Claudia Pandolfi confessa: «Anche a me, a volte, è capitato di odiare mio figlio»

15 12 2011 di Mattia Carzaniga
Credits: EPA/CLAUDIO ONORATI

Claudia Pandolfi, che pure adora il suo bimbo di 4 anni, non ha paura ad ammetterlo: a tutte le mamme succede di sentirsi inadeguate e arrabbiate. Per questo lei, nonostante le polemiche, è orgogliosa di avere interpretato il film Quando la notte. E di avere rotto così il tabù della maternità perfetta

«Ho sempre venerato Cristina, sono fiera di questo film». Claudia Pandolfi fa spallucce, o quasi, sulle polemiche che hanno investito il film di cui è protagonista: Quando la notte, diretto da Cristina Comencini a partire dal suo omonimo romanzo. Dopo avere ricevuto i fischi dei critici e gli applausi del pubblico all’ultima Mostra del cinema di Venezia, la pellicola è arrivata nelle sale tra mille polemiche, nonostante l’iniziale divieto ai minori di 14 anni, per “la violenza della madre sul suo bambino”, sia poi stato revocato. Sullo schermo la Pandolfi è Marina, una giovane donna che lascia il marito e la città per portare il figlio asmatico in una casa in montagna. Qui conoscerà Manfred, interpretato da Filippo Timi, burbera guida alpina con cui nascerà una sommessa passione. Ma sempre qui dovrà confrontarsi con i suoi demoni, che la spingeranno a compiere un gesto estremo... Claudia, 37 anni il 17 novembre, mamma di Gabriele, 5 a dicembre, non può fare a meno di sentirsi molto coinvolta nella storia.
Il film Quando la notte affronta un tema decisamente delicato: il fatto che una madre possa arrivare a odiare suo figlio.
«Marina non è la prima mamma che prova un sentimento del genere. Succede a tutte le donne che vivono questa esperienza così assoluta: il corpo che si stravolge e dopo torna normale... E poi di colpo trovarsi accanto un essere umano che ha bisogno di te 24 ore su 24, mentre tu non hai bisogno 24 ore su 24 di lui».
D. Lei come ha affrontato la maternità?
R. «Non sempre bene. Trovare serenità nella vita quotidiana dopo il parto non è scontato, la normalità può essere uno stress, un disagio. A volte, quando mio figlio piangeva, non sapevo che cosa fare e mi chiedevo: ma dove cavolo sta il mio istinto materno?».
D. Ha trovato una risposta?
R. «Più o meno. Ho capito che non bisogna stare per forza a sentire ciò che dicono le convenzioni sociali. Alla figura della madre si è soliti attribuire un atteggiamento di sicurezza, una patina di eroismo. La donna diventa la colonna portante, il simbolo stesso della famiglia, a lei vengono delegate tutte le responsabilità. Non si pensa mai che noi donne possiamo avere un momento di difficoltà, un cedimento. Se non ci si nascondesse dietro all’idea della maternità perfetta, e si parlasse più spesso di questi problemi, penso che si salverebbero anche molti matrimoni».
D. Oggi come si rapporta a suo figlio?
R. «Gli insegno a essere il più possibile indipendente, gli faccio capire che non ci sarò sempre io al suo fianco... E spero che non diventi un mostro!» (ride).
D. Nel film la solitudine della protagonista Marina è amplificata dall’ambientazione in alta montagna.
R. «Anch’io durante le riprese ho avvertito quell’isolamento e ho dovuto sciogliere un nodo che avevo dentro di me. Mi sono trovata lontana da mio figlio e sono stata quasi costretta a dirottare l’amore che provo per lui verso i tre gemellini che interpretano il mio bambino nel film. E loro si sono legati moltissimo a me, al punto che alla fine mi chiamavano “tata”».
D. Si dice che Cristina Comencini non sia una regista facile.
R. «Di certo con lei non ci si diverte: in ogni momento ti spinge a mantenere alta la concentrazione sul film. È stato come avere accanto una madre severa. Mi è capitato spesso di provare rabbia nei suoi confronti ma, paradossalmente, quando la sentivo troppo accondiscendente e “morbida” non mi piaceva: la sua autorità era utile per me».
D. Al cinema è arrivata per caso, o almeno così racconta. E adesso è una diva.
R. (Ride) «C’ho il vestito firmato (Giorgio Armani, ndr), ma la mia casa è sempre della banca! Comunque, è vero: avevo 17 anni, Michele Placido mi trovava giusta per un ruolo in Le amiche del cuore. Non pensavo che avrei continuato: volevo fare la ginnasta, per questo all’inizio recitare mi creava parecchi problemi. Non ho fatto nessuna scuola, il mio unico vero maestro è stato Paolo Virzì, che mi ha diretta nel 1997 in Ovosodo e l’anno scorso ne
La prima cosa bella».
D. Avere talento, però, aiuta.
R. «Ci vuole talento per tutto, anche per fare le lasagne. Io non mi sono mai sentita brava di natura, se vengo lasciata a briglia sciolta mi blocco, ho bisogno di essere guidata».
D. Anche nella vita?
R. «Diciamo che ho un carattere fin troppo solare: mi serve accanto qualcuno che canalizzi la mia verve!».

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