365 GIORNI NEI LUOGHI DEL TERREMOTO

NEL BUNKER
CHE PROTEGGE
I TESORI D’ARTE

25 Gennaio 2017
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La prima volta, intravedo le campane di Santa Maria Argentea attraverso le sagome di alcuni Vigili del Fuoco “appesi” a qualche decina di metri dal suolo. Alle loro spalle un’immensa gabbia di tubi sorregge la facciata della Basilica di San Benedetto a Norcia, davanti hanno la torre campanaria della chiesa. La sommità della torre è stata imbragata in modo da impedirne il crollo, ma vanno estratte le campane.

Al lavoro, tre gru: due per trasportare i pompieri, la terza per agganciare ogni campana ed estrarla dalla torre il cui tetto è stato distrutto dal terremoto di fine ottobre. Il vento le fa oscillare. Ma quegli ondeggiamenti, impercettibili al suolo, impediscono ai Vigili del Fuoco di agganciare i cavi per il recupero al primo tentativo. Quando ce la fanno, la campana oscilla leggermente: una massa di qualche tonnellata che si muove per inerzia fra le pareti pericolanti della torre. L’operazione richiede ore, alla fine coinvolge direttamente non più di una quindicina di Vigili, ma a guardare si sono fermati tutti i colleghi. Appena prima che la campana arrivi a terra, quando è ancora appesa al verricello, un pompiere si infila sotto furtivo e le fa fare un rintocco, a celebrare lo sforzo della giornata.

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Qualche giorno dopo ritrovo la campana di Santa Maria Argentea su un pallet, infagottata da teli di plastica spessa, nella zona industriale di Spoleto. È stata appoggiata di fronte a un deposito-bunker, concepito per custodire il patrimonio artistico in caso di calamità. Dalle cancellate entra un grosso camion nero dei Carabinieri, scortato da un paio di autopattuglie. Si appoggia in retromarcia alla bocca del bunker e due Carabinieri in uniforme spalancano il telo posteriore mentre gli altri si dispongono intorno.

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A prima vista parrebbe il trasferimento di pezzi grossi della malavita in un carcere di massima sicurezza. Invece, è un tesoro fatto di pale d’altare, quadri, candelabri dorati, dipinti lignei, libri e arredi. Persino un organo. I Carabinieri lo scaricano davanti alla campana, poi lo trasportano all’interno di quella specie di hangar. Sull’uniforme nera portano il fregio del Nucleo Tutela del Patrimonio Culturale. Appoggiano ogni pezzo a terra e lo fotografano.

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Nelle zone del Centro Italia colpite dai terremoti di agosto e ottobre sono centinaia le opere d’arte rimaste danneggiate o in chiese e musei: i Vigili del Fuoco le recuperano, i Carabinieri le trasportano qui per poi affidarle alla Soprintendenza, che se ne prenderà cura finché non sarà possibile riportarle lì da dove sono venute. Questi tesori dal valore incalcolabile torneranno “a casa” solo dopo la ricostruzione, quando gli edifici saranno agibili e al sicuro dagli sciacalli.

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Questi tesori dal valore incalcolabile torneranno “a casa” solo dopo la ricostruzione, quando gli edifici saranno agibili e al sicuro dagli sciacalli.
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La dottoressa Tiziana Biganti, responsabile del deposito per conto della Soprintendenza umbra, è una signora minuta, avvolta in un maglione di lana. Sta con la testa curva sui reperti, annotandone ogni dettaglio su dei moduli: si rivolge ai suoi collaboratori dando del lei. Hanno una tuta gialla fosforescente con la scritta “Associazione Proteggere Insieme”: sono volontari. E saranno loro a trattare quei capolavori: a pulirli, catalogarli e archiviarli in modo che non si deteriorino.

Li ascolto mentre spostano le opere d’arte con cura, il loro accento non è di queste parti. «Da dove venite?» chiedo a quello che mi sembra il caposquadra. «Da Busto Arsizio, vicino a Milano». Si chiama Fabio e nella vita si occupa di logistica per Dolce & Gabbana. Da una settimana fa servizio di volontariato qui a Spoleto con Marco, un ingegnere, e Carlo, un pensionato.

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Finito il lavoro, ci spostiamo tutti insieme verso una tenda montata in un prato poco lontano. Il terreno è gelato, i tre volontari sono gli unici rimasti a dormire in tenda. Seduti ciascuno su una branda, attorno a un termosifone a olio, ammazziamo la serata e il freddo con l’aiuto di una grappa: «Ce l’ha regalata la signora del bar dove facciamo colazione» dice Carlo «per ringraziarci di essere qui».

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