Come insegnare
a uno studente
dislessico

17 novembre 2017
Per molti alunni con Dsa la scuola è un incubo. E studiare diventa una sofferenza quotidiana. Eppure le storie che vi raccontiamo qui dimostrano che non deve essere per forza così. Quando i prof
lavorano insieme ai loro ragazzi per cercare nuovi metodi didattici, non ci sono più ostacoli insormontabili

testo di Isabella Colombo
video di Giacomo Traldi, Antonio Gaviraghi

La legge 170/2010 riconosce la dislessia, la disortografia, la disgrafia e la discalculia come disturbi specifici dell’apprendimento e tutela il diritto allo studio degli alunni con queste difficoltà, fornendo strumenti compensativi (per esempio mappe concettuali, calcolatrice, registratore e programmi di scrittura al pc) e misure dispensative (interrogazioni programmate, tempo in più per le verifiche…). I DSA non hanno diritto all’insegnante di sostegno (a meno che la difficoltà non sia associata a una patologia), vengono quindi seguiti dai docenti della classe, che la legge invita a frequentare corsi di formazione specifici. I corsi servono ad apprendere le strategie di individuazione precoce dei DSA, mettere in campo la didattica adeguata, compilare un buon Piano didattico personalizzato e insegnare l’uso degli strumenti compensativi.

LA CERTIFICAZIONE DSA

Per poter usufruire di strumenti compensativi e di aiuti dispensativi, gli alunni con una diagnosi di DSA devono avere una certificazione apposita che può essere rilasciata da una Asl o una struttura privata a partire dalla fine della seconda classe di primaria. Deve rispondere ai criteri dettati dalla legge e basarsi su test rigidi (quelli della Consensus Conference dell’Istituto superiore di sanità). Per effettuarla serve un team di professionisti (logopedisti, neuropsichiatri, psicologi) con esperienza in ambito DSA. Sulla base della certificazione, nel Piano didattico personalizzato viene indicato caso per caso ciò di cui ha bisogno l’alunno in base alle sue caratteristiche. Prima che entrasse in vigore la legge 170 gli alunni con DSA riconosciuta erano solo lo 0,7% (dati 2010/11). «L’aumento è dovuto a una maggiore conoscenza del problema e alla conseguente sensibilizzazione di molti insegnanti» spiega Marina Meloni, insegnante di scuola primaria e formatrice AID (Associazione italiana dislessia) per i docenti. «Spesso si è parlato di boom di certificazioni insinuando il dubbio che molte non siano veritiere ma mirino solo a favorire alunni pigri. In realtà, i test oggi sono molto accurati e attendibili, è quasi impossibile fare una diagnosi inadeguata. Il numero dei DSA, semmai, è sottostimato perché non tutti gli insegnanti sono ancora formati per individuare i disturbi e chiedere l’intervento degli specialisti».

COSA SUCCEDE OGGI NELLE SCUOLE

La formazione specifica è ancora diffusa a macchia di leopardo: così, per avere una diagnosi, gli strumenti e la didattica adeguati un DSA spesso deve aspettare di incrociare nel suo percorso scolastico un insegnante adeguatamente formato. «Molti docenti per esempio applicano gli strumenti compensativi e dispensativi ma senza indicare soluzioni alternative» spiega Meloni. «Un ragazzo dispensato dal copiare alla lavagna deve avere qualcosa, per esempio una fotografia della lavagna, che gli permetta di non perdersi quegli appunti e restare indietro. Se può usare il registratore, l’insegnante deve sintetizzare la lezione per lui alla fine dell’ora e non pretendere che il ragazzo riascolti a casa ore e ore di lezioni. Solo in alcuni istituti illuminati, poi, si creano dei gruppi di informatica per insegnare a usare bene gli strumenti compensativi». Gli insegnanti più sensibili al tema e adeguatamente formati elaborano poi strategie, trucchi e cambiamenti della didattica che permettono ai DSA di apprendere non più facilità. Come raccontano quelli che abbiamo intervistato qui.

LA DISLESSIA IN NUMERI

Gli alunni che ottengono una certificazione DSA alla scuola primaria sono il 3% del totale (+0,3% rispetto all’anno precedente).

