La quarta prova: il lessico familiare

23 11 2017 di Nina
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L’editor Nina lancia la quarta sfida alle partecipanti al talent: condividere con i lettori il linguaggio ristretto e particolarissimo che rende unico ogni gruppo di persone. Ecco la sua richiesta alle scrittrici

Siamo quasi al termine della prima fase del talent “La tua vita in un libro”: sostenuta la quarta prova, e proclamata la vincitrice, le concorrenti andranno incontro a una prima selezione. Di dieci, solo cinque accederanno alla fase di semi-finale: altre due prove, e conosceremo i nomi delle tre finaliste. Ma non corriamo troppo: ora come ora, le autrici devono concentrarsi sulla quarta prova.

Il lessico familiare

Un uso sapiente e, naturalmente, comprensibile del lessico familiare permette non solo di colorare il proprio testo, ma di rendere il mondo che si sta condividendo con il lettore più credibile, più reale, e dunque più coinvolgente.

Il lessico familiare è quel linguaggio che caratterizza e rende unica qualsiasi famiglia, ma anche qualsiasi gruppo di persone, che si tratti di amici o di colleghi di lavoro. Tutti noi, infatti, prima o poi finiamo per coniare nuovi termini o utilizzarne di noti ma in accezioni creative, che risultano comprensibili solo a poche tra le persone del nostro entourage, e non sempre le stesse.

Un esempio dal mondo del cinema

Nel celebre film con Romi Schneider, la principessa Sissi chiama suo padre “papili”. Nessuno tranne il marito, la madre, i fratelli e le sorelle può capire a chi si riferisca con quell’espressione; certo non la suocera che, infatti, rimane disorientata quando glielo sente dire.

La scelta di mettere al corrente noi spettatori di questo piccolo segreto contribuisce a farci sentire parte della sua cerchia più ristretta: diversamente dalla suocera e dalla corte di Vienna, noi abbiamo familiarità con Sissi (parliamo il suo linguaggio!) e, dunque, siamo solidali con lei.

Come affrontare la prova

Le concorrenti dovranno dedicare un massimo di 1.500 battute (spazi inclusi) alla condivisione con i lettori di una o più parole di lessico familiare: non è necessario che siano parole strettamente “di famiglia” come nomignoli o che siano nate nell’alveo familiare: può trattarsi anche di modi di dire utilizzati tra colleghi, tra amiche, al corso di yoga o fuori dalla scuola, in attesa che i figli escano.

Fonti di ispirazione

Di seguito, qualche esempio letterario di uso di lessico familiare.

Nella mia casa paterna, quand’ero ragazzina, a tavola, se io o i miei fratelli rovesciavamo il bicchiere sulla tovaglia, o lasciavamo cadere un coltello, la voce di mio padre tuonava: “Non fate malagrazie!”

Se inzuppavamo il pane nella salsa, gridava: “Non leccate i piatti! Non fate sbrodeghezzi! Non fate potacci!”

Sbrodeghezzi e potacci erano, per mio padre, anche i quadri moderni, che non poteva soffrire. Diceva: “Voialtri non sapete stare a tavola! Non siete gente da portare nei loghi!”

E diceva: “Voialtri che fate tanti sbrodeghezzi, se poste a una table d’hôte in Inghilterra, vi manderebbero subito via”. Aveva, dell’Inghilterra, la più alta stima. Trovava che era, nel mondo, il più grande esempio di civiltà. [...]

Mia madre, il far gite in montagna lo chiamava “il divertimento che dà il diavolo ai suoi figli”, e lei tentava sempre di restare a casa, soprattutto quando si trattava di mangiar fuori: perché amava, dopo mangiato, leggere il giornale e dormire al chiuso sul divano. (Natalia Ginzburg, Lessico familiare, Einaudi, Torino 1963).

Quell’esperienza [la nevralgia del trigemino, NdR] ti aveva allenata al dolore fisico. Di fronte all’oncologo ti sentivi come un’atleta che si era preparata per le Olimpiadi. Avevi imparato anche a gestire l’aspetto psicologico connesso a una malattia cronica: sapevi che più combattevi quel male, meno facilmente lui sarebbe scomparso, e comunque non lo avresti sconfitto con la rabbia o l’irritazione. Avevi imparato a chiamarlo “il mio amico” e, da quando avevi cambiato atteggiamento, non era sparito, ma sembrava meno ostile. Quando ti sentivi poco bene ci avvisavi: “Oggi è venuto a trovarmi il mio amico. Vado a riposare un po’ e poi torno da voi”.

In quella stanza queste parole mi sono tornate in mente. Forse speravo che avresti trovato un modo per affrontare questa durissima sfida. (Simona Atzori, Dopo di te, Mondadori, Milano 2014).

Ed eccolo qui. Nella nuova culla. Nella nuova famiglia. [...] Ma nulla mi colpì come le dita del piede che era scivolato fuori dalle coperte e che si muoveva con scatti elettrici. Perché di dita, Giovanni, in quel piede, ne aveva quattro. O meglio, s’intuiva che potenzialmente erano cinque, ma il quarto e il quinti – il minolo e il pondolo – erano fusi insieme. Come due Kit Kat. (Giacomo Mazzariol, Mio fratello rincorre i dinosauri, Einaudi, Torino 2016).

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