La fecondazione eterologa è ancora un tabù

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    Credits: Corbis

    «Una data storica», «una svolta epocale». Erano queste le parole più pronunciate nel nostro Paese il 9 aprile di un anno fa, giorno in cui la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo il divieto di ricorrere all’eterologa: la tecnica di procreazione assistita che impiega ovuli o spermatozoi di donatori esterni per aiutare le coppie sterili a diventare genitori.

    Una decisione rivoluzionaria, dopo 10 anni di battaglie iniziate con la legge 40 del 2004, che proibiva l’eterologa, e proseguite con il fallimento del referendum abrogativo nel 2005. E con i viaggi all’estero di migliaia di italiani decisi ad avere un figlio. A un anno da quella sentenza, sono da poco nati a Roma i primi 2 gemelli concepiti in Italia con questa tecnica. Ma per tantissimi l’eterologa è ancora un miraggio.

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    L'attesa è lunghissima

    Dopo il verdetto della Consulta ci sono voluti altri 5 mesi perché fossero approvate, a settembre, le Linee guida a cui gli ospedali avrebbero dovuto attenersi. Ogni Regione, poi, ha stilato la propria delibera per mettere in pratica il regolamento nazionale. Risultato? Oggi gli aspiranti genitori possono ricorrere all’eterologa solo in una decina di Regioni. «La Toscana è stata la prima a partire. I pazienti pagano un ticket di 500 euro, il resto è coperto dal Servizio sanitario nazionale» spiega Maria Elisabetta Coccia, direttore della Procreazione medicalmente assistita all’ospedale Careggi di Firenze. «Finora abbiamo fatto 10 interventi e ne abbiamo 80 in programma nei prossimi 2 mesi. Le coppie in lista d’attesa sono già 2.000. A chi prenota adesso si dà appuntamento a ottobre 2016».

    A complicare le cose si aggiunge la differenza di costi. «Da noi l’eterologa è gratis. In un anno siamo arrivati a 24 fecondazioni» dice Carlo Bulletti, direttore dell’Unità di fisiopatologia della riproduzione dell’Ausl della Romagna a Cattolica (Rn). Mentre in Lombardia, anche se si va in un ospedale pubblico, pagano tutto i genitori: fino a 4.000 euro per l’intero trattamento, dalla visita iniziale all’inseminazione. Chi può si rivolge a una clinica privata, per velocizzare i tempi. «In pochi mesi abbiamo aiutato 15 coppie» nota Giuseppe Valenti, responsabile del Centro Genesi di Palermo. «I costi? In linea con le strutture come la nostra». Ovvero, dai 5.000 euro in su.

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    Non ci sono donatrici

    L’ostacolo maggiore si riassume in una frase impietosa che viene sussurrata nei reparti: «Manca la materia prima». In Italia i donatori di seme e di ovuli sono pochissimi. Lo sottolinea l’Aidagg, l’Associazione italiana per la donazione altruistica e gratuita di gameti: finora i volontari sono una cinquantina, meno di 10 le donne. «E dire che nell’80% delle coppie che vengono da noi sono le mogli ad avere problemi di infertilità» nota Maria Elisabetta Coccia del Careggi di Firenze. Per diventare donatrici occorre qualche settimana: si sostiene un colloquio con lo psicologo, una visita medica generale e una serie di esami ginecologici. Segue la stimolazione delle ovaie e, alla fine, il prelievo degli ovuli. «Le donne hanno paura: temono che sia una procedura dolorosa, soprattutto per le iniezioni di ormoni. Però non è così» dice Carlo Bulletti dell’Ausl della Romagna.

    I 10 anni in cui l’eterologa è stata vietata, dal 2004 al 2014, hanno anche impedito la creazione nel nostro Paese di banche di ovociti. E gli ospedali devono rivolgersi all’estero. «Abbiamo selezionato con un bando le 4 migliori banche straniere di gameti» spiega Coccia del Careggi di Firenze. Ma il Centro nazionale trapianti, che ne autorizza l’importazione, ha lanciato un’allerta sugli standard di sicurezza, allungando i tempi dei controlli. Così si cerca un’alternativa. Alcune strutture suggeriscono alle pazienti di trovare una donatrice, per esempio la sorella: un sistema diffuso in Francia e attualmente non vietato in Italia.

