365 GIORNI NEI LUOGHI DEL TERREMOTO

LA MAPPA
DELL’ITALIA
CHE TREMA

28 ottobre 2016

La mappa delle scosse sismiche in Italia dal 24 Agosto al 28 Ottobre 2016 con magnitudo maggiore di 2 (Fonte INGV)

​ Ad Amatrice e dintorni chiunque abbia uno smartphone ha scaricato una delle mille applicazioni che segnalano in tempo reale i terremoti nel mondo. La gente per strada confronta le mappe sui telefonini punteggiate da grappoli di quadratini, cerchietti, triangoli. Indicano l’intensità delle scosse che continuano a tormentare il Centro Italia.

«Sembra che si stia spostando verso nord» dice qualcuno. Qualcun altro è convinto che lo sciame sismico sia del tutto casuale. Tutti stanno in allerta sperando che le scosse non tornino ad abbattersi su di loro.

La sera di mercoledì 26 ottobre, invece, la terra è tornata a tremare con tre scosse di magnitudo superiori a 5 e 3 epicentri fra Marche e Umbria, non troppo lontani da Amatrice. Che, già devastata, ha subito altri consistenti danni, fra i quali il crollo definitivo dell’edificio del Comune. È solo la “coda lunga” delle scosse di assestamento o il Centro Italia deve aspettarsi nuovi terremoti, magari di maggiore intensità, nel breve periodo? Ho provato a chiederlo ad Alberto Marcellini, un sismologo del Cnr che si occupa di terremoti da 40 anni.

L’ultima scossa era prevedibile? Possiamo considerarla “figlia” degli assestamenti in corso da ormai due mesi?
Lo pensiamo in molti, addetti ai lavori compresi, ma dal punto di vista accademico non esistono ancora prove certe di un collegamento: solo modelli matematici. Di certo i movimenti insistono sulla stessa faglia. Dobbiamo mantenere la cautela ma anche continuare a studiare questi fenomeni con attenzione.

Potrebbero arrivare anche scosse più elevate?
In generale tutti noi sismologi assumiamo che il terremoto di Messina del 1908, con magnitudo 7.2, sia circa il massimo che può avvenire in Italia. E questo vale anche per il futuro. Lo dico perché siamo in grado di misurare il livello di accumulo di energia che abbiamo nelle nostre zone. A maggior ragione nel centro Italia: un’area che scarica le tensioni con una certa frequenza e quindi non accumula troppo potenziale.

Eppure il sisma è stato comunque molto intenso.
In effetti mi aspettavo che anche nel peggiore dei casi non superasse il magnitudo 5. Si è comunque rivelato d’intensità inferiore a quella del 24 agosto, anche se l’insistenza su zone già lesionate e la percezione più ampia data dalla minor profondità ne hanno enfatizzato gli effetti. In ogni caso gli eventi dimostrano che qui l’energia si scarica più lentamente rispetto ad altre zone dove in genere arriva una botta sola ma molto più forte.

Quindi possiamo tranquillizzarci?
Direi di sì, anche se in Centro Italia, e soprattutto in Umbria e Marche che sono state l’epicentro di stavolta, abbiamo assistito in più di un caso a seconde scosse significative nelle due o tre settimane immediatamente successive alla scossa principale.

Stavolta però eravamo oltre il tempo massimo, no?
Anche in questo caso, non siamo in grado di prevedere scientificamente l’evoluzione degli sciami. Pur se raramente abbiamo avuto esempi di seconde scosse molto forti arrivate a mesi di distanza dalle prime. È accaduto molte volte in California, ma anche in Friuli nel 1976: due magnitudo 6.5 a maggio e settembre.

Non ci sono dunque dal suo punto di vista questioni che suggeriscano di aspettare per ricostruire o consolidare?
Non credo. In Italia per quanto riguarda la gestione emergenziale direi che siamo a un livello alto, i problemi per noi spesso vengono dopo. Qui auspico rapidità, ma non fretta.

Cosa vuol dire?
Le aree per la ricostruzione devono essere scelte con cura da un punto di vista geologico. Pensi come anche qui ci siano zone in cui gli edifici sono del tutto distrutti e altre limitrofe in cui a parità di tipologia edilizia tutto è rimasto intatto. Le caratteristiche del territorio devono essere valutate con molta cura per ricostruire: il Cnr è impegnato ora nel fare queste indagini di micro-zonazione, vale a dire evidenziare aree attigue in cui l’impatto del sisma è stato diverso.

Come si svolge nel dettaglio l’indagine?
In questo momento tutta l’area è cosparsa di strumenti di rilevamento, disposti sul territorio in modo molto fitto, che misurano l’impatto locale delle piccole scosse dello sciame sismico tuttora in corso e dove il terreno ne amplifica gli effetti d’onda. Tenga presente che la tipologia di terreno può amplificare anche di 5 o 6 volte la forza di un’onda: la differenza può essere drammaticamente notevole pensando alla ricostruzione.

1AS30235
1AS30217
© Donna Moderna 2019
CAPITOLO 9 CAPITOLO 11