In Italia prende avvio la prima class action inibitoria contro le grandi piattaforme social: Meta (Facebook e Instagram) e TikTok. Un gruppo di sedici genitori, assistiti da un team legale e sostenuti dal Moige (Movimento italiano genitori) ha deciso di portare davanti al tribunale di Milano un’azione collettiva contro i colossi del web. L’obiettivo è proteggere i minori da pratiche considerate dannose e illegali che, secondo i promotori, mettono a rischio salute e sviluppo dei ragazzi.
Bambini e adolescenti sempre più esposti
Come riporta La Stampa, le storie raccolte nel ricorso mostrano un quadro allarmante. Un bambino di dieci anni ha aperto di nascosto un profilo e oggi trascorre fino a undici ore al giorno online. Un quattordicenne, dopo essersi appassionato alle sfide estreme, ha cambiato carattere e comportamento, diventando aggressivo a casa e a scuola. Persino i sistemi di controllo parentale non bastano più: molti ragazzi gestiscono profili «ombra» che sfuggono alla supervisione degli adulti.
Il caso più drammatico
Tra i partecipanti alla class action ci sono anche i genitori di una dodicenne che si è tolta la vita. Sospettano che l’esposizione prolungata ai social abbia aggravato il suo stato emotivo. Nelle ultime storie pubblicate dalla ragazza comparivano contenuti inquietanti, come gruppi che celebrano anniversari di morte. Meccanismi semplici, come l’uso di dieresi nelle parole vietate, permettono di aggirare i controlli e mantenere online contenuti pericolosi che dovrebbero essere rimossi.
Il ricorso contro i social e i suoi obiettivi
Depositato a luglio, il ricorso sarà discusso in prima udienza il 12 febbraio 2026. I genitori chiedono al giudice di imporre alle piattaforme il rispetto rigoroso dell’obbligo di verifica dell’età e il divieto di accesso ai social per chi ha meno di 14 anni. Sostengono che oggi sia troppo facile aggirare le regole, favorendo l’iscrizione illegale di minori e compromettendo la protezione pensata dal legislatore.
I dati degli studi scientifici
Al ricorso sono allegati studi che confermano il fenomeno. Una ricerca dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale su quasi mille preadolescenti tra i 10 e i 14 anni evidenzia che nove su dieci usano i social e che quasi la metà dei genitori non esercita alcun controllo. Un altro studio condotto da due atenei italiani, l’Università Vita-Salute San Raffaele e l’Università degli studi di Trento, indica che oltre il 40% dei ragazzi tra gli 11 e i 13 anni ha un account sui social senza avere l’età minima e che circa il 20% dei bambini tra i 9 e i 10 anni è già presente sulle piattaforme.
Gli algoritmi che creano dipendenza
La seconda richiesta avanzata al tribunale riguarda la rimozione delle pratiche considerate «addictive». Secondo i genitori, funzioni come lo scroll infinito e i sistemi di raccomandazione sfruttano i meccanismi della dopamina per trattenere gli utenti online, con effetti devastanti sui più piccoli. Chiedono che tali strumenti vengano disattivati per tutelare la salute mentale dei minori. La terza istanza è che le piattaforme siano obbligate a fornire avvisi chiari sui rischi dell’uso prolungato, in modo simile alle avvertenze sui prodotti farmaceutici. Secondo i promotori della class action, è necessario che l’utente, soprattutto se giovane, sappia a cosa va incontro quando passa ore davanti allo schermo.
Gli effetti dell’abuso dei social
Accanto all’azione inibitoria, i genitori stanno valutando anche una richiesta di risarcimento collettivo. Nel ricorso sono elencati gli effetti dell’abuso dei social: isolamento, difficoltà nelle relazioni reali, perdita della capacità critica, dipendenza digitale, alterazione del sonno, calo del rendimento scolastico, irritabilità e manipolazione emotiva. Per i promotori, non si tratta più di casi isolati ma di un fenomeno diffuso e preoccupante.