365 GIORNI NEI LUOGHI DEL TERREMOTO

NOI LA NOSTRA
TERRA NON
LA LASCIAMO

3 dicembre 2016
Il loro nome aleggia fra gli sfollati di Accumoli che vivono in albergo, a San Benedetto. “Sono persone coltissime. Pensa che la moglie è straniera, parla 5 o 6 lingue e non portano i figli a scuola: insegna lei a casa…” mi dice qualcuno.

Altri al contrario mi mettono in guardia: “Lascia perdere, quelli sono dei pazzi!”. Ma io la famiglia Pica, la famiglia degli irriducibili, voglio andare a trovarla.

Dopo un’oretta abbondante di viaggio, una serie di posti di blocco e un susseguirsi di tornanti, continuiamo a salire. Nico, il giovane che ha accettato senza esitazioni di farmi da guida («Certo, che lì conosco i Pica! Tutti li conoscono! Questo è un paese piccolo») durante il viaggio mi spiega che questi signori hanno un’azienda agricola, mucche e tori; che hanno scelto per i loro figli l’homeschooling e che sono persone ospitali.

La strada si apre in un piccolo slargo davanti a un cancello moderno con tanto di videocitofono. Ad accoglierci Guido, il capofamiglia: una stretta di mano da togliere il fiato e un grande sorriso. “E dai! Venite dentro a bere qualcosa!”. Dietro di lui i quattro figli corrono, felici della visita.

La casa ha resistito a tutto: al terremoto del 24 agosto e alle scosse più recenti. È completamente isolata, circondata da un grande piazzale, dall’orto e dalle montagne. Guido mi dice che le ultime scosse sono state davvero forti e che a dormire in casa non si fidano: quando si tratta di andare a letto si trasferiscono in una roulotte coi ragazzi.

Nonostante i disagi sono convintissimi che bisogna rimanere qui; per gli animali, ma non solo. «Come si fa a ricostruire un territorio se lo abbandoniamo? Qui ormai non è rimasto più nessuno. Cosa si aspettano i politici: di ricostruire come gli pare e poi piazzarci tutti dove vogliono, senza che siamo a noi a partecipare per primi?».

Così, di roulotte ne hanno comprate due, e anche una casa mobile di legno. E sono pronti a ospitare abitanti di Accumoli che non vogliono scendere a valle. Dai Pica si sono già trasferiti alcuni amici: un paio sono arrivati in camper. E il nucleo si è allargato. Ormai qui vive una piccola comunità.

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«COME SI FA A RICOSTRUIRE UN TERRITORIO SE LO ABBANDONIAMO? QUI ORMAI NON È RIMASTO PIÙ NESSUNO. COSA SI ASPETTANO I POLITICI: DI RICOSTRUIRE COME GLI PARE E POI PIAZZARCI TUTTI DOVE VOGLIONO, SENZA CHE SIAMO A NOI A PARTECIPARE PER PRIMI?».
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Fra un bicchiere di vino e l’altro, si fa buio. Decido di restare con loro. Accompagno Nico a San Benedetto e quando torno sono tutti in cucina. Ancora non conosco Katia: la signora Pica. Entro e me la trovo davanti mentre cucina per l’intera comunità. Mi saluta in italiano impeccabile.

«Ma scusa – le chiedo io – ma tu non sei straniera?». «Straniera? E straniera di dove? Io sono di Amatrice!».

La leggenda della donna coltissima e che conosce almeno 5 lingue finisce in una grossa risata: «Alle 5 lingue non arriviamo neanche se aggiungiamo il dialetto… parlo l’inglese, e ho viaggiato, ma da queste parti può essere abbastanza per farti vedere come un alieno!».

I ragazzi sono andati a letto e noi adulti ci sediamo a tavola.

La cena scivola come vino buono e si fa animata: si discute sul dovere politico di rimanere attaccati alla terra. Ci si accalora. Poi arrivano un paio di scosse di terremoto più forti delle altre: tutti tacciono per qualche secondo ma subito dopo la conversazione riprende con lo stesso fervore.

All’una del mattino ognuno va verso la sua roulotte. Fra quelle pareti fragili si sente solo il vento.

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