La quinta prova: il dialogo

01 12 2017 di Nina
Credits: Shutterstock

L’editor Nina lancia la quinta sfida alle partecipanti al talent: scrivere un dialogo fluido e realistico. Ecco i suoi spunti per le scrittrici

Il nostro talent “La tua vita in un libro” entra nella seconda fase: da dieci, le concorrenti sono diventate cinque. Per Beatrice, Giusy, Monica, Rosella e Violante è il momento di affilare la penna e di mostrare tutta la loro abilità.

La prova di questa settimana è apparentemente semplice. Pensando: “In fondo, che ci vuole a scrivere uno scambio di battute?” si rischia però di cadere in una delle tante trappole che la sfida presenta. Vediamo quali consigli la editor Nina ha per le nostre scrittrici.

Un buon dialogo è un dialogo realistico

“Parla come mangi” è un modo di dire molto calzante, in tema di dialoghi.

Ciascuno di noi, quando parla, passa al proprio interlocutore una serie di informazioni a livello non verbale. Se ci prendiamo molte pause, per esempio, a seconda delle situazioni e dei contesti possiamo apparire riflessivi o titubanti; se, invece parliamo troppo velocemente possiamo comunicare urgenza oppure insicurezza. Scegliere di inserire nel nostro discorso parole dialettali può essere una raffinatezza oppure il frutto della nostra difficoltