Avrebbero agito perché si annoiavano i due ragazzi di 16 e 17 anni che, a bordo di una minicar nera, avrebbero seminato il panico per le vie del quartiere di Monteverde a Roma, investendo pedoni e persone a bordo di monopattini elettrici, come Davide Iacopini. Mentre l’attore è tuttora ricoverato in terapia intensiva all’ospedale San Camillo, i due minorenni sono stati identificati e viene loro contestato anche il tentato omicidio. Un’accusa pesantissima, che fa riflettere soprattutto per la motivazione che li avrebbe spinti ad agire, loro che – come spesso accade in questi casi – sono descritti come “bravi ragazzi”.
Aggressioni “per noia”
«Quella notte ci siamo divertiti così», avrebbero confessato i due giovani, che tra il 4 e i 5 ottobre hanno terrorizzato i quartieri di Monteverde e Testaccio. Il 17enne, proprietario del mezzo con l’adesivo di un cobra rosso che ne ha permesso l’individuazione, è figlio di un carabiniere e, per un drammatico scherzo del destino, sono stati proprio i suoi colleghi della Compagnia di Roma San Pietro a indagare sulle aggressioni, arrivando al figlio. Il 16enne che era con lui sul sedile passeggero nelle scorribande stradali, vive poco distante dall’amico. La madre di quest’ultimo, indagato con il 17enne, è intervenuta chiedendo scusa.
Le scuse di una madre: «Mio figlio non è un mostro»
«Mio figlio dovrà assumersi le sue responsabilità, ma non è un mostro», ha dichiarato la donna in una intervista al quotidiano La Repubblica, aggiungendo: «Vorrei parlare con la mamma di Davide Iacopini e chiederle scusa». Le scuse sono arrivate anche dalla madre del 17enne che ha spiegato di non essersi accorta di niente. Entrambe le donne sono state dai carabinieri, contribuendo alle ammissioni dei ragazzi: «Quella minicar non è nostra, una minicar non possiamo permettercela, ma ricchi o poveri non ti salvi da quel che la vita ti sbatte in faccia. Mio figlio era su quell’auto, da martedì notte purtroppo lo so e ora dobbiamo farci i conti», ha riferito la donna. «Ho passato tutta la notte con lui, a parlargli, a capire», ha raccontato.
Il dramma dei ragazzi e delle madri
«Non volevano dare nessuna bastonata, mio figlio mi ha raccontato che nelle loro intenzioni doveva essere uno scherzo: spaventare i passanti», ha aggiunto ancora la donna, sottolineando che i due «non dovevano farli quegli scherzi, non dovevano. In quel momento non hanno capito che fosse grave. Dopo aver letto cos’era successo, si sono terrorizzati». Proprio le motivazioni e la sottovalutazione della gravità del comportamento dei giovani sono ora al vaglio delle autorità, ma tutto ciò spinge anche a riflettere su quella che viene ormai tutta classificata come“violenza minorile”. Una definizione a cui si accompagna spesso anche la sensazione che i ragazzi agiscano per “noia”.
La “noia” dei ragazzi: alibi o problema?
«La noia è quasi sempre la parola sbagliata. O, meglio, la parola più povera che i ragazzi hanno a disposizione per raccontare qualcosa che non sanno nominare. Dietro un “ci annoiavamo” può esserci un vuoto relazionale, una rabbia senza destinatario, la ricerca di un’emozione forte che interrompa la sensazione di non contare», spiega l’antropologa e consulente familiare Cristina Berrettini. «Questo non rende l’atto meno grave: tentato omicidio non è divertimento. Ma ci obbliga a non fermarci alla motivazione dichiarata. La domanda vera non è “perché si annoiavano?”, bensì: che cosa mancava loro, prima, perché la violenza potesse apparire come l’unico modo di sentire di esistere?», aggiunge Berrettini
Il peso del gruppo
Berrettini, però, spinge oltre la riflessione: «Nell’episodio di Monteverde credo che la domanda più importante riguardi il contesto di piccolo gruppo in cui si sono mossi. Non abbiamo, per ora, prove di una banda organizzata, ma la minicar era resa riconoscibile da un adesivo con un cobra rosso, un simbolo che, secondo chi l’ha creato, sarebbe diventato tra alcuni giovanissimi un segno di appartenenza e di status. L’adolescenza è anche il tempo in cui gli amici diventano una specie di fratellanza elettiva, con i propri codici, le proprie prove di coraggio, le proprie gerarchie implicite. In condizioni sane, quel legame protegge e sostiene, ma c’è sempre il rischio che la paura diventi sfida, il gioco si faccia crudele e il rito di riconoscimento si trasformi in trasgressione».
Nel gruppo viene meno la responsabilità
Il gruppo, quindi, «offre un alibi potente: “era per divertirci”, “era una sfida”, “tutti lo facevano”. Nessuno si sente pienamente autore, perché l’azione è condivisa, osservata, forse persino desiderata come qualcosa da raccontare». Rispetto al passato, però, è anche più visibile: «Prima l’esperienza di gruppo era più spesso locale, fisica, raccontata a voce. Oggi si estende nel digitale: un gesto può essere filmato, condiviso, commentato, trasformato in traccia. Non si tratta soltanto di affermarsi davanti ai coetanei presenti, ma di produrre qualcosa che circoli, che lasci un segno, che dia visibilità – sottolinea l’antropologa – La violenza, quindi, rischia di perdere il peso morale che avrebbe davanti a uno sguardo adulto. È come dire “Guardate che cosa abbiamo fatto, guardate che siamo stati capaci di fare paura», spiega Berrettini.
Famiglie spezzate: perché non ci si capisce
Intanto le parole delle madri lasciano intendere la “sorpresa” (amara) nello scoprire che gli autori delle aggressioni erano proprio i loro figli. Inevitabile il senso di disagio e frustrazione che qualsiasi genitore potrebbe provare, se non di colpa: «Il senso di inadeguatezza può diventare paralizzante se conduce solo alla vergogna. Può diventare invece un punto di partenza se spinge a una domanda diversa: non soltanto “che cosa ho sbagliato?”, ma “che relazione possiamo ricominciare a costruire adesso?», chiarisce Berrettini, anche dal punto di vista della sua esperienza di consulente familiare, proprio a Roma.
Cosa rischiano i minorenni
Al momento, intanto, i minorenni sono indagati per tentato omicidio per l’aggressione a Iacopini, ma devono rispondere anche degli altri episodi, se confermati, per i quali potrebbero essere contestati i reati di lesioni personali, con eventuali aggravanti. Anche se a sferrare i colpi ai passanti è stata una sola persona, l’amico potrebbe avere una responsabilità penale per concorso morale, anche solo se era alla guida della microcar o se ha ideato le aggressioni o vi ha assistito senza intervenire per fermare l’autore materiale. Ora i ragazzi sono denunciati a piede libero, ma la Procura potrebbe chiedere le misure cautelari, come la detenzione negli istituti di pena minorile, il collocamento in comunità o la permanenza domiciliare.
Dal carcere alla messa alla prova
Trattandosi di minori, comunque, in caso di condanna l’obiettivo rimarrà non solo la sanzione del comportamento, ma anche la sua rieducazione. Per questo la legge prevede lo strumento della messa alla prova: il giovane può, quindi, seguire un percorso educativo, affiancato e supportato dai servizi competenti, anche prevedendo la possibilità di attività riparative nei confronti delle vittime. In questo caso, a iter concluso positivamente, il reato viene dichiarato estinto. Ma, al di là di ciò che verrà deciso da un punto di vista processuale, rimane da ricostruire anche il rapporto privato e familiare.
Tornare a un equilibrio e una serenità familiare
La domanda, infatti, è come tornare a un equilibrio familiare e come ritrovare serenità nel rapporto tra genitori e figli. Per Berrettini la risposta sta proprio nel tentativo di ripartire: «Anche dopo un fatto gravissimo, un genitore può fare una cosa essenziale: non scomparire, non umiliare, non ridurre il figlio al gesto compiuto, e insieme non fingere che nulla sia accaduto», esorta l’esperta, che aggiunge: «Un genitore può dire: “Non condivido né giustifico quello che è successo, ma voglio capire che cosa provavi, che cosa ti sembrava possibile, perché ti sei sentito così”. Non significa assolvere il figlio: significa restituire al gesto una storia e impedire che resti soltanto un atto incomprendibile. La soluzione, comunque, non è soltanto però a carico della famiglia, ma serve costruire una rete di adulti credibili».