La rassegna La Toscana delle donne, quest’anno, sarà un inno alla libertà. È infatti questa la parola scelta come fil rouge della manifestazione fortemente voluta e promossa dalla capo di gabinetto della presidenza della Regione Toscana, Cristina Manetti, e giunta alla sua quarta edizione.

Dal 16 al 25 novembre – a Firenze e in tutta la Regione – si terranno incontri, spettacoli e dibattiti per riflettere sul ruolo delle donne oggi, (ri)mettendo al centro del dibattitto non solo il tema della parità di genere, ma anche e soprattutto il modo in cui la libertà delle donne plasma e attraversa la società: il lavoro, i ruoli familiari, l’indipendenza economica, la relazione con il corpo, le scelte che ancora facciamo fatica a compiere senza doverle giustificare. Anche quest’anno il programma è ricco di temi e linguaggi: dalla serata inaugurale al Teatro Verdi con Chiara Francini, Simona Molinari ed Edoardo Leo, alle visite straordinarie al Fondo Oriana Fallaci e agli spazi storici di Palazzo Cerretani, aperti eccezionalmente con il Fai il 18/11. Il 20 novembre, in Piazza Duomo, il Villaggio della Salute offrirà screening gratuiti e supporto informativo su prevenzione e violenza di genere, mentre il 25 novembre, Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, la piazza si illuminerà di rosso con il Coro Femina e l’installazione luminosa di Marco Lodola, prima che Ambra Angiolini porti in scena a Pontedera Lo stupro, il famoso monologo di Franca Rame. «La libertà è qualcosa che sembra acquisita, ma che invece è sempre fragile» racconta Manetti. «È come una campana che suona: dobbiamo continuare a tenerci in ascolto».

Che cosa significa per lei, oggi, la parola libertà?
«Significa soprattutto ricordare che nulla è per sempre. I diritti non sono mai davvero “acquisiti”, ma sono qualcosa che richiede una cura costante. Guardiamo a quello che accade nel mondo: ogni volta che la libertà arretra, le donne sono le prime a perdere spazio, voce, sicurezza. Per me libertà significa poter scegliere: chi essere, dove stare, come lavorare, come amare. Significa non dover chiedere permesso per esistere».

La libertà è qualcosa che sembra acquisita, ma che invece è sempre fragile. È come una campana che suona: dobbiamo continuare a tenerci in ascolto

Nel suo libro A Penelope che prende la valigia, pubblicato quest’anno da Giunti editore e dedicato a sua figlia, lei racconta una maternità che non idealizza ma accoglie. Come si concilia tutto?
«Non sempre si concilia. E credo che il primo passo sia dirlo, perché il senso di colpa è una delle catene più forti che abbiamo costruito nei secoli. In questo senso servono sicuramente politiche che aiutino concretamente le donne, tant’è che in Toscana abbiamo reso gratuiti gli asili nido per tutti i nuclei familiari con bambini e bambine residenti in Toscana, fino a 3 anni, con Isee fino a 40mila euro. Ma serve anche e soprattutto un cambiamento culturale. Io ho trovato un equilibrio grazie a un marito collaborativo, partecipe davvero e determinato a superare gli stereotipi che gravano e soffocano anche gli uomini. Perché dove sta scritto che anche un padre non debba aver voglia di passare il tempo con i suoi figli e cucinare? Esistono gabbie culturali che rinchiudono tutti e abbattere gli stereotipi femminili fa bene a tutta società. La libertà passa anche da qui, dal permettere agli uomini di vivere la loro parte di cura senza doversi sentire “eccezionali”».

La sua esperienza ai vertici della politica regionale l’ha portata a scontrarsi con il famoso “tetto di cristallo”?
«Sì, ma il punto non è che una, due o dieci donne arrivino in alto: il punto è fare in modo che non restino da sole lì sopra. Mi spiego: attualmente, nella politica italiana, abbiamo sia una donna a capo del governo sia una donna a capo dell’opposizione. Ed è un fatto bellissimo, che va e fa benissimo, perché quelle due donne rappresentano anche un modello per le nuove generazioni. Ma quante donne non riescono proprio a entrare, restare, crescere in ambito lavorativo? O a farlo senza dover sacrificare la loro vita privata e familiare? Se una donna su quattro lascia il lavoro dopo la maternità, significa che il sistema, alla base, non funziona».

Quanto conta, anche in questo senso, la sorellanza, ossia il sostegno tra donne?
«Conta moltissimo. Ma servono anche uomini alleati. La mia prima grande fiducia professionale è arrivata proprio da un uomo, il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani. La libertà non è una battaglia di genere: è una battaglia di società».

La libertà passa anche da qui, dal permettere agli uomini di vivere la loro parte di cura senza doversi sentire “eccezionali”

La manifestazione La Toscana delle donne è giunta quest’anno alla sua quarta edizione. C’è una storia in particolare, tra quelle affrontate in questi anni, che non dimenticherà mai?
«La lotta delle ragazze iraniane contro il regime teocratico nel loro Paese: le proteste scaturirono in seguito alla morte di Mahsa Amini nel 2022, e la Regione Toscana si è subito schierata a fianco della comunità iraniana per chiedere la cessazione immediata degli arresti e delle esecuzioni dei manifestanti. Narges Mohammadi, una delle voci più importanti del dissenso in Iran, nel 2023 vinse il Premio Nobel per la pace e non poté neanche ritirare il premio a Oslo perché detenuta, e lo è tuttora. E poi le due cicliste afghane, le sorelle Fariba e Yuldulz Hasmini, a cui l’anno scorso abbiamo conferito il premio Pegaso de La Toscana delle Donne, per il loro coraggio e la loro lotta contro la discriminazione e per la libertà. Solo guardandole in volto ho capito davvero che cosa voglia dire essere veramente libere».

Che cosa vorrebbe che sua figlia ricordasse, un giorno, di questa manifestazione?
«Che abbiamo portato avanti una staffetta. Che siamo il tratto di una strada iniziata dalle nostre nonne e bisnonne e che continuerà ancora a lungo. Perché la libertà è una valigia da passare di mano in mano: piena di diritti già conquistati, ma anche di quelli che ancora dobbiamo ottenere».