Come aiutare
un figlio
dislessico

6 Novembre 2017
Ogni famiglia, di fronte alla diagnosi di DSA, reagisce in modo personale. Ci sono molte, infinite sfumature tra l’accettazione e il rifiuto. È importante, però, che i genitori si attivino per aiutare il proprio figlio, perché sono loro il primo sostegno e punto di riferimento dei ragazzi. Qui 5 mamme raccontano la loro fatica ma anche le strategie che si sono rivelate vincenti

Testo di Barbara Rachetti
Video di Alpaca

Le soluzioni vanno trovate insieme, genitori e insegnanti

La dislessia non è una malattia e non è contagiosa. È un’eredità che può attraversare le generazioni (nel 57 per cento dei casi, un bambino dislessico ha un genitore o un parente con un DSA), e trasmettersi, magari mutando, come un gene. Però non si guarisce.

Non esiste “cura” perché non c’è nessun cervello danneggiato da sistemare: «Il cervello dei dislessici non ha subìto un’emorragia cerebrale che richieda una riparazione. È una mente sana che funziona in modo particolare. Il problema è che non sa di funzionare così» spiega Giacomo Stella, professore ordinario di Psicologia clinica presso il Dipartimento Educazione e Scienze Umane dell’Università di Modena e Reggio Emilia e fondatore di AID. «Avere un disturbo dell’apprendimento è come vivere in una zona sismica che trema di continuo: le scosse diventano cosa ordinaria. Ti sembrano normali le chiusure misteriose della tua mente, la fatica infinita a leggere e scrivere, la lotta per il controllo dei pensieri e delle azioni, la disobbedienza del pensiero agli schemi consueti».

Ci vuole tempo per capire che non sei tu a essere sbagliato, ma è la tua mente il tuo potenziale nemico, è il tuo cervello a tradirti, a farti leggere “b” al posto di “d”. «Quando però arriva la diagnosi, e il ragazzo capisce che il suo modo di essere “diverso” ha un nome, è un momento liberatorio. Ed è lì che entrano in gioco i genitori e gli insegnanti, in una lotta che va combattuta insieme» prosegue il professor Stella.

«Ma attenzione. Le strategie adottate dagli uni e dagli altri (dalla tecnologia in classe alle mappe concettuali e a tutti gli strumenti che genitori e docenti creano) non sono delle medicine da dare a un malato: non si possono introdurre strumenti compensativi in un contesto che non si metta in discussione. In una scuola non inclusiva, non basta la tecnologia. È come mettere un cerotto su una ferita: strappa ancora di più. Occorre capire che essere diversi non vuol dire essere sbagliati. Devono comprenderlo sia la scuola sia le famiglie. E da lì partire per trovare insieme le soluzioni».

Storia di Gabriella che organizza un concorso letterario per dislessici

«Mio figlio Michelangelo, che ora ha 13 anni e fa la terza media, è dislessico, disortografico, disgrafico e con un disturbo dell’attenzione. La diagnosi è arrivata a 8 anni ma era evidente fin dalla scuola materna che avesse delle difficoltà. Era molto competente dal punto di vista linguistico, sensibile e profondo, però faticava a stare fermo e in silenzio per tanto tempo.

Le elementari sono state faticose, con difficoltà in lettura e scrittura, nella lingua straniera scritta, nelle regole ortografiche, nella cura dei materiali. Le maestre non accettavano le sue peculiarità e io tutti i giorni, anche con l’aiuto di studentesse universitarie, l’ho aiutato e lo aiuto a studiare, inventando sistemi che possano funzionare.
Tuttora per riuscire a concentrarsi Michelangelo ha bisogno di muoversi e tenere qualcosa in mano che lo aiuti a gestire l’ansia. Come per molti ragazzi con disturbi dell’apprendimento, è difficile per lui ascoltare lunghe letture senza interagire o rimanere attento quando ci sono molte persone o in un contesto particolarmente rumoroso.

In questi anni ho sempre cercato di aiutarlo. Io vedevo le sue potenzialità inespresse, le sue capacità di empatia e socialità imprigionate in schemi mentali inconsueti, difficili da portare alla luce e capire, ma di disarmante lucidità. Tutte le sere lo rassicuravo, sottolineando i suoi aspetti positivi: gli dicevo che è gentile, che disegna bene, che è sensibile. Ma mi rispondeva che tutto il resto del mondo non credeva in lui, che si sentiva estraneo di fronte a una realtà che misura il valore delle persone in base ai voti di scuola.

Durante la seconda media, mi sono imbattuta in un foglio accartocciato abbandonato sulla sua scrivania “terremotata”: era una poesia, scritta durante un laboratorio di scrittura creativa a scuola. Era troppo profonda, troppo fitta di dolore ed emozioni compresse per essere destinata solo a noi. Così l’ho mandata a un concorso letterario, Una città che scrive. E Michelangelo ha vinto, sbaragliando 1.770 ragazzi, come racconto qui a Donna Moderna.

Eppure, mi diceva mio figlio, “La mia vita di tutti i giorni è un’altra cosa”. La scrittura, che l’aveva aiutato in un momento di abbattimento, non bastava a liberarlo davvero, a farlo uscire dal suo nido di solitudine e insicurezze. Per questo a un certo punto ho capito che non bastavano più le parole, non aveva senso che io continuassi a dirgli di lottare per esprimere le sue capacità, ma dovevo dimostrargli che se credi davvero in qualcosa, le cose accadono. Allora ho iniziato a collaborare alla stesura del bando del premio letterario e insieme agli organizzatori del concorso abbiamo aperto una sezione speciale dedicata ai DSA in modo che tutti i ragazzi e le famiglie che vivono questa situazione possano vedere nella scrittura un riscatto, un modo per affermarsi.

Ora Michelangelo oscilla tra momenti in cui si sente inadeguato e altri in cui riesce a vedere un domani più roseo. Io sono certa che ce la farà, troverà la forza che è dentro di lui, quella stessa forza che gli ha fatto scrivere una cosa così bella. E che lo porterà dove desidera e dove merita di stare.

Come mamma, sogno una scuola dove i dislessici possano avere libri di testo realizzati in alta leggibilità, piattaforme digitali che funzionano davvero, professori motivati che riescano a trasmettere l’amore per lo studio in maniera interdisciplinare e creativa e tutor informatici che insegnino a usare gli strumenti compensativi. Ci vorrà del tempo ma sono sicura che senza bacchetta magica e con l’impegno di tutti (ragazzi, genitori, insegnanti, istituzioni e privati) ci arriveremo».

Le strategie per fare i compiti

 Le mappe concettuali
Per prima cosa guardiamo le immagini e le commentiamo insieme, così il cervello inizia a prepararsi all’argomento in maniera piacevole e non impegnativa. Poi leggiamo titoli e sottotitoli per capire le tematiche più importanti e iniziare a buttare giù l’ossatura della mappa concettuale. Segue una lettura del testo in cui sottolineiamo le frasi più importanti e mettiamo accanto ad esse una parola chiave che sintetizza l’argomento e che andrà a completare il terzo livello dello schema. Finiamo inserendo date, nomi e altri particolari (che a volte vengono indicati con un disegno invece della parola). Fatto questo, con la mappa concettuale realizzata passiamo a ripetere tutto 2 o 3 volte o finché la narrazione non è fluente (ci aiuta un libro molto utile, SOS Esame di terza media – Edizioni Centro Studi Erickson)

 Le immagini divertenti
Quand’era più piccolo cercavo di coinvolgerlo utilizzando le sue passioni. Ad esempio, siccome a lui piaceva molto la saga di film di Star Wars, utilizzavamo i personaggi per memorizzare regole grammaticali di inglese. Su internet abbiamo poi trovato cloni e jedy che usavamo per fare conteggi o operazioni matematiche.

