Noi dislessici
9 storie
di rivincita

4 Ottobre 2017
Sono studenti, insegnanti, ingegneri e artisti. Qui raccontano come la dislessia ha cambiato, a volte in meglio, la loro vita. Vorremmo aggiungere anche le vostre storie. Ditecelo con un video: cosa vi ha dato e cosa vi ha tolto la dislessia?

Andrea, la conduttrice che trasformava le interrogazioni in uno show

«È stato come liberarmi di un grosso peso quando, 7 anni fa, ho scoperto di essere dislessica. A scuola soffrivo molto perché non riuscivo a spiegarmi come mai, nonostante l’impegno, fossi sempre un gradino sotto gli altri. Quando bisognava leggere avevo gli attacchi di panico e inoltre non riuscivo a parlare bene. Sembra quasi paradossale per una conduttrice radiofonica ma questo dimostra che i sogni si possono realizzare comunque, indipendentemente dal livello di partenza. Anzi, per me è stata proprio la dislessia a tracciare la mia strada in radio e tv: dato che studiare per me era complicato, durante le interrogazioni improvvisavo, riempivo, intrattenevo. Mi veniva così bene che è diventato un lavoro. Non solo. Studiare un piano B per arrivare dove arrivavano gli altri, a scuola era la mia specialità. Oggi mi torna utile in tanti ambiti. C’è una problema? Non mi dispero ma studio subito l’alternativa».

 Andrea Delogu, 35 anni, conduttrice radio e tv

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Dario, l’artista bocciato 11 volte

«Quando ho scoperto di essere dislessico avevo 50 anni: ho riletto la mia vita a ritroso e capito perché, nonostante una mente vivace e brillante, avevo incontrato così tante difficoltà a scuola da essere rimandato e bocciato più volte. I miei insegnanti non avrebbero scommesso una lira su quel ragazzo “lavativo”. Invece mi sono laureato in architettura e con il disegno e l’arte ho avuto successo. I dislessici pensano spesso per immagini, la capacità di apprendere e memorizzare passa meglio dalle figure che dalle lettere. Ma tracciare linee e curve è un po’ come scrivere: a noi serve una concentrazione maggiore, bisogna continuamente capire dove sta andando la mano e direzionarla, non è affatto un gesto automatico. Una difficoltà che nel tempo si è trasformata in qualità perché è proprio questo movimento lento e studiato che permette una grande precisione. Quando alla carriera di consulente industriale ho affiancato quella di artista è stata dislessia a fornirmi l’ispirazione: la notte, pensando per immagini, mi viene in mente una forma che poi, anziché disegnare, realizzo direttamente in 3D con il ferro. È la magia del pensiero che diventa forma».

Dario Bartolini, 74 anni, artista e architetto (ha fatto parte del celebre gruppo fiorentino Archizoom Associati)

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Arianna, la scrittrice che fa fatica a leggere

«Mamma l’ha capito subito, già dalla prima elementare, che qualcosa non andava: avevo difficoltà a concentrarmi, mi distraevo facilmente e ha insistito perché facessimo dei controlli. Risultato: dislessia, disgrafia e discalculia. Un terno secco che, però, non mi impedito affatto di essere una delle studentesse più brillanti della mia classe. Per leggere, fin da subito, ho usato dei sussidi appositi per i dislessici, come il programma per pc LeggiXme: un software di sintesi vocale: inserisci il testo e lui legge per te. All’inizio piangevo, mi disperavo ma poi mi rimettevo sui libri. Fatico molto più degli altri perché devo continuamente sforzarmi per fare qualcosa che agli altri viene naturale, non solo leggere ma anche eseguire semplici calcoli. Però non mi arrendo, vado avanti, come un rullo compressore. Tanto che questa estate ho letto 17 libri senza alcun aiuto. Apprezzo soprattutto il genere fantasy. La dislessia mi ha dato una grande capacità di lottare, una forza di volontà, una pazienza e una determinazione che alla mia età forse non sono molto comuni. Ho fatto pace anche con la scrittura, che adesso è diventato il mio modo preferito di esprimermi: un mio racconto è stato persino selezionato per il concorso scolastico».

