365 GIORNI NEI LUOGHI DEL TERREMOTO

CON LA CASA SE N’È ANDATO UN PEZZO DI VITA

27 aprile 2017
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Conosco Felice e Martina da 6 mesi. Quando sono arrivato all’Hotel Relax di San Benedetto del Tronto, lui mi ha colpito per la sua dolcezza. Prima di andare in pensione era appassionato di auto e faceva il meccanico. Sua moglie, mancata qualche anno fa, era di Accumoli e vivevano a Roma con la figlia Martina. Ed è stata proprio Martina, una volta finita la scuola, a innamorarsi di un accumolese e a decidere di trasferirsi. Poco dopo Felice e la moglie l’hanno seguita; così la famiglia si è riunita nel centro del paese, in due case a qualche decina di metri di distanza.

Dalla prima scossa di terremoto la famiglia vive in hotel, a San Benedetto, ma da Accumoli non sono mai mancati un giorno: andavano e tornavano finché c’è stato il campo tendato in paese. La casa dove abitava Felice con la moglie è crollata in autunno, quella di Martina è in piedi, ma inagibile. Quando li incontro casualmente mi dicono che per il giorno dopo è prevista la demolizione. Chiedo se li posso accompagnare e acconsentono.

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La mattina successiva camminiamo insieme a una squadra di Vigili del Fuoco verso il centro del Paese; a ridosso di una torre puntellata, proprio su un angolo della strada, c’è un bell’edificio storico. «Ecco» mi dice Martina «qui vivevo io». L’angolo è stato sbranato per permettere ai mezzi pesanti di passare in sicurezza lungo la strada. Le porte sono aperte sulla strada.

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Stiamo in piedi in quel crocevia, davanti alla casa; è una sensazione strana: stare accanto a due persone che osservano la propria abitazione in attesa che venga demolita. Purtroppo non ci sono alternative, l’edificio è inagibile. I Vigili del Fuoco aiutano Martina e Felice a recuperare quel che si può dallo stabile cadente: una piscina gonfiabile per i bambini, l’aspirapolvere, una cyclette… piccole cose senza importanza, ma che in un momento come questo diventano i cimeli di una vita rimasta intrappolata in una casa pericolante.

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Due Vigili del Fuoco esplorano l’edificio con un drone, poi arriva il momento del braccio meccanico: un camion occupa l’incrocio e piano piano inizia ad attaccare la casa con il suo puntone. È un processo lento, doloroso. La demolizione di ognuno dei muri svela una stanza della casa, di un’intimità che Martina guarda da lontano. Lei la filma composta col cellulare. «Quella parete l’ho dipinta io» mi dice piano appena compare un bagno dietro una parete crollata. La giornata passa lenta; i gesti del braccio meccanico sono dettati da considerazioni tecniche, eppure graffiano la crosta della memoria di queste persone.

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Dopo qualche ora si riesce a recuperare una grossa stufa a pellet che Felice e Martina avevano acquistato per l’inverno. I Vigili l’hanno coperta con dei materassi perché non venisse danneggiata durante la demolizione del tetto, l’hanno imbragata, estratta dall’alto e ora la calano in mezzo all’incrocio con la gru. È l’unico momento di soddisfazione per Martina e Felice ma anche per i Vigili. Poi la demolizione procede, con gli idranti che inondano le pareti diroccate per evitare che la polvere dei calcinacci renda l’aria irrespirabile. Martina e Felice restano lì fino alla fine. E io con loro, grato perché mi hanno permesso di rimanergli accanto in un momento così intimo e doloroso delle loro vite.

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