 Il computer
Ora porta a scuola un computer per scrivere in maniera più agevole per lui e leggibile per i professori. E per diventare più veloce nella scrittura, usa il programma gratuito “Dieci dita”, per digitare con entrambe le mani senza guardare la tastiera.

Storia di Manuela che non vuole fare i compiti con il figlio

«Noi genitori siamo come un ponte: dobbiamo aiutare i nostri figli ad attraversare il torrente in piena perché sull’altra sponda c’è la serenità, il successo, l’equilibrio. Ora Mirco, 19 anni, dislessico, disgrafico e discalculico, deve fare la maturità, è in quinta superiore. È tornato dall’Erasmus dopo aver preso una borsa di studio ed è stato sempre promosso con la media del 7. Ma quando nel 2006, in terza elementare, arrivò la diagnosi, per me fu molto difficile. Dei DSA si sapeva poco. E nonostante il certificato, a scuola non cambiò nulla nei suoi confronti.

Il suo percorso scolastico è stato fitto di ostacoli, con tanta rabbia durante l’adolescenza perché di fronte agli insuccessi e alla frustrazione, il rischio è di chiudersi, sviluppare insicurezza e per questo attirare l’aggressività degli altri. La dislessia non è una malattia, l’insicurezza sì. E dall’insicurezza è difficile guarire. Forse anche per questo lui vorrebbe fare l’insegnante. Ridendo, dice sempre che il problema non è il DSA ma il “DSI”, il disturbo specifico dell’insegnamento.

Ora lavora solo con il computer, che è diventato un’estensione del suo corpo. Alle medie, veniva a casa tutti i giorni un insegnante, e per me è stato un grande sacrificio economico. Ma ho fatto la scelta precisa di delegare ad altri l’assistenza ai compiti perché penso sia sbagliato fare da carcerieri ai nostri figli. Perciò io non ho consigli pratici su mappe, strumenti vari e strategie di studio.

Credo che il compito di noi genitori non sia quello di farli studiare e rimproverarli. I ragazzi devono trovare in noi un punto di rifugio, di conforto, di riferimento, e anche di correzione, quando occorre. Se diventiamo i loro maestri, chi saranno i loro genitori? Agiamo diversamente: i compiti si fanno con gli amici, con i compagni, con qualche studente più grande, in modo che quando finiscono di studiare abbiano la gioia di stare con noi, magari per poco tempo ma sicuramente un buon tempo di accoglienza, condivisione e amore.

A Mirco e agli altri ragazzi (come presidente della sezione provinciale Aid di Reggio Emilia, seguo il Gruppo giovani) dico sempre che mentre i loro compagni vanno a scuola in autobus, loro ci vanno in bicicletta: arrivano più stanchi, ma vuoi mettere la soddisfazione del panorama che puoi goderti? Il dislessico vede e sente cose che gli altri non possono vedere, la sensibilità di questi ragazzi è straordinaria, come la loro logica e la capacità di problem solving. Ricordiamoci, di fronte alle difficoltà dei nostri figli, che non si impara solo a scuola. Il mondo tutto è una scuola.

Storia di Federica che ha inventato strumenti per imparare utili anche ai compagni dei figli

«Rivivendo tutto attraverso i miei figli, Mattia, 20 anni e Samuele, 25, ho capito che anch’io sono dislessica e disgrafica al duemila per cento. Ma 20 anni fa tutto questo era ancora tabù. Samuele, il più grande, già alla materna non riusciva a tenere in mano la penna e sudava come durante una partita di basket. Per avere la diagnosi di dislessia e disgrafia, in terza elementare passammo un iter di visite durato 20 giorni. Era il 1997 e dei DSA non si parlava. Quando però fu chiaro che il disagio non dipendeva da lui ma dal suo disturbo, fu una liberazione.

Nel frattempo lo spostammo in una scuola privata, dove comunque non conoscevano queste difficoltà, quindi tabelline, studio a memoria, lettura e scrittura restarono per lui sempre molto difficoltose. Lo stesso iter seguimmo con il fratello. Sono stati anni di fatiche ma anche di soddisfazioni, grazie a sperimentazioni in cui la scuola, nonostante l’impreparazione, collaborava.