Alla secondaria di primo grado sono il 4,8% (+0,6) e alla secondaria di secondo grado il 3,2 (+0,7%).L’aumento all’inizio della scuola secondaria è dovuto al ritardo nell’avvio dell’iter di certificazione.

Il maggior numero di DSA si trova al Nord Ovest (4.8%/ 5.8%) al Centro e al Nord Est (4%) mentre al Sud i valori oscillano tra 1.3% e 1.5%. La differenza, secondo AID, è dovuta a un minore ricorso a diagnosi e certificazioni.

Fonte: dati dell’anno scolastico 2015-2016 raccolti dal Miur e rielaborati da AID (Associazione italiana dislessia).

SCUOLA PRIMARIA

«Le difficoltà degli alunni con DSA si possono prevenire con una didattica inclusiva a partire dalla prima elementare, che vada al di là delle etichette e degli strumenti compensativi e si rivolga a tutti. Se io dò una fotocopia ai miei alunni, taglio fuori quelli che hanno difficoltà a leggere: quindi devo dare anche un’immagine o un video. Ognuno sceglierà lo strumento più utile per arrivare allo scopo e non è detto che tutti debbano usare lo stesso. E’ importante poi creare un ambiente dove l’errore non sia punito ma usato come leva per migliorare, dove non si punti sul giudizio che blocca i più fragili, dove si evitino frasi apparentemente innocue come “Dai, è facile!”, che per un DSA sono un dramma. Lavorando in questo modo la certificazione DSA diventa ininfluente, perché tutti sono messi in grado di imparare. Magari usando anche trucchi semplici e risolutivi come i braccialetti colorati ai polsi per distinguere destra e sinistra, il calendario visivo per contare giorni e mesi e poi “ganci visivi” ovunque, come le lettere EST colorate all’interno della parola DESTRA quando si studiano i punti cardinali. Per la memorizzazione, una tecnica che funziona e si può usare a casa è quella dei loci di Cicerone, cioè studiare passeggiando, per esempio un paragrafo in salotto, uno in cucina così via. Ripercorrendo mentalmente la mappa di casa verranno fuori anche i concetti».

Rita Gandino, insegnante di sostegno alla scuola Primaria Marco Polo di Reggio Emilia e mamma di tre figli dislessici


«Nelle scuole di Modena dove ho insegnato per oltre 20 anni si applica il protocollo Stella, un test all’inizio del primo anno che individua subito le difficoltà di elaborazione fonologica della parola, quella che serve a trasformare il suono in un codice scritto. E’ uno strumento utilissimo per capire subito chi sono i bambini in difficoltà e intercettare un DSA molto prima della certificazione, così da evitare l’errore di considerarlo semplicemente pigro e svogliato. Per non lasciare indietro i DSA è fondamentale poi insegnare a leggere senza le complicazioni inutili della didattica tradizionale. Per esempio, con il metodo fonosillabico per l’alfabeto: non si pronunciano i singoli fonemi, che sono suoni quasi innaturali, ma direttamente le sillabe, molto più istintive (ci viene spontaneo dire CA-NE non C-A-N-E). Poi, è utile imparare a scrivere solo con lo stampatello maiuscolo, più semplice e diretto del corsivo che si può introdurre molto più avanti per non aggiungere difficoltà a difficoltà. Nella mia esperienza, inoltre, ho capito come sia importante anche il rapporto con la famiglia: i genitori del dislessico devono capire che la difficoltà di leggere e scrivere non è una questione di vita o di morte, il loro bambino è intelligente, ha solo bisogno di apprendere strategie diverse per lavorare bene».

