365 GIORNI NEI LUOGHI DEL TERREMOTO

10 MESI IN
ROULOTTE PER NON
LASCIARE IL LAVORO

10 Agosto 2017
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Da 10 mesi la cittadina di Ussita si è concentrata in uno slargo a ridosso dell’omonimo fiume. È una specie di piazza, con qualche albero in mezzo, attraversata da una strada. Gli edifici sono lontani e il posto è sicuro. Qui si sono trasferiti, appena dopo il sisma del 30 ottobre 2016, gli uffici del Comune e i servizi essenziali che non hanno mai smesso di funzionare: Vigili del Fuoco e Forestale.

In questa piazza ho incontrato Giuseppe per la prima volta, lo scorso marzo. Mi avevano parlato molto di lui: «Il geometra del Comune che per essere sempre presente al lavoro ha scelto di vivere in roulotte nella zona rossa». Fa capolino in un corridoio fra i container che dopo le scosse ospitano gli uffici dove lui lavora da 18 anni. «Ciao!» mi tende la mano, e sorride dietro un paio di occhiali da sole spessi. «Eri qui durante il terremoto?» gli chiedo. «Chi, io? Sì, certo. Sono qui da tutta la vita: abitavo a Visso da bambino, poi siamo venuti quassù quando avevo 13 o 14 anni. A Ussita sono cresciuto e non ho nessuna voglia di andarmene!».

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Giuseppe e i colleghi dell’ufficio tecnico del Comune si occupano della gran parte delle questioni diventate essenziali nel post-sisma: dalla delocalizzazione delle stalle per gli allevatori all’agibilità delle case. Mi rendo conto a prima vista che non è persona da perdersi d’animo. Mi porta a vedere quello che era il Comune di Ussita, in fondo a un lungo viale alberato nel centro storico: la facciata ottocentesca è crepata e l’edificio, che ancora contiene parte degli archivi, inagibile.

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Mentre Giuseppe mi accompagna alla nuova struttura che ospiterà il Comune, un bell’edificio a stecca rivestito in legno, gli chiedo: «In quanti siete rimasti a vivere qui?». «Non più di 3 o 4, non è facile: è rimasto poco o nulla. Il lavoro non manca, ma per il resto non c’è molto da fare: la sera si gioca a carte, comunque non ho mai letto così tanti libri come da quando vivo qui dentro». La roulotte gli è stata regalata dal Soccorso alpino della Regione Piemonte ed è parcheggiata poche centinaia di metri più a valle in una specie di controviale. Qualche metro sotto c’è il camper dove vive Valentina, la veterinaria.

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Dallo scorso marzo ho chiamato Giuseppe spesso. Energico e agguerrito lo è sempre stato, ma questa settimana l’ho sentito per la prima volta entusiasta: «Abbiamo due lotti per costruire un centinaio di casette, lavori nell’area commerciale, messe in sicurezza delle chiese. Tanta roba!». E lui? «Sono tornato a vivere ufficialmente a Ussita: io, Valentina e Patrizia abbiamo affittato insieme una casa agibile». Con loro è rientrata anche qualche famiglia, la comunità di Ussita si sta lentamente ricomponendo. «Dobbiamo riportare indietro tutta la popolazione evacuata. Per il ritorno di tutti si parla di settembre o ottobre» spiega Giuseppe. «Per ora siamo una cinquantina e già mi sembra di vivere in una metropoli rispetto ai mesi passati in cui eravamo in 3».

Anche l’ufficio di Giuseppe è stato ampliato per far fronte alla mole di lavoro legata sia alla messa in sicurezza di quello che è rimasto del paese sia alla costruzione delle casette: «Eravamo in due: la mia capa ed io. Ora siamo in 6, con 2 persone in arrivo… E di lavoro ce n’è per tutti».

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