Spesso abbiamo creato a casa degli strumenti che, una volta portati in classe, sono stati utilizzati da tutti. E questo va considerato un grande successo, a mio parere un modello da seguire: una scuola che tenga conto delle diversità e le sfrutti per aiutare tutti i ragazzi. Lo studio con i metodi tradizionali è noioso per chiunque: è evidente che certe strategie, più divertenti e pratiche, possano dare una mano a tutti e non solo a chi ha più difficoltà.

Oggi Mattia ha 20 anni, è geometra e sta facendo il praticantato. Samuele, a 25 anni, è il più giovane direttore di macchina italiano per le navi. Durante le superiori (frequentava l’Istituto nautico) la caratteristica che ha messo più a frutto è stata aiutare gli altri, grazie alla capacità che spesso i dislessici hanno di scomporre i problemi complessi in problemi più piccoli. Che, una volta compresi, sono poi bravissimi a spiegare agli altri.

Per noi genitori può essere difficile incoraggiarli sempre, ma è proprio quello che dobbiamo fare. Mai dire ai ragazzi: “Prova, è facile”. Non c’è nulla di facile in ciò che non sappiamo fare. È facile solo per chi ha già quella determinata competenza. In più, non riuscendoci, sarebbero portati a pensare di essere ancora più incapaci, trattandosi di una cosa semplice. D’altra parte, se invece riescono a eseguire quel compito così semplice, avranno la sensazione di aver fatto solo una cosa semplice, mentre se fosse stata complicata probabilmente non ne sarebbero stati in grado. Diciamogli invece: “Prova a fare questa cosa. So che è complicata e credo in te, all’inizio sbaglierai ma è normale”: ecco che cambia la percezione di sé e del compito. Evitiamo poi di generalizzare: “Sei sempre in ritardo, non fai mai i compiti, tutte le volte che parlo sei distratto”. Sono generalizzazioni false che, però, se si sentono ripetere spesso, prenderanno come vere. Ci sarà pure una volta in cui il ragazzo ha fatto i compiti, è arrivato puntuale ed era concentrato!».

Le strategie per fare i compiti

 Le copertine uguali
I ragazzi con DSA spesso hanno difficoltà nell’organizzazione della cartella. Aiuta mettere la copertina dello stesso colore per libro e quaderno della stessa materia (blu per libro e quaderno di storia… ecc)

 Schema a doppia firma per le interrogazioni programmate
Per fissare le interrogazioni programmate, concordavo con gli insegnanti uno schema settimanale a doppia firma (ragazzo e professore). Questo aiuta i ragazzi a visualizzare le interrogazioni di tutto il mese e in qualche modo sensibilizza i docenti a non fissare più di una interrogazione programmata al giorno: chi firma vede la presenza di altre interrogazioni programmate. In più una firma congiunta è segno di accordo e rappresenta un impegno formale che è più difficile da sottovalutare.

 Il compito solo per loro
Un trucchetto interessante prevede di assegnare per primo un compito proprio ai ragazzi con DSA. Per esempio: la classe non ha ancora trattato “i funghi”. Solo al ragazzo DSA viene assegnata una ricerca sui funghi che produrrà sotto forma di cartellone. La lezione successiva esporrà la ricerca ai compagni, che non sapendo nulla dell’argomento non potranno giudicare. L’assenza di giudizio stempera la tensione. Il fatto poi di essere l’unico a conoscere e dominare quel determinato argomento aumenta l’autostima (se se la sentono possono fare anche un video tutorial).

 Disegnare e scarabocchiare
Non impediamo ai ragazzi di disegnare mentre qualcuno spiega. Questi gesti grafici aiutano la concentrazione.

