365 GIORNI NEI LUOGHI DEL TERREMOTO

SULLA STRADA
PER
AMATRICE

21 settembre 2016
La vecchia via Salaria, da Rieti verso Ascoli, è com’è sempre stata: attraversa un paesaggio a volte rigoglioso ma di fatto brullo. Mi inerpico lungo la montagna seguendo le indicazioni per Amatrice.

Tornante dopo tornante, la carreggiata, che è diventata più piccola, porta all’accesso occidentale della città, fra i prati, i campi a pascolo e gli abeti, il percorso si snoda in un paesaggio mozzafiato; nulla di strano, solo bellezza di una natura che sembra in pace. Penso addirittura di aver sbagliato strada.

L’unico inquietante indizio di qualcosa di anormale ai miei occhi, è il tipo di auto che incrocio. Quelle dei civili, privati cittadini, residenti, contadini, sono sempre meno. A ogni tornante ognuna di loro sembra lasciar spazio ai mezzi di servizio: Carabinieri, Polizia, Vigili del Fuoco, Guardia Forestale, Vigili Urbani, Protezione Civile. A decine.

Eccetto questo, tutto normale. Almeno fino a un incrocio solo qualche centinaio di metri prima dell’accesso ad Amatrice: è sbarrato da due pattuglie di Polizia Locale; decisamente fuori sede, sui furgoncini c’è scritto Milano, mi parlano con un forte accento e un fare sbrigativo ma efficiente tutto meneghino: «La strada è chiusa qui. Deve tornare giù sulla Salaria e risalire dall’altro lato».
«L’altro lato, quale?» dico io.
«L’altro lato. Mica so la lista dei paesi, io sono di Milano, sono arrivato ieri. Lei scenda e poi chieda!»

Faccio come dice e “l’altro lato” è “un altro pianeta”. Dopo un lungo giro, da sud, entro in quello che i tecnici chiamano “il cratere”: la zona operativa in cui il terremoto ha fatto sentire i suoi effetti devastanti.

Le persone si accalcano in un girone attorno al centro storico transennato: sfollati coi sacchetti, pompieri come astronauti che trasportano droni, camion, containers, tendopoli, chilometri di nastri colorati che delimitano le aree di accesso. Tutto è complicato, caotico, brulicante di attività peralcuni e di attesa per altri: i primi sono per la maggior parte in uniforme, ognuno di loro sembra sapere dove andare; i secondi sono in abiti civili comodi ma abbinati come nessuno farebbe se potesse scegliere, a strati di colori e fogge mai pensati per stare insieme, proprio come chi – non avendo nulla – avesse pescato affidandosi alla sorte o alla generosità negli armadi di un avvocato di Firenze, di un pescatore siciliano e di un giovane graffitaro di Torino. In quegli abiti ci sono le personalità di tutti quelli che hanno voluto contribuire all’emergenza, e dato che sta arrivando il freddo sono tutte sovrapposte, i colori flou coprono il gessato. Su tutto, una giacca tecnica antivento.

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