365 GIORNI NEI LUOGHI DEL TERREMOTO

NOI, QUELLI
DELLA COMUNE
DI CAPRICCHIA

15 Marzo 2017
«Quelli della comune… ». Ne ho sentito parlare ogni volta che sono stato ad Amatrice negli ultimi mesi: famiglie che, in mancanza di aiuti organizzati, si sono riunite in una comune autogestita dove tutto viene condiviso.

Ma nessuno mi sapeva indicare dove fossero. Finché una signora anziana che incontro appena fuori dalla zona rossa mi spiega che stanno a

Capricchia, una frazione nelle montagne a una decina di chilometri dal paese.

Dopo una serie di tornanti, ecco il cartello: “Benvenuti a Capricchia. Parco Nazionale Del Gran Sasso e Monti Della Laga. Altitudine 1.106 metri”. La piccola frazione di case mi sembra deserta. Cammino fra gli edifici pericolanti: alcuni sono puntellati, altri sono circondati dal cordone in plastica che delimita le zone inagibili. Dopo 200 metri, nel centro del paesino, vedo una specie di baita in legno chiaro, con tavoli da giardino, una pensilina e lunghe vetrate. Una quindicina di persone è seduta a una lunga tavolata: gli uomini in fondo, le donne al centro, i bambini sul lato più vicino alla porta. Saluto e, prima che faccia in tempo a presentarmi, mi dicono: «Vuole mangiare qualcosa?».

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Due televisioni campeggiano ai lati opposti dell’ambiente: una trasmette programmi per bambini, l’altra per adulti. Ma l’audio si sovrappone rendendoli entrambi incomprensibili: in questo unico stanzone, che scopro essere la sede della Pro Loco, trascorrono tutta la giornata persone di ogni età.

Delle 69 frazioni del Comune di Amatrice, la maggior parte è spopolata. Già prima del terremoto, durante l’inverno a Capricchia non rimanevano che una quindicina di cittadini. Ma il paesino si animava d’estate, ospitando fino a 500 abitanti: persone originarie di qui che si sono trasferite a Roma e tornano a trascorrere le vacanze nelle loro seconde case.

Proprio da questo attaccamento al territorio ha avuto origine la comune di Capricchia. Chi è nato qui, anche se non ci vive stabilmente, è affezionato ai vicini e non vuole che il paese – e con esso la speranza – venga abbandonato. Così, grazie alla solidarietà di chi sta in città, e senza dover aspettare i tempi eterni della macchina burocratica dello Stato, i 22 residenti si sono organizzati.

Da amici e conoscenti di Roma sono arrivati prima i container, poi qualche casetta e diverse roulotte. Un villaggio provvisorio è stato allestito nel piazzale all’entrata della frazione, appena fuori dalla zona pericolante. Qualcuno ha allacciato l’impianto elettrico della roulotte a quello della casa inagibile, altri entrano negli edifici pericolanti per usare il bagno.

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Le roulotte e le casette mobili vengono usate come camere: il luogo dove le famiglie hanno un po’ di privacy. Per il resto, la vita si svolge all’aperto e nella struttura della pro loco, che è stata allargata e accoglie una grande cucina. Dopo pranzo i bambini si alzano e vanno fuori a giocare insieme. «Qui tanta scelta non ne abbiamo mai avuta: o resti o te ne vai in albergo a San Benedetto» mi dice

Rossana a nome di tutti. «Noi della nostra decisione siamo sicuri: stiamo insieme come non siamo mai stati».
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