 Il tutor che controlla il diario
La catena viziosa che si forma in genere è fatta così: i compiti vengono assegnati di corsa all’ultimo minuto prima della campanella. I ragazzi DSA non riescono a prendere nota o lo fanno solo parzialmente. La mamma o il papà controllano il diario, fanno eseguire tutti i compiti scritti e un bel giorno vengono chiamati perché il ragazzo non fa mai i compiti. Vero, non sono scritti sul diario. Come fa un genitore a farglieli eseguire? La soluzione può essere di affiancare un compagno o compagna tutor che aiuti il ragazzo DSA a verificare che sul diario ci sia tutto. Nel frattempo, il ragazzo DSA dovrà essere tutor di qualcun altro in un’altra circostanza e in un’altra materia. Questo per far capire che tutti vivono circostanze dove è necessario un aiuto, e tutti vivono altre circostanze dove invece possono aiutare.

 Compiti precisi e concreti
Studiare è un verbo astratto. Cosa vuol dire? Leggere, conoscere, ripetere, sottolineare? Meglio dire: “Per domani mi racconti cosa dice il libro da pagina 2 a pagina 10. Solo le cose che tu reputi più importanti”. Oppure, per l’insegnante: “Domani Angela e Francesco ci parleranno delle catene montuose, il loro racconto dovrà durare due minuti e trenta secondi”. A casa proveranno a parlare, si registreranno, si cronometreranno.

Storia di Anna che, pur essendo una maestra, ha faticato ad accettare la dislessia della figlia

«Alla mia Alessia, 15 anni, dico sempre “Tu sei dis-secchiona. Il tuo certificato di dislessia e disgrafia è una patente di eccezionalità”. E in effetti eccezionale un po’ lo è. In seconda superiore (frequenta un Istituto per la comunicazione in cinema, spettacolo e arti grafiche) viaggia con la media del sette, lei che alle elementari faticava con tabelline, poesie a memoria e scrittura. Saltava i passaggi, non li vedeva proprio, anche se al risultato ci arrivava lo stesso, come molti ragazzi con DSA.

Nonostante io sia maestra elementare, ho faticato ad accettare la sua diagnosi, che è arrivata in terza elementare. Mi ero accorta giù dalla materna delle sue difficoltà, per esempio non imparava mai le canzoncine. Ma si sa, l’educatore è come l’idraulico, che a casa sua ha i rubinetti che perdono. Non mi sembrava possibile che la mia bambina avesse queste difficoltà. E quindi pretendevo, chiedevo.

Quando fu tutto più chiaro, lo psicologo che ci seguiva mi disse che il problema era mio, che volevo risultati eccellenti perché non avevo finito l’università. Ecco, con i figli si fa sempre un grande lavoro su se stessi, ma se questi figli portano con sé bisogni speciali, la fatica – anche psicologica – aumenta.

Fino alle medie l’ho sempre aiutata, ma la cosa che ho cercato di trasmetterle più di tutte è stata la consapevolezza: le ho insegnato a non nascondersi ma a dichiarare apertamente il suo problema di apprendimento. Adesso, alle superiori, è lei per prima a ricordare ai professori le sue esigenze particolari, magari in termini di tempo a disposizione di cui ha bisogno. Avere certe difficoltà implica semplicemente essere aiutati in un certo modo, senza vergogna. E non è detto che quel modo non si riveli utile anche agli altri. Infatti in classe, gli strumenti usati per lei spesso vengono messi a disposizione dei compagni: per esempio per studiare le percentuali in matematica, il professore si è inventato dei volantini che ha distribuito a tutti. E ha funzionato. Ora le percentuali le hanno capite tutti quanti.

Il papà di Alessia è un writer e lei sta seguendo la sua strada, si è creata anche un nome d’arte: infatti è molto brava nelle arti grafiche, in fotografia e disegno. I dislessici imparano per immagini, e se la scuola sfruttasse di più le LIM, questo li aiuterebbe.