Marina Meloni, ex insegnante di scuola primaria, formatrice AID per gli insegnanti.

dislessia_poesia

SCUOLA SECONDARIA DI PRIMO GRADO

«Ci sono alunni DSA che riescono, attraverso gli strumenti compensativi e dispensativi, a superare gli ostacoli e ottenere gli stessi risultati dei compagni. Altri, invece, hanno maggiori difficoltà perché non riescono ad accettare il loro disturbo e conviverci. Con loro è ancora più importante stabilire un rapporto di fiducia: il ragazzo deve sapere che l’insegnante è lì per accompagnarlo e aiutarlo, non per giudicarlo. Io per esempio nelle verifiche considero anche lo sforzo, non solo l’esito. Poi, lavoro molto per progetti e laboratori che consentono di valutare le competenze in situazioni meno strutturate. Per esempio, grazie al lavoro fatto nel laboratorio teatrale una ragazza dislessica che prima era timorosa e defilata è venuta fuori come protagonista e leader del gruppo, così ha preso coraggio e fiducia anche sul fronte dell’apprendimento classico. Qui, io tendo a personalizzare le verifiche: per alcuni metto le domande a risposta multipla anziché quelle aperte che li manderebbero nel panico, ad altri pongo meno domande ma più accurate perché una lunga lista di interrogativi li mette in crisi. Sperimento costantemente metodi che permettano a tutti, attraverso strade diverse, di raggiungere gli stessi risultati».

Giovanna Secondulfo, insegnante di Lettere, Storia e Geografia all’Istituto comprensivo Buonarroti di Corsico (Mi)


«Quando ero studente io, usavo tantissimo i colori e i disegni perché mi aiutavano a memorizzare. Lavorando come insegnante di sostegno ho capito che queste tecniche aiutavano soprattutto chi era in difficoltà, così adesso le applico per spiegare le mie materie a tutta la classe. In questo modo facilito la vita a tutti e soprattutto ai DSA. Per esempio, uso i gessetti colorati alla lavagna, con l’accortezza di impiegare sempre la stessa tinta per gli stessi concetti. Nell’algebra, invece delle classiche lettere a+b=c uso dei pallini colorati. Poi, trasformo le spiegazioni di scienze in schemi con disegni: i passaggi di stato dell’acqua, per esempio, sono accompagnati da nuvole, onde del mare e gocce di pioggia. I DSA imparano così più facilmente perché la loro memoria è fotografica. E quando interrogo, tiro fuori dal computer un’immagine che li aiuti a ricordare termini e concetti».

Lisa Muner, docente di matematica e scienze Istituto Comprensivo G.Bertesi di Soresina (Cr)

dislessia_compiti_matematica
MATEMATICA - Tecnica ideata dalla docente Lisa Muner per imparare le frazioni: sostituisce i colori ai numeri e ai simboli.
dislessia_compiti_storia
STORIA - Schema preparato dalla docente Lisa Muner per memorizzare, attraverso i disegni, le invasioni durante il Medioevo.

SCUOLA SUPERIORE DI SECONDO GRADO

«Con i miei alunni dislessici e disgrafici ho sperimentato metodi che semplificano loro lo studio senza fare sconti sulle competenze che alla fine del liceo dovranno avere. Per esempio, non valuto mai la lunghezza dei loro scritti, perché so quanta fatica costa loro riempire una pagina; non pretendo che imparino a memoria le declinazioni latine, una tortura inutile; non assegno una traduzione per intero ma solo un pezzetto seguito da domande a risposta multipla per verificare che abbiano capito il senso del discorso. Più che sulla traduzione li faccio lavorare sul lessico: individuare per esempio le parole di un testo latino che hanno a che fare con la sfera religiosa o artistica. A che serve poi infliggere l’inutile crudeltà di imparare a memoria i tempi e i modi dei verbi che per loro sono solo parole? Meglio lavorare sui concetti di anteriorità e posteriorità. Del resto, nella vita non servirà loro tradurre Virgilio ma capire il senso di un discorso, analizzarlo in maniera critica e contestualizzarlo. Come insegnante mi interessa che acquisiscano quelle competenze, indipendentemente dal modo in cui lo fanno. In generale, poi, mi impegno a trasmettere loro un senso di sicurezza perché questi ragazzi si sentono come “trattenuti” sempre insicuri: dare loro fiducia li rinfranca e li spinge a impegnarsi. Il dubbio che qualcuno ne approfitti e si adagi ce l’ho, e a quell’età lo capisco pure. Ma io parto del presupposto che tutti abbiano voglia di andar bene a scuola, devono solo essere messi in condizione di farlo».

