365 GIORNI NEI LUOGHI DEL TERREMOTO

COME LA TECNOLOGIA HA SALVATO 238 PERSONE

28 settembre 2016

VOGLIO RICOSTRUIRE LE PRIME CONCITATE ORE DOPO IL TERREMOTO:


LA “GOLDEN HOUR”, COME VIENE DEFINITA IN GERGO, OSSIA QUEL BREVE LASSO DI TEMPO IN CUI LE PROBABILITÀ DI TROVARE SUPERSTITI È ANCORA ALTA.

Scendo lungo la Salaria, in direzione di Cittareale, dove i Vigili del Fuoco hanno la loro base principale. Sto cercando Matteo Monterosso, che oggi è responsabile del Reparto Volo Elicotteri nell’area del sisma, e che la notte del 24 agosto era di servizio nella sala operativa elicotteri.

Arrivati dai paesi più vicini, i Vigli del Fuoco erano attivi nel cratere già una quarantina di minuti dopo la prima scossa. Ma nel giro di ventiquattr’ore un complesso meccanismo di coordinamento nazionale ha permesso di portare sulle montagne di Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto, 1200 Vigili da tutta Italia. Una vera macchina dell’emergenza, dove ogni colonna mobile, ogni squadra e ogni persona hanno un ruolo. Trovo Matteo intento a misurare una piccola elisuperficie provvisoria ai margini del campo: «La stiamo aggiornando – mi spiega – diventerà un eliporto con tutti i crismi, dovremo fare base qui per diverso tempo».

Ripercorre con me la logica e le strategie che hanno regolato il suo modo di agire nelle prime ore del 25 agosto scorso.
«Ci siamo resi conto quasi subito di essere vittime di quello che in gergo si chiama “effetto schermo”: i mezzi su strada raggiungevano Amatrice ma venivano fermati dalle persone bisognose di aiuti, arrivare alle frazioni e agli altri Comuni era diventato impossibile».
Così Matteo ha adottato un diverso modello operativo: «L’avevamo studiato a lungo preparandoci a eventuali attentati a Expo, Poi l’abbiamo perfezionato in occasione delle operazioni di messa a punto per la sicurezza del Giubileo. Fortunatamente in entrambi i casi non ci è stato utile…»
«Ma quella pianificazione è stata utile in questo caso?»
«Fondamentale! Qui è stata fondamentale. Abbiamo dirottato gli elicotteri con a bordo gli elisoccorritori in modo che bypassassero le prime zone critiche puntando dritto verso il centro del cratere: lì abbandonavano gli elisoccorritori e ripartivano per tornare alla base trasportando i feriti. La spola è andata avanti per ore!».

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In quelle ore le comunicazioni erano compromesse, le uniche che funzionavano erano quelle che permettevano agli elicotteri di parlare con la torre di controllo; i primi elisoccorritori sbarcati nel cratere sono quindi rimasti spesso soli, agli equipaggi dell’elicottero spettava ricordarsi esattamente chi avessero lasciato e in quale frazione.

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Assieme ai soccorritori sono sbarcate le unità USAR, un acronimo che sta per Urban Search And Rescue: stanno, in una grande tenda blu, con le tute stese dopo il bucato, pronti a intervenire se si dovessero verificare nuovi crolli in questi giorni. Quelli di turno vengono dal comando del Lazio; gioviali, come spesso accade per chi è in prima linea e gode della soddisfazione di quello che fa. A maggior ragione perché il loro lavoro negli ultimi anni ha beneficiato di tanta nuova tecnologia. «La base della ricerca – mi spiega il capogruppo, la barba rifilata come quella di un assaltatore, ma lo sguardo dolce – rimangono i cani: le unità cinofile circoscrivono un’area dove rilevano una probabile presenza di vittime, l’olfatto del cane è affidabilissimo, ma il punto indicato potrebbe non corrispondere a quello in cui si trova una persona si trova intrappolata. L’aria infatti si incanala fra le macerie ritagliandosi il percorso più conveniente, come in un complesso diramarsi di tubi, e potrebbe emergere diversi metri più in là rispetto alla persona che cerchiamo».

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«A questo punto, entriamo in gioco noi!». Un collega ha aperto una grande valigia tecnica, piena di microfoni, cavi, cuffie e amplificatori: «Dispongo nell’area indicata dai cani una serie di geofoni; sono microfoni speciali capaci di captare le vibrazioni sonore nel terreno. Poi stimolo la vittima gridando». Mi mostra l’apparecchiatura e mi fa ascoltare quanto sia in grado di amplificare un minimo strusciare di suole sul terreno qualche metro più in là. «Il problema è che per lavorare ho bisogno del silenzio assoluto, e come ti puoi immaginare in quelle condizione non è una cosa facile: i geofoni possono captare un grido, ma anche le unghie che grattano nel terreno, o un leggero movimento. Se c’è silenzio, triangolando e spostando i geofoni con pazienza, arrivo a determinare il punto più vicino alla vittima».

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Se poi la vittima non fosse visibile o le macerie difficili da rimuovere, viene impiegata una speciale videocamera telescopica, in grado di penetrare nei detriti per qualche metro e muovere il suo occhio fino a vedere ciò che si sta cercando. Il collega più alto della squadra la tiene in mano come se fosse una arma da fuoco, e mi dice sorridendo: «È con questa che riesco a vedere le vittime, anche in profondità, e capisco come tirarle fuori».

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Nelle zone colpite dal sisma i Vigli del Fuoco hanno portato a termine 241 operazioni di salvataggio.

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