Da bambina lavorava con la macchina da cucire e costruiva giocattoli, la chiamavamo “piccola ingegnera”. Oggi il suo grande talento è quello di fare collegamenti e digressioni, aprire parentesi infinite in contesti in cui ai ragazzi non si chiedono più approfondimento e riflessione. Il tempo per loro è importante: dobbiamo prenderci noi il tempo dell’ascolto, e dare loro il tempo per rispondere. Così si riesce a tenere a bada l’ansia, nemica dei dislessici, e a far emergere tutta la loro profondità».

Le strategie per fare i compiti

 I disegni
Per studiare le poesie la aiutavo con i disegni: ogni strofa corrispondeva a una scenetta. Poi li attaccavamo alle porte. La nostra casa è piena di fogli, ancora adesso!

 Le parole per la geometria

Per i dislessici, che faticano con l’astrazione, è difficile capire i concetti della geometria. Allora lei a ogni parola abbinava una parola che le piaceva: la bisettrice era una vipera, per esempio. E da lì costruivamo piccole storie per i teoremi e le regole.

 Il tempo concreto
Chi, come Alessia, fatica con la percezione del tempo (concetto astratto) può essere aiutato da similitudini conosciute. Per esempio: “Studia” è un concetto per loro vago. Dire invece “Devi studiare quanto il tempo di una partita di calcio” assume un significato più comprensibile.

Storia di Paola che ha intuito i problemi del figlio alla materna

«Luca, 10 anni, è disgrafico e con una dislessia di tipo visivo medio grave: non ha tanto problemi a comprendere quanto a a vedere le lettere. Il suo cervello non riesce a elaborare alcuni tipi di parole con sequenze particolari. Alla scuola materna aveva già difficoltà con i compiti di pregrafismo, non riusciva a stare fermo sulla sedia, saltava e giocava con gli oggetti.

Poi in prima elementare ha cominciato a far fatica a guardare la lavagna. Siamo stati tre volte dall’oculista finché l’ultima, di fronte a un testo da leggere, è risultata evidente la sua dislessia. La diagnosi è arrivata in seconda elementare, l’abbiamo fatta fare privatamente perché era ancora presto per quella ufficiale (si può fare per legge dalla terza).

Ma è stato importante perché l’ha messo subito di fronte a una situazione oggettiva: la diagnosi aiuta i ragazzi a capire che non sono loro “il problema”, ma il problema fa parte di loro. E questo è utile per non sentirsi inadeguati. Infatti, rispetto alla nostra famiglia, in cui il problema era rimasto nascosto (dal nonno paterno al cugino, la dislessia già abitava in modo ufficioso a casa nostra), Luca ha scelto di dichiararlo con coraggio a tutta la classe: con la psicologa che lo segue, ha scritto un libro e ha deciso di leggerlo davanti ai compagni. Una presa di consapevolezza che fa capire l’importanza, per tutti questi bambini, di avere insegnanti e amici che credono in loro e scommettono sulle loro capacità.

Il fatto è che si sentono diversi ma vogliono essere uguali agli altri: la tecnologia certo li aiuta, come tutti gli strumenti che anch’io mi sono inventata di notte, cercando in Rete. Ma ciò che aiuta di più sarebbe sicuramente una scuola inclusiva, con insegnanti che si aggiornino di continuo, magari anche uno solo all’interno del team, e trasmettano le loro conoscenze anche alla classe. I ragazzi, tutti, devono sapere.

Le strategie per fare i compiti

 Le tabelle
Ho creato delle tabelle per insegnare unità, decine e centinaia, poi usate da tutta la classe: in pratica delle colonne all’interno delle quali inserire i numeri. I dislessici infatti non riescono a incolonnare perché hanno problemi nella gestione dello spazio

 Gli errori
Ho chiesto agli insegnanti di non sottolineare gli errori perché altrimenti ti ricordi solo quelli e la forma errata della parola. Invece funziona chiedere a lui di segnare la parola e correggerla. Quindi ora con Luca si lavora così: l’insegnante segnala a voce l’errore e lui lo scrive.

© Donna Moderna 2021
CAPITOLO 2 CAPITOLO 4