Elena D’Incerti, docente di Italiano e Latino al liceo classico Beccaria di Milano


«All’inizio di ogni anno dedico qualche lezione alle strategie per migliorare l’apprendimento, alle tecniche di memoria e a quelle di calcolo mentale: facilitano i DSA ma servono a tutti. Li trovano anche sul mio canale YouTube: Corso di matemagia. Per esempio, per fare il quadrato di 85, moltiplichi la prima cifra per la successiva (8×9) e poi la seconda per se stessa (5×5), il risultato è 7225 e questo vale per tutti i numeri che terminano con 5. Uso spesso la logica del Cono dell’apprendimento di Dale in base al quale ricordiamo meglio e più a lungo quello che facciamo rispetto a quello che leggiamo o ascoltiamo. Per questo punto sulle spiegazioni visive e interattive che evitano ai DSA l’ostacolo della parola scritta. Le mie spiegazioni sono spesso integrate da video al computer dove mostro in pratica quello di cui parlo: gli alunni a casa possono rivedere la spiegazione, tornare indietro, prendersi il tempo che serve loro. Tramite la piattaforma Google Classroom, possono porre domande a me anche a distanza e lavorare in team tra loro. Per i ragazzi con discalculia ho elaborato il metodo delle Solution Maps che è valido per tutti, serve a risolvere problemi matematici complessi e si basa su un’analisi molto dettagliata del testo e su competenze diverse, come la logica e la creatività: i numeri vengono riportati graficamente in una mappa concettuale in modo da essere chiari e visibili, rendere esplicite le richieste (molti problemi contengono sotto-problemi), mostrare tutte le informazioni, sia quelle fornite sia quelle nascoste, e cercare le relazioni tra loro per trovare la soluzione. Infine, do fiducia ai miei studenti valutando sempre e per tutti il progresso, mai il punto di partenza».

↑ Luca Chiesi, già docente di Matematica e attualmente docente di Informatica all’istituto superiore Silvio d’Arzo di Montecchio Emilia (Re)

MATEMATICA – Le pillole video del docente Luca Chiesi con i trucchi che facilitano i calcoli


«Gli insegnanti della mia scuola hanno seguito il progetto Dislessia amica di AID, un corso online che dà gli strumenti per aiutare in modo concreto i DSA. Abbiamo quindi sviluppato per ogni materia un protocollo condiviso tra colleghi che permette di pianificare le prove ed essere uniformi nell’insegnamento. Per l’inglese in particolare, oltre ai role play, usiamo video di Youtube preselezionati che mostrano l’applicazione di una regola grammaticale o di una formula linguistica nella vita reale. Così è più facile da memorizzare per chi, come i DSA, ha un tipo di apprendimento più visivo e uditivo. Certo, le verifiche di ascolto nella lingua straniera sembrano insormontabili per un dislessico che ha difficoltà anche con quella madre. Io li aiuto facendo risentire più volte le registrazioni e facendo ripetere i termini, oppure utilizzando le stesse parole in contesti diversi in modo che la situazione in cui vengono usate sia un gancio per ricordarle. Dal 2009 organizzo campi studio per i dislessici delle superiori all’estero, quest’anno lo farò per i ragazzini delle medie in Italia, a Salsomaggiore. Oltre all’assistenza di docenti madrelingua formati in ambito DSA, si usa un programma per pc, My English lab, che facilita l’apprendimento dei DSA: per esempio colorando gli errori di tipo diverso con colori diversi. Io i colori li uso anche per le verifiche di comprensione: riuscire a trovare in un lungo testo inglese la risposta a una domanda è molto complicato per un dislessico: io faccio corrispondere il colore delle domande a quello del paragrafo in cui si trova la risposta».

↑ Paola Eleonora Fantoni, docente di Letteratura inglese e Inglese tecnico presso  l’Istituto G. Caramuel di Vigevano (Pv) e formatrice AID

dislessia_compiti_inglese_normale
dislessia_compiti_inglese_DSA
INGLESE - La verifica ideata dalla docente Paola Eleonora Fantoni: usa i colori per guidare i DSA al paragrafo del testo in cui si trova la risposta alla domanda
© Donna Moderna 2018
CAPITOLO 3