 Arianna Giannini, 13 anni, studentessa di terza media e appassionata di letteratura

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Giacomo, l’ingegnere che risolve i problemi con la creatività

«A scuola faticavo tre volte più dei miei compagni ed ero molto più lento. Perché tutte le materie, anche la matematica, si basano sulla comprensione di testi scritti. E leggere, per me, è come scrivere con la mano destra per un mancino. Con la differenza che la didattica si adatta anche ai mancini, non è lo stesso per la dislessia purtroppo. Solo a 14 anni, con l’ingresso all’istituto tecnico, per me è arrivata la diagnosi. Capire quale era la mia difficoltà mi ha permesso di circoscrivere il problema alla sola lettura e cercare strategie per aggirare l’ostacolo. Questo ha fatto decollare finalmente la mia carriera scolastica. Tanto che dopo mi sono iscritto a ingegneria informatica: paradossalmente, più il livello di apprendimento diventava difficile più il fatto di essere dislessico mi favoriva. Mentre a scuola, infatti, si privilegia uno studio mnemonico e automatico all’università devi capire attraverso il ragionamento come arrivare a una soluzione, la velocità e gli automatismi non contano. E per me, che per dire quanto fa 7×8 devo immaginarmi ogni volta 7 cassette con 8 mele, questo sistema di studio è più facile, più naturale. Ora, da ingegnere, mi rendo conto di quanto sia apprezzato per esempio il mio pensiero laterale, la capacità cioè di risolvere i problemi trovando soluzioni diverse e creative. Dote innata nei dislessici.

 Giacomo Cutrera, 29 anni, ingegnere informatico, già vicepresidente di AID, Associazione italiana dislessia

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Beatrice, la maestra che non sa le tabelline

«Era il 1975, avevo 9 anni e un fratello bravo a scuola. La domenica venivano gli zii e lui mostrava il quaderno con il dettato. Io no. Avevo quaderni sbavati, pieni di cancellature. Alcuni la maestra, a furia di strappar fogli, li aveva fatti diventare magri magri. La maestra mi tirava le trecce, aveva lo smalto sulle unghie scheggiato e sporco di gesso. Urlava che ero distratta, discontinua, senza amor proprio. Mia madre diceva che al massimo avrei scopato i capelli in un negozio di parrucchiere. Sognavo di fare veterinaria, ma mi sono fermata al diploma magistrale. In una Milano divisa tra paninari e centri sociali, io stavo con i secondi, lì c’erano creatività e diversità, mi si notava meno. La prima volta che ho sentito parlare di dislessia ero grande. È stato come aprire una stanza zeppa di oggetti mal riposti. I ricordi si sono sparpagliati a terra e io ho capito: non so le tabelline ma so analizzare, non riesco a leggere ma so fare schemi, non ho una visione di insieme ma colgo i particolari. Oggi mia figlia, che ha difficoltà nei calcoli e lentezza nella lettura, ha un certificazione; qualche insegnante la capisce, qualcuno meno. Ma può studiare quello che desidera e aspirare alla vita che vuole».

 Beatrice Tamborini, 51 anni, maestra d’asilo, e Margherita Scotti, 14 anni, studentessa al Liceo Linguistico

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Francesco, l’attore che impara i copioni senza studiarli

«Mi è capitato più volte, compro il biglietto e scopro che ho invertito i numeri: ho prenotato il treno del mese prima. Sono ordinato, ma in queste cose mi perdo. Sono il secondo “dis” in famiglia, l’ho scoperto a 8 anni, mio fratello maggiore è più dislessico, io più discalculico. La maestra di matematica mi lasciava disegnare, con me non provava nemmeno a spiegare. Ogni tanto ti dicono: “Sai, i dislessici hanno madri apprensive”, alludendo a cause psicologiche, che non esistono. Io sono nato così e mia madre è stata brava. Grazie a lei e a mio padre, studiavo con le orecchie: loro leggevano, io imparavo. Ho una memoria immaginativa, visuo-spaziale. A 7 anni, in vacanza, mi fingevo cameriere al ristorante dell’albergo, giravo fra i tavoli proponendo risotto alle fragole e i clienti stavano al gioco. Mia madre ha capito: mi serviva un luogo in cui esprimere le mie fantasie; lei mi ha portato a fare teatro. Ora sono attore, teatro e cinema, e voglio continuare. Imparare i copioni non è un problema, associo le parole ai gesti, ricordo in che punto del foglio è scritto un brano. Come dice il buddhismo, che pratico da 5 anni, ognuno può trasformare il veleno in medicina. Mi considero un dislessico felice: credo proprio di esserci riuscito».

