Jeffrey Epstein: nella mente di un predatore

A Jeffrey Epstein, il miliardario suicidatosi in cella nel 2019, è dedicato un docufilm che scoperchia 25 anni di abusi su ragazzine e di favori sessuali ai ricchi e famosi

Non basta far passare il tempo perché una vittima si consideri sopravvissuta. Nel 1996 Maria Farmer, studentessa d’arte e di belle speranze, denunciò di essere stata violentata, insieme alla sorella 16enne Annie, dal miliardario newyorkese Jeffrey Epstein: né la polizia né l’Fbi reputarono le imputazioni meritevoli di ulteriore indagine. In compenso l’esistenza delle 2 sorelle venne congelata. Solo nel luglio del 2019 Annie Farmer è riuscita a guardare in faccia Jeffrey Epstein in un’aula di tribunale: arrestato per sfruttamento della prostituzione, in seguito a dozzine di accuse, incassava la sentenza del giudice Richard Bernard che gli negava la cauzione. Avrebbe trascorso il resto dei suoi giorni in galera.

Chi è Jeffrey Epstein

Le ragazze venivano adescate dalla compagna del finanziere, con l’illusione di facili guadagni. Quello che è successo tra il 1996 e il 2019 è raccontato in Jeffrey Epstein: Filty Rich, docuserie Netflix tratta dal libro di James Patterson Sporco Ricco, appena pubblicato in Italia da Chiarelettere: 4 ore dense di procedimenti penali e testimonianze. Alla fine degli anni ’90 Jeffrey Epstein era un personaggio in irresistibile ascesa, anche se nessuno sapeva bene come fosse riuscito a fare tutti quei soldi. Faccia tosta, zero scrupoli, un’intelligenza formidabile al servizio di smodate ambizioni. Nel ritratto scritto dalla giornalista americana Vicki Ward per Vanity Fair nel 2003 – lo stesso articolo dal quale la storia delle sorelle Farmer venne tagliata prima di andare in stampa – Jeffrey Epstein emerge rampante e talentuoso, insaziabile, eticamente disinvolto, con una passione per la fisica teorica e le ragazze molto giovani. Troppo giovani? Nessuno osava porre la questione in pubblico. Del resto, erano appunto ragazzine, e pure povere. Venivano reclutate secondo uno schema piramidale da Ghislaine Maxwell, compagna di vita e grimaldello sociale di Jeffrey Epstein. Orfana di un discusso magnate inglese, Ghislaine aveva accesso ai salotti più esclusivi (andava a scuola con Sarah Ferguson e in barca con Donald Trump) e un formidabile fiuto per individuare tra studentesse e cameriere quelle più fragili, da adescare con l’illusione di facili guadagni – un massaggio: 200 dollari – per ridurle a oggetti sessuali e procacciatrici di nuove vittime. Grazie a una routine di promesse, ricatti e minacce, per decenni Maxwell ha garantito a Epstein i suoi 3 orgasmi quotidiani, e un vivaio di teenager per intrattenere gli ospiti ovunque fossero: nella casa di New York o di Londra, nella villa a Palm Beach o nel ranch in Ohio.

Chi erano i ricchi e famosi coinvolti con lui

Ghislaine ha negato ogni coinvolgimento e oggi è irrintracciabile. Ricostruire gli snodi cruciali della sua rete di pedofilia e mutua protezione è ancora impossibile. Tutte le proprietà erano tappezzate di telecamere nascoste per riprendere ogni angolo di ogni stanza, ogni violenza, ogni nefandezza. Questi video compromettenti – sostiene l’accusa – erano l’assicurazione di Epstein, se non sulla vita, almeno sull’impunità. L’agendina dei suoi contatti è un “little black book” da anni molto chiacchierato. Di recente gli hacker di Anonymous hanno pubblicato sul web 91 pagine di nomi, ma di fatto nessuna novità: da Andrea di York a Tony Blair, da Harvey Weinstein a Naomi Campbell, ci sono tutti i ricchi della sua generazione. Unire i puntini per disegnare una mappa realistica di quali fossero gli snodi cruciali di questa rete di pedofilia e mutua protezione (e quali nomi invece solo ordinaria mondanità) è ancora impossibile. Ma alcuni sembrano più coinvolti di altri. Dopo il primo arresto, nel 2008, Epstein se la cavò con soli 13 mesi di prigione part-time: un patteggiamento incredibilmente favorevole reso possibile dall’allora procuratore federale della Florida Alex Acosta, poi ministro del Lavoro nell’amministrazione Trump. Erano quantomeno buoni amici.

La morte in carcere: suicidio o complotto?

Sedici vittime hanno avuto il diritto di raccontare in tribunale la loro storia. E di essere finalmente credute. Il secondo arresto è differente. Dopo la cauzione negata, il 10 agosto 2019 Jeffrey Epstein viene trovato impiccato nella cella del Metropolitan Correctional Center di New York. La morte è archiviata come suicidio, ma le ipotesi di complotto si moltiplicano, e sono in molti a tirare un sospiro di sollievo. In mancanza di imputato, il processo in corso a New York deve essere chiuso. Secondo il giudice Bernard, però, quelle 16 donne hanno il diritto di raccontare la propria storia. Per oltre 3 ore, il 28 agosto 2019, le testimonianze si susseguono: tutte atrocemente uguali, tutte disperatamente diverse, tutte finalmente credute. «Quel giorno il giudice mi ha restituito un pezzo di me» dice nel documentario Virginia Roberts Giuffre. Per sopravvivere, le vittime hanno bisogno di rispetto. Ma non basta. Alla fine di maggio, nonostante poco prima di morire Epstein avesse fatto modificare il testamento per rendere più laboriosi i risarcimenti, gli avvocati hanno raggiunto un accordo per l’istituzione di un fondo. Come sostiene la regista Lisa Bryant, però, «Queste donne non avranno mai giustizia, fino a quando non saranno scovati e puniti complici e corresponsabili». Pertanto è incoraggiante apprendere che il Dipartimento di Giustizia americano ha chiesto al ministro dell’Interno britannico di poter interrogare Andrea, il figlio della regina Elisabetta, che ha sempre respinto ogni accusa senza mai suonare convincente. Jeffrey Epstein è morto, ma il sistema che ha costruito in 25 anni di esercizio criminale è ancora in piedi, e ben sommerso. Questa storia non può finire qui.

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