massa ossea, ma è asintomatica, molte la scoprono solo dopo una frattura» spiega Loredana Bonisolli, esperta in diabetologia e malattie del ricambio all’IRCCS Policlinico San Donato.
Come intercettarla in tempo?
«La riduzione del tessuto osseo può manifestarsi già nei primi tre anni dopo l’inizio della menopausa ed è in questa fase che bisogna sottoporsi a qualche esame: la Mineralometria ossea computerizzata (Moc), che fornisce una valutazione della densità ossea, una lastra della colonna dorso lombale, dosaggio di calcio, fosforo e vitamina D».
Che si fa se emergono criticità?
«Se dagli esami emerge un’osteopenia, cioè una leggera riduzione della massa ossea, spesso è sufficiente un’integrazione di vitamina D e di calcio. Ma è importante anche una dieta ricca di calcio e povera di alcol, sale e caffeina, che ostacolano l’assorbimento del calcio. Sì a ginnastica, ballo, camminata veloce: la contrazione dei muscoli stimola il tessuto osseo. Mentre stretching e yoga sono poco efficaci».
Se la forma è più grave?
«Ci sono farmaci, come i bifosfonati, che inibiscono il riassorbimento dell’osso. Per le forme gravi esiste anche la terapia anabolica che ricostruisce il tessuto».
Il potere degli animali: amici del cervello
Se ami gli animali domestici, è il momento di prendere un cane o un gatto… specie se hai superato una certa età. Più di uno studio scientifico – l’ultimo è stato pubblicato su Nature a settembre 2025 – mostra che convivere con una di queste due specie rallenta il deterioramento cognitivo legato all’età. Il merito è soprattutto del legame affettivo reciproco tra pet e umano: stimola i centri nervosi e potenzia i circuiti neuronali. Un altro consiglio importante e valido per tutti e tutte, giovanissimi compresi, è di indossare sempre il casco in bici, scooter e anche monopattino, perché proteggere la testa è il modo più efficace per prevenire traumi cranici. Osservando i pugili, si è visto che anche piccole lesioni possono originare un meccanismo neurodegenerativo e aumentare lo stress ossidativo delle cellule cerebrali. Favorendo l’insorgenza di demenze.
Se vuoi approfondire questi argomenti entra nel sito (www.grupposandonato.it). Dalla piattaforma potrai anche prenotare una visita conoscitiva al Brain Health Service dell’IRCCS Policlinico San Donato.