 Francesco Riva, 24 anni, attore e autore di “Il pesce che scese dall’albero” (Sperling & Kupfer)

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Luigi, il giornalista che non sapeva di essere dislessico

«Sono dislessico? Così pare. Tre anni fa la scoperta della dislessia di mio figlio ha funzionato come il luminol nelle indagini su un delitto. Comparandomi a lui, ho individuato “tracce” in me. La dislessia è una neurodiversità ereditaria: avuta una diagnosi, è probabile che in famiglia qualcun altro ne abbia una propria declinazione. Nel mio caso ci sono segni di disgrafia (non ditelo a mia moglie, ma è vero: la mia scrittura è indecifrabile). Quanto alla lettura, abbiamo fatto una prova, lei e io, e sono risultato più lento del 40%. Ma le caratteristiche in cui mi riconosco di più, e che ho in comune con mio figlio, sono i difetti della memoria. Quella a breve termine è fragile, dipendo dall’agenda digitale, dai foglietti di appunti. E non imparo i nomi; mia figlia, che invece assomiglia a sua madre, dice che per farmi capire di chi si sta parlando servono i sottotitoli. Ridiamo, di queste differenze, ora che abbiamo imparato a riconoscerle. E mi perdonano: sanno che in cambio posso accompagnarle ovunque senza una mappa, con il solo senso dell’orientamento; e se vogliono che suoni una canzone, lo faccio a orecchio anche se non non ho mai imparato a leggere la musica».

 Luigi Casillo, 45 anni, giornalista televisivo e papà di un ragazzo dislessico

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Leonardo, il giocatore di basket che prevede i canestri

«Alla scuola media mi dicevano che ero svogliato, che non mi applicavo. Ho finito per crederci pure io, del resto non sapevo come altro spiegare la mia lentezza e la difficoltà a imparare concetti anche semplici. I miei genitori insistettero perché facessi una serie di test ma venne fuori che avevo un quoziente intellettivo superiore alla norma e decisero che, semplicemente, non mi applicavo nelle materie che mi piacevano meno. Adesso che finalmente è arrivata la diagnosi a scuola va molto meglio, anche perché negli anni ho creato i miei metodi per aggirare gli ostacoli, per esempio creando le mie personali mappe concettuali per facilitare l’apprendimento. Questo esercizio quotidiano mi ha permesso di riuscire bene in altri ambiti, per esempio nello sport. Quando gioco a basket io ho una visione complessiva della partita: più che concentrarmi sulle singole azioni riesco a prevedere quelle successive, a dare un’impostazione diversa a gioco, più efficace proprio perché basato su una visione di insieme. Così riesco a fare anche tanti canestri!»

 Leonardo Andreani, 14 anni, giocatore di basket e studente di Istituto tecnico superiore, indirizzo economico sportivo

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Leone, il pianista bravo anche in greco

«Da figlio di genitori dislessici è stato automatico, già alla prima elementare, capire che le mie difficoltà di lettura e scrittura erano legate alla dislessia. Quindi ho avuto da subito gli aiuti necessari a compensare le difficoltà: insegnanti di sostegno, metodi di studio alternativi. Alla fine i risultati erano persino superiori a quelli dei miei compagni e al liceo classico ero tra i primi della classe. In generale faccio fatica a memorizzare i concetti, ma una volta assimilati restano lì per sempre. Un po’ come un aereo che stenta a decollare ma poi vola altissimo. I miei genitori, conoscendo per esperienza personale le difficoltà alle quali via via sarei andato incontro con lettura e scrittura mi hanno aiutato a compensare offrendomi tantissimi stimoli culturali di tipo pratico, musei, concerti, teatri, viaggi, mostre. Privilegiando così l’apprendimento orale e visivo. In più, hanno insistito perché studiassi musica già da piccolo e adesso questa è diventata la mia strada: studio canto lirico, so suonare il piano e il clarinetto. Il pensiero creativo, tipico dei dislessici, mi aiuta molto in questo settore. Spesso però sento l’esigenza di allontanarmi dai libri e cercare occasioni di approfondimento di tipo pratico. Io la considero una marcia in più perché rispetto agli altri, per esempio, frequento molto di più teatri e concerti e questo arricchisce il mio bagaglio culturale».

 Leone Marangoni, 21 anni, studente al Conservatorio

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