Ken Follett: «Il mio Medioevo, così simile al mondo di oggi»

Intervista a Ken Follett che torna in libreria con Fu sera e fu mattina, il prequel della saga I pilastri della Terra. Dove, narrando di cavalieri e monaci nell’Inghilterra dell’anno Mille, parla di temi attualissimi: dal potere alla giustizia 

Con il declino dell’impero romano, la Britannia regredì. (...) Questo periodo viene definito da taluni come “i secoli bui”, e per cinquecento anni il progresso fu terribilmente lento. Poi, finalmente, le cose cominciarono a cambiare...». Benvenuti nel mondo di Fu sera e fu mattina, l’ultimo romanzo di Ken Follett, attesissimo prequel del bestseller I pilastri della Terra.

La storia raccontata in Fu sera e fu mattina

Siamo nel 997, un villaggio della costa inglese viene assalito dai vichinghi, il giovane Edgar è costretto a fuggire con la sua famiglia nel desolato entroterra. Intanto in Normandia la contessina Ragna si innamora del nobile inglese Wilful e decide impulsivamente di sposarlo scoprendo così una società molto diversa da quella a cui era abituata. Infine, c’è un monaco idealista in conflitto con un vescovo abile e spietato. I personaggi si muovono fra violenza e sangue, arretratezza e miseria, guerre e lotta per la sopravvivenza e il potere, ma anche passione e amore. Kingsbridge, la città al centro degli avvenimenti di I pilastri della Terra, non è ancora nemmeno un villaggio. «Ma nel corso del libro vediamo come diventa grande e importante. Ecco perché è il prequel di I pilastri: qui racconto i suoi inizi» dice lo scrittore gallese, 71 anni, dalla sua casa di Londra. 

L'intervista a Ken Follett

Giustizia e libertà: sono questi i temi di fondo del romanzo?

«Molte delle mie storie riguardano persone che combattono per conquistare la libertà. Nella Colonna di fuoco, il mio libro precedente, era la lotta per la libertà religiosa. Nella Caduta dei giganti, del 2010, raccontavo delle donne che si battevano per il diritto di voto. In Fu sera e fu mattina i personaggi cercano giustizia, ma non riescono a ottenerla. L’Inghilterra era una società molto primitiva. Era difficile anche rimanere vivi. Nell’anno Mille, prima che diventasse uno Stato di diritto, i giudici erano i capoclan, facevano leggi per favorire i fratelli o i cugini. In fondo il tema morale di questo mio nuovo romanzo si lega all’attualità: in Occidente alcuni leader ancora sfidano la Legge, penso per esempio al governo polacco o al presidente americano». 

Ci sta quindi mandando un messaggio?

«Non credo nei messaggi, io scrivo per intrattenere. Voglio che la gente si goda il mio libro, non cerco di insegnare nulla. Ma, come spesso accade, anche questo romanzo ha a che fare con l’oggi e questo lo rende ancora più interessante». 

Il senso della tragedia, la guerra, la giustizia, ricordano certe atmosfere shakespeariane.

«Shakespeare ha influenzato chiunque parli inglese. Persino quelli che a teatro non hanno mai visto una sua tragedia. Ci sono delle parole, dei significati e dei modi di dire che la gente usa e non sa nemmeno che è stato lui a inventarli. Io ho iniziato ad amarlo fin da giovane, avrò avuto 12 anni. L’Amleto l’avrò visto 40 volte. Mi auguro che un po’ delle abilità di Shakespeare siano penetrate anche nella mia pelle» (ride)

Come riesce a passare dai thriller ai romanzi storici? Dalle storie che parlano di bioterrorismo a quelle ambientate durante la Prima guerra mondiale e poi indietro fino al Medioevo?

«Ho una buona immaginazione! Se non l’avessi non farei questo lavoro». 

Fa molte ricerche?

«Sempre. Un po’ perché non voglio scrivere cose sbagliate, un po’ perché stu-diando e documentandomi mi vengono idee per lo sviluppo di alcune scene». 

La Chiesa in questo romanzo, come nei Pilastri, riveste un ruolo importante. A volte è anche critico nei suoi confronti.

«Non credo che il mio libro sia una critica, ma penso sia realistico: nella Chiesa durante il Medioevo c’erano persone buone e persone malvage. Così come oggi. Se pensa ai Pilastri della Terra, il personaggio più interessante è il monaco Philip, quello peggiore è invece il vescovo. Ho smesso di credere in Dio quando ero un teenager e da giovane ero molto anticlericale. Come la maggior parte delle persone, però, mi sono addolcito con gli anni. Non sono più contro l’istituzione: continuo a non crederci ma mi piace entrare in chiesa, amo le cattedrali, la musica. E mi piacciono le parole della Bibbia, quella inglese: la Bibbia di Re Giacomo. Alcune frasi sono commoventi».

Le donne nei suoi romanzi sono forti, determinate, come quest’ultima protagonista: Ragna.

«Penso sia più interessante leggere una storia dove i personaggi femminili hanno la stessa importanza di quelli maschili. È una cosa relativamente nuova: quando ero giovane non c’erano molti libri con eroine. Di certo non nelle storie d’avventura. Poi c’è stato un cambiamento di prospettiva». 

Com’è successo?

«Le racconto un episodio. Quando frequentavo l’università, negli anni ’60, eravamo tutti impegnati politicamente, credevamo nella democrazia. Un giorno una ragazza disse: “Se siamo tutti uguali, allora perché dobbiamo essere sempre noi a preparare il tè?”. Da allora abbiamo cominciato a farcelo da soli». 

Qual è oggi il suo scrittore preferito?

«Lee Child. Ho letto tutti i suoi libri. Aspetto il prossimo». 

Con lui, Joyo Moyes e Kate Mosse, lo scorso anno avete fatto un “friendship tour” contro la Brexit.

«L’Inghilterra è il luogo dove ho scelto di vivere. La amo e amo le culture differenti: la letteratura francese, i film americani, il cibo italiano... L’idea che gli inglesi vogliano stare per conto proprio è insopportabile. E il risultato sarà che diventeremo un Paese più povero». 

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