Gli esperti lo chiamano “il grande dissimulatore”, si stima colpisca fino al 35-40 per cento della popolazione adulta ma prima di diagnosticarlo possono passare fino a 3 anni. Il reflusso gastroesofageo è abilissimo a nascondersi dietro i sintomi di altre malattie, in più, una volta scoperto, troppo spesso lo si sottovaluta. Niente di più sbagliato, avverte il professor Emanuele Asti, responsabile del Centro Esofago e Reflusso dell’IRCCS Policlinico San Donato. «Il reflusso, che consiste nella risalita dei succhi gastrici dallo stomaco all’esofago, è una malattia cronica e progressiva e può fare molti danni. La maggior parte dei pazienti purtroppo segue una dieta per un po’, e poi pian piano “si dimentica” del problema. Invece va tenuto sotto controllo nel tempo e con costanza come facciamo con l’ipertensione o il diabete».

Reflusso: chi è più a rischio, come tenerlo sotto controllo

Partiamo dal principio. Chi è più a rischio? «Alcune tipologie di reflusso sono legate alle caratteristiche fisiche, altre allo stile di vita. Particolarmente esposte sono le persone obese, quelle che privilegiano cibi molto grassi e preparazioni industriali ma anche chi fa uso smodato di alcol. E poi, certo, lo stress conta, pur non essendo un fattore scatenante. Questo interessa le donne, che vengono colpite soprattutto quando si avvicinano alla menopausa e fanno i conti con disagi come stress, ansia, sovrappeso. A tutto questo si aggiungono fattori anatomici, come l’ernia iatale, una disfunzione del cardias, la valvola tra stomaco ed esofago che, non funzionando bene, lascia risalire i succhi verso quest’ultimo».

E cosa succede nel tempo? «Negli anni i sintomi diventano meno attendibili, sfumano, ma il problema resta. Esofago e corde vocali sono costantemente sotto l’attacco del materiale refluito. L’infiammazione può progredire dando vita a ulcerazione e a stenosi, ma il rischio più importante è l’esofago di Barrett che colpisce in genere persone tra i 50 e i 60 anni, con una storia di reflusso non curata ultradecennale».

Che rischi comporta? «In pratica le cellule della mucosa dell’esofago, per difendersi dai succhi gastrici, si trasformano e si adattano con lo scopo di diventare simili a quelle dello stomaco. Nella riprogrammazione genetica però possono generarsi errori di trascrizione che aprono le porte al tumore all’esofago a cui si associa il rischio di tumore alle corde vocali».

Prendersi cura del reflusso, a partire dalle visite

Da dove cominciamo a curarci, allora? «Da una diagnosi corretta e puntuale. Bisogna stabilire caratteristiche e gravità del reflusso: può essere acido o basico e ci sono differenze tra le due tipologie. Una gastroscopia ad alta definizione è il primo step, ma purtroppo si stima che l’80 per cento delle endoscopie in Italia non venga eseguito nel rispetto delle linee guida. È importante allora rivolgersi a una struttura specializzata, nel nostro centro ci serviamo anche dell’intelligenza artificiale, che ci aiuta a interpretare alcune immagini sospette».

«All’esame si accompagna una pH-impedenzometria esofagea delle 24 ore, eseguita inserendo un piccolo sondino nel naso del paziente in grado di misurare sia l’acidità sia la basicità. Oggi disponiamo anche di un sistema che per- mette di evitare il sondino: durante l’endoscopia fissiamo temporaneamente una capsula sulla parete dell’esofago, in grado di registrare l’attività per 96 ore e quindi sganciarsi autonomamente. Altro esame diagnostico, la manometria esofagea, che studia la peristalsi dell’esofago».

Diete, farmaci, cura e impegno costanti

E dopo? A oggi la maggior parte di noi cura il reflusso con l’alimentazione e i farmaci, non è sufficiente? «Il grande equivoco è che dopo una prima fase si tende ad abbandonare il paziente, che finisce con tornare alla vita di prima, limitandosi a prendere i farmaci ogni tanto. Persino la pubblicità ci suggerisce di “spegnere l’incendio” con una pastiglia. Chi ha il reflusso va seguito per tutta la vita, monitorato. Il primo passo è certo una dieta povera di grassi e che limiti determinati alimenti, a cui si abbina una terapia farmacologica mirata, che permette di gestire i sintomi e ridurre l’infiammazione. Serve però un approccio personalizzato. Se il problema è il cardias, bisogna capire se è possibile intervenire chirurgicamente, oppure quando affrontare la questione con l’osteopatia o con la fisioterapia respiratoria per migliorare la meccanica del diaframma. C’è poi l’approccio psicologico: ho molti pazienti in cui la malattia si riacutizza durante i picchi di lavoro o quando hanno delle scadenze».

E i farmaci non bastano? «Sono utili, ma purtroppo non intervengono sulla causa. Gli inibitori della pompa protonica, i più prescritti, riducono la quota acida nel reflusso, ma non il reflusso in sé. Poi ci sono gli alginati, estratti da alghe marine, che formano una specie di “zattera” galleggiante sotto il cardias impedendo la risalita, o quelli a base di acido ialuronico, che creano un film protettivo sulla parete dell’esofago. Infine vi sono i procinetici, farmaci che accelerano lo svuotamento gastrico. Questa classe presenta tuttavia un’interazione di natura ormonale che ne controindica l’uso prolungato, con particolare riguardo per le donne in età fertile».

Si può guarire? «Sì, ma serve costanza. E dobbiamo abbandonare certe pessime abitudini. Smettiamola di prendere un inibitore della pompa protonica una tantum, prima di una cena pesante. Se assunti sporadicamente, generano assuefazione e, in più, favoriscono l’ipersecrezione acida».

Cosa evitare a tavola?

Con la diagnosi di reflusso si riceve la lista di alimenti da abolire. Occhio ai cibi industriali, specie se grassi e speziati (lo stomaco impiega tempo per digerirli ed emette più succhi). L’acqua durante i pasti diluisce i succhi nello stomaco, costringendolo a sprigionarne di più, meglio un paio di bicchieri prima di iniziare. Due espressi al giorno, non a digiuno, sono ammessi. Cioccolato, menta, pomodoro, agrumi si limitano a due volte a settimana. Da evitare le sigarette, specie a digiuno, e gli alcolici frizzanti.

Tanti sintomi, un solo problema

L’esofago è connesso con i polmoni, cuore, trachea e laringe e il reflusso li attacca, per questo quando si manifesta accusiamo sintomi insospettabili, come tosse cronica, raucedine, persino dolore toracico o extrasistole. «Il 60% dei pazienti che approda al nostro centro è stato dall’otorino prima di venire da noi, un buon 25% dal cardiologo. Alcuni accusano persino i segni dell’infarto, perché il nervo che conduce i sintomi dolorosi dell’esofago è lo stesso da cui transitano quelli del cuore. Ma se ci sono anche rigurgito, bruciore, dolore a livello epigastrico, bisognerebbe rivolgersi subito a uno specialista» dice il professor Asti.