365 GIORNI NEI LUOGHI DEL TERREMOTO

ANGELICA
TORNA
A CASA

12 Ottobre 2016

Appena fuori dalla zona rossa di Amatrice trovo una lunga coda: sono gli sfollati. Aspettano di essere accompagnati dai Vigili del Fuoco a vedere cosa resta di casa loro e di ciò che possedevano. Mi colpisce la calma educata con cui stanno in fila.

Mi colpisce una giovane donna magra, ha il viso ancora segnato dai lividi, segni delle macerie che le sono cadute addosso. Si muove lentamente, come se il corpo le facesse male. È insieme a una coppia distinta e a un uomo con la camicia a righe e una grande borsa sulle spalle. Mi avvicino e chiedo se posso accompagnarli nella zona rossa. Angelica, si chiama così, è distratta, stanca. Nemmeno nota la mia richiesta. È la coppia di accompagnatori che mi spiega la situazione: vengono da L’Aquila, dove lei è stata trasferita in ospedale appena dopo il terremoto. Alloggia con i suoi due figli in una delle casette costruite dopo il sisma del 2009. La coppia ha vissuto l’esperienza di perdere tutto e ora cerca di aiutarla.

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Angelica, di origini rumene, era la moglie di Pompeo, macellaio, e si era trasferita con lui ad Amatrice 12 anni fa. È qui perché vuole recuperare l’auto: alcuni vicini le hanno fatto sapere che il garage è ancora in piedi. Partiamo con una piccola squadra di pompieri: io, lei e suo cognato, l’uomo con la camicia a righe e la grande borsa. Tutti abbiamo in testa un caschetto da cantiere. Angelica cammina con difficoltà. «Ha le costole rotte, è da poco uscita dall’ospedale…» mi spiega lui.

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Poche centinaia di metri e siamo davanti a quel che rimane di casa sua. Angelica si rivolge a me: «Vedi, abitavamo qui. Le stanze da letto erano al primo piano». Ma del primo piano non c’è più nulla, rimangono le tracce di quello che doveva essere un edificio d’epoca. «Io e mio marito eravamo a letto, appena abbiamo sentito le scosse ho chiamato i nostri figli: fortunatamente sono arrivati in camera illesi.

Pompeo però è rimasto sotto le macerie. Mi parlava e mi diceva di andare via coi ragazzi, ma io non volevo lasciarlo lì sotto. Gridavo di aiutarlo, ma tutti scappavano. Mi hanno convinto ad allontanarmi: mi hanno promesso che lo avrebbero tirato fuori ma dopo qualche ora sono venuti a dirmi che Pompeo non c’era più».

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Angelica tira fuori un tablet e inizia a fotografare casa sua; con calma inquadra e scatta, si sposta, inquadra e scatta di nuovo, come assente.

Un’altra squadra di pompieri sta trasportando i mobili di un vicino: «Potrei recuperare i miei? Almeno dal piano terra?» chiede lei. «Purtroppo no, signora. Questo è un recupero speciale: sono pezzi antichi di grande valore».

Angelica ribatte laconica: «Vabbè, a me le cose vecchie non sono mai piaciute. Lo dicevo anche a mio marito: perché dobbiamo vivere in una casa d’epoca? Meglio le cose nuove». Mi sembra la risposta più straordinaria che qualcuno possa dare a chi gli vieta di recuperare le sue cose solo perché di scarso valore. Mi pare una regina, capace di non scomporsi più davanti a nulla.

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Accanto alla casa distrutta, il piccolo garage di cemento armato è rimasto intatto: i Vigili aprono la serranda e s’intravvede il box. Tutto sembra impeccabile, non fosse per l’auto, completamente coperta da una polvere bianca. La spingono fuori: provare ad accenderla all’interno sarebbe pericoloso. Dopo una spolverata al parabrezza, va in moto al primo colpo e i Vigili la portano fuori dalla zona rossa.

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Proseguiamo fra le macerie a piedi: Pompeo aveva il negozio affacciato proprio sulla piazza centrale di Amatrice. È Angelica a guidare, e fatica a ritrovare la strada perché delle vie laterali al Corso è rimasto poco. Camminiamo sulle macerie, i Vigili la scortano, io e suo cognato in coda.

La macelleria è miracolosamente intatta ma inaccessibile: i resti degli edifici circostanti impediscono di arrivare alla porta. I Vigili si mettono a lavorare per raggiungere le inferriate del negozio: spostano travi e calcinacci.

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Angelica e suo cognato aspettano, lei raccoglie fra le macerie una bolletta. «Non sarà mica nostra?». «Non si preoccupi» le dice un Vigile «non ha nessuna importanza ormai».

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In un quarto d’ora si è aperto un piccolo varco che permette di accedere alla porta del negozio: «Signora, ha le chiavi?». «No. Mica ci si pensa scappando di casa».

Per entrare bisognerebbe segare le grosse inferriate che sbarrano la porta a vetri. «Per oggi non si può fare» spiegano i Vigili «dobbiamo chiamare una squadra speciale».

Angelica si incolla alle sbarre e guarda oltre i vetri, ci sta per un bel po’, esplora indicando con un dito l’interno del negozio: il bancone, la cassa, i frigoriferi…

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Ci avviamo verso l’uscita dalla zona rossa, passiamo sotto la torre della città e i Vigili ci fanno segno di affrettarci, è pericoloso. Angelica continua col suo passo stanco: «Accelerate pure… io non ho più paura di niente».

Arriviamo alle transenne e ci congediamo. I due si allontanano a piedi verso l’auto coperta di polvere bianca. Lui ha sempre la sua borsa in spalla, piena. Non ho capito cosa contiene e perché la tiene sempre con sé.

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