    «Noi proponiamo il “crossing” di gameti fra le coppie che si sottopongono all’eterologa: in pratica, una dona all’altra gli spermatozoi e riceve in cambio gli ovuli» dice Bulletti della Ausl della Romagna. «O chiediamo alle donne che fanno l’omologa, la fecondazione con il seme del marito, di donare gli ovociti in sovrannumero. Sono soluzioni-tampone, ma permettono di non bloccare tutto».

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    Le coppie continuano ad andare all’estero

    Uno degli scopi della sentenza della Corte Costituzionale era evitare che gli italiani fossero costretti a “emigrare” per fare l’eterologa. Tra ritardi e caos, però, le coppie hanno ricominciato a partire: lo dicono loro stesse su forum e blog, lo conferma l’Osservatorio sul turismo procreativo. Non solo. Nel nostro Paese aprono le succursali dei centri per la fecondazione stranieri. «Qui organizziamo la prima visita e i controlli. Ma in Italia la tecnica non è ancora decollata: perciò il trattamento si fa a Barcellona » spiega la ginecologa Federica Moffa dell’Istituto Marques, spagnolo, che per primo ha inaugurato un laboratorio a Milano.

    C’è un altro paradosso: la “dipendenza” dalle banche di ovociti oltreconfine. «In un anno abbiamo stipulato più di 20 contratti con cliniche e ospedali italiani» dice Enrique Criado, direttore di Ovobank, la maggiore struttura europea, con sede in Spagna. «Non è una compravendita di ovociti, che è vietata, ma una collaborazione. Seguiamo parametri rigidi di qualità e tracciabilità e verifichiamo insieme alla struttura italiana la compatibilità tra le caratteristiche fisiche dei genitori e quelle dei volontari, dal colore degli occhi alla carnagione».

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    Serve una legge (e una maggiore informazione)

    «Siamo indietro di 10 anni: 10 anni di silenzi e ostacoli, soprattutto da parte dei politici» osserva Filomena Gallo, avvocato e segretario dell’associazione Luca Coscioni, che ha assistito alcune delle coppie che hanno fatto ricorso alla Corte Costituzionale contro la legge 40. «Il ministero della Salute dovrebbe lanciare una campagna sull’eterologa, per far capire che non è un capriccio di chi è sterile. Poi occorre una norma specifica, che oggi manca, sul rimborso per i donatori: è giusto che lo ricevano, come succede in ogni Paese. Una cifra simbolica elimina il rischio che le persone lo facciano per arricchirsi, però le incentiva».

    Ma non contano unicamente norme e numeri. «Le famiglie sono sole, perché l’infertilità in Italia è ancora un tabù» dice Stefania Tosca, presidente della onlus Strada per un sogno, che aiuta chi si sottopone alla procreazione assistita. «Fanno i trattamenti di nascosto, senza dirlo a parenti e amici, e sono abbandonate a loro stesse dallo Stato. La legge 40 prevede l’assistenza psicologica, ma è una rarità. Rendiamola effettiva, ovunque. E parliamo di questi argomenti: il 15% degli italiani ha problemi di fertilità. È assurdo continuare a far finta di niente».

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    «Abbiamo scambiato i nostri gameti con un’altra coppia»

    ll sorriso di Elisa, 30 anni, è il simbolo rarissimo dell’eterologa che diventa realtà qui in Italia. «Avrò un figlio. Immagino già le sue manine che stringono le mie» racconta, anche se per motivi di privacy usa un nome di fantasia. «Anni fa mi hanno tolto le tube per l’endometriosi. E la maternità si è trasformata in un calvario: la fecondazione omologa non funzionava, le parole “eterologa” ed “estero” mi risuonavano in testa sempre più spesso. Finché ho sentito alla radio che la Consulta aveva cancellato il divieto, e sono tornata a vivere. Io e mio marito partivamo di notte in macchina dalla Lombardia per essere al mattino all’ospedale di Cattolica per i trattamenti». Qui Elisa ha fatto ricorso al crossing. «Io ho ricevuto gli ovuli da una donna il cui compagno aveva problemi di sterilità. Mio marito ha donato loro il suo seme. Non so nulla di queste persone e non vorrò mai conoscerle. Sì, mio figlio avrà un pezzo del loro Dna. Ma essere genitori è una questione di affetto. I bimbi sono di chi li cresce e li ama».

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    «Ho fatto l’omologa e ho regalato i miei ovuli in più»

    Lucia, 35 anni, coccola i suoi 2 gemelli di 6 mesi che aspettano la poppata. Ha lo sguardo sereno. «Ho cercato un figlio per 6 anni, vagando da una clinica all’altra. Finalmente ce l’ho fatta, con la fecondazione omologa, in una struttura pubblica milanese. Quando in sala parto ho sentito piangere i miei bimbi, ho capito che non avevo nient’altro da chiedere alla vita. Poi un paio di mesi fa, in un forum sulla procreazione assistita, ho letto della mancanza di donatrici. Ho pensato ai miei 10 ovuli in sovrannumero dopo la stimolazione ormonale, rimasti nella banca dell’ospedale. Avevo 3 anni di tempo per decidere cosa farne: ci ho messo un istante e ho scelto di donarli a chi ne ha bisogno. Ogni anno migliaia di donne ricorrono all’omologa. Se tutte donassero come me, l’eterologa sarebbe realtà».

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    «Sono diventata donatrice due settimane fa»

    «Ho donato i miei ovuli». Angela ha 32 anni e una vita tranquilla nella provincia di Rieti, tra ufficio e fidanzato. «Ma quando leggevo sui giornali del calvario che devono affrontare le ragazze sterili provavo una fitta al cuore. Tante hanno la mia età. Così ho pensato di aiutarle. È stata una scelta irrazionale, immediata. Mi sono informata in una clinica e ho deciso, anche se il mio ragazzo non era d’accordo. Ho fatto il colloquio con lo psicologo, la visita medica, gli esami del sangue e quelli ginecologici. Poi 10 giorni di iniezioni di ormoni per stimolare le ovaie. E alla fine, 2 settimane fa, un piccolo prelievo in anestesia: è durato 15 minuti, non ho sentito nulla. Il rimborso? Non l’ho ricevuto, ma non mi importa. Non ho mai avuto dubbi sulla mia decisione. Rifarei tutto».

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Il 9 aprile del 2014 la Corte Costituzionale ha abolito il divieto per le coppie sterili di ricevere ovuli o spermatozoi altrui. Eppure, a un anno dalla sentenza, gli ostacoli restano tantissimi. Uno su tutti: la mancanza di donatrici

La testimonianza di Alice
«Il mio sogno è già svanito tante volte. Non può accadere ancora». Alice Focà, di Latina, ha 33 anni e ha trascorso gli ultimi 4 alla ricerca di un figlio. «Nel 2012 mi hanno tolto le ovaie: tumore maligno, secondo la diagnosi. Ma era sbagliata. La possibilità di diventare madre naturalmente si è infranta in quella sala operatoria dove mi hanno portata troppo in fretta. Ho provato l’eterologa in Belgio con gli ovuli di mia sorella: nessun risultato. I miei genitori mi dicevano di rassegnarmi, solo mio marito Diego mi stava vicino. Nel 2013 siamo partiti per la Spagna e al terzo tentativo sono rimasta incinta. È stato il momento più emozionante della mia vita. Ma il piccolo è nato al sesto mese ed è morto dopo 3 giorni per un’infezione. Quando la Corte Costituzionale ha dato il via libera all’eterologa in Italia, ho chiesto informazioni in Toscana. Mi sono trovata di fronte a liste d’attesa lunghe mesi. E alla prospettiva di far arrivare gli ovuli dall’estero, dato che in Italia mancano le donatrici. Perciò racconto la mia storia: per far capire che da noi non è ancora possibile fare l’eterologa. Io tornerò in Spagna, il mio sogno si realizzerà lì».

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