365 GIORNI NEI LUOGHI DEI TERREMOTI

DENTRO
LA ZONA
ROSSA

21 settembre 2016

L’accesso al centro di Amatrice è proibito, rischioso e regolato dai Vigili del Fuoco. Passo la cordonatura delle forze dell’ordine, entro per la mia prima volta in quello che era il centro storico e scivolo dentro una bolla sospesa in un equilibrio tanto fragile da sembrare di cristallo. Di colpo, silenzio. Solo il rumore dei detriti sotto le scarpe che scricchiolano. Un’ecatombe. Cerco di mettere ordine con lo sguardo, di leggere lo spazio urbano come farei normalmente. Qui però tutto è diventato indistinguibile; le linee rette sono scomparse, così come la divisione fra gli spazi e la loro funzione. Si è nel privato e nel pubblico contemporaneamente.

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Scendo lungo il corso principale verso la famosa torre dell’orologio che si è fermato alle 3:36 del mattino del 24 agosto. L’asfalto non c’è più, o almeno non si vede. Camminare vuol dire tenere l’equilibrio sui cumuli di macerie che hanno invaso le strade.

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Dopo un centinaio di metri mi rendo conto che il piano di calpestio è a un paio di metri d’altezza, l’equivalente di quello che una volta era il primo piano dei palazzi: è la massa di detriti su cui sto camminando, pietre, infissi, intonaci sbriciolati, effetti personali. Allungo le mani dritto davanti a me e tocco la sommità di un lampione che una volta illuminava Corso Umberto; è ancora dritto, ma mi arriva al petto.

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Qualche metro in una traversa e da una mansarda pende un cordone di lenzuola annodate; il palazzo sotto è sbranato, un vuoto enorme con ancora la carta da parati sui muri. Chi occupava la mansarda deve aver annodato le lenzuola per calarsi a terra la notte del sisma.

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Risalgo verso quella che era la piazza centrale di Amatrice, ora dominata da una torre instabile. Gli operatori ci passano mal volentieri, temendo che una delle scosse di assestamento ne faccia crollare la sommità. Il sole è basso e traguarda attraverso le finestre di quello che rimane del Palazzo Pubblico: la sala consiliare, al secondo piano, è sventrata, ma se ne intravvedono gli arredi.

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Dell’Hotel Roma non è rimasto nulla. Il terremoto l’ha distrutto e i soccorritori hanno demolito quel poco che rimaneva in piedi per raggiungere le vittime. Riguardando su Google Streetview l’entrata dell’albergo ancora si vede come l’edificio confinasse, solo in un angolo, con una palazzina gialla. Quella palazzina ancora esiste, il muro di confine è monco e dove c’era l’hotel campeggia un enorme cumulo di detriti ridotti in poco più che polvere.

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