Oriana Fallaci Sitting at Typewriter
Original caption: This is a photograph of Oriana Fallaci, the famous novelist and journalist. --- Image by © Bettmann/CORBIS

Le mie (tre) telefonate con Oriana Fallaci

Le critiche alla fiction di Rai 1 erano prevedibili. Oriana Fallaci era molto altro. A me sono bastate tre telefonate con lei per capire la sua forza e la sua fragilità

Dopo la prima puntata di lunedì, ho letto le feroci ma prevedibili, critiche sulla fiction L'Oriana di Rai 1 e martedì mi sono decisa a vedere la seconda.

Perché ho detto prevedibili? Perché chi come me ha conosciuto Oriana Fallaci lo poteva dare per scontato questo flop. Vittoria Puccini è bella e intensa, ma la Fallaci era molto altro, aveva il fuoco dentro e la sua vita non è traducibile in una fiction.

Dire che l'ho conosciuta forse è esagerato. In realtà con lei ho scambiato solo tre telefonate, ma vi garantisco che mi sono bastate per capire la sua complessità psicologica. Le sue paure, la sua diffidenza, la sua fragilità, la sua grandezza, la sua intelligenza.

Durante il gavettone precedente al mio esame di giornalismo, ho fatto di tutto. Lavoravo in Rizzoli, oggi RCS, e capitò, di punto in bianco, che mi spedissero per qualche mese a Roma in occasione del trasferimento del settimanale L'Europeo. Cercavano qualcuno che impiantasse ex novo l'archivio giornalistico e fotografico della redazione. Un lavoro stupendo, credetemi, per il quale ero molto portata e per questo, oltre al fatto che conoscevo bene inglese e francese, mi fu offerta subito quell'opportunità.

Fu un periodo straordinario durante il quale ho conosciuto personaggi straordinari. Ma questa e un'altra storia.

Appena messo piede nella redazione di Roma, il capo redattore, prima di tutto il resto, mi avvisò che sicuramente sarei stata contattata da Oriana Fallaci per la richiesta di materiale informativo e fotografico per i suoi articoli. Ma, attenzione: anonimamente. Ovvero, avrei ricevuto delle telefonate da una signora che mai si sarebbe palesata, alla quale dovevo (senza discutere) cercare personalmente e poi fornire tutto ciò che chiedeva e, nel più breve tempo possibile, preparare una busta con foto e ritagli di articoli italiani e internazionali (era il 1979, non si usavano ancora i computer!) e lasciarla senza referenze in portineria.

Questa cosa mi agitò moltissimo. Ero arrivata da poche ore, l'archivio non esisteva, le tre persone che coordinavo dovevano resettarsi su un lavoro tutto nuovo per loro, che pure si occupavano da anni dell'archivio Rizzoli di Roma. A pranzo ne parlai con Gianfranco Moroldo che conoscevo bene, il mitico fotoreporter che l'ha accompagnata in tutte le sue missioni nel mondo comunicando solo in milanese stretto. «Ti con l'Oriana parla no, fa' minga dumande e laùra», mi consigliò. Comunque, per un po' non successe nulla e quasi quasi mi dimenticai della Fallaci.

Addirittura pensai che si trattasse di uno scherzo, finché una mattina presto la signora chiamò: "Sei Susanna? La nuova?". I  colleghi l'avevano sempre descritta in dettaglio. Ne mimavano i gesti, la voce arrochita dal fumo. Capì subito che era lei e risposi pronta: «Mi dica, di che cosa ha bisogno?». Accennò velocemente e quasi sottovoce le fonti che le interessavano senza dire naturalmente per cosa le servivano e ribadendomi più volte di non riferire a nessuno le sue richieste.

A tratti, facevo fatica a capirla e le chiedevo di ripetere, allora diventava sgarbata, alzava la voce: «Ma tu capisci quello che dico? Sai come muoverti? Sei una ragazzina...». Io tremavo, ma le tenni testa fino alla fine della telefonata incassando con l'unica arma possibile: la gentilezza.

Persi il resto della giornata affannata nella ricerca che mi aveva chiesto, poi preparai la busta anonima con la scritta: "da Susanna" e la affidai al portiere che mi fece un occhiolino d'intesa.

Non ne seppi più nulla, ma il giorno dopo, il caporedattore mi fece i complimenti: quando alla busta seguiva il silenzio (raro) significava che “lei” era soddisfatta.

Ci furono altre due telefonate tra me e Oriana Fallaci prima del mio rientro a Milano. Nell’ultima, la signora anonima mi regalò una delle più gratificanti soddisfazioni della mia carriera. «Mi dicono che te ne vai. Peccato, mi sono trovata abbastanza bene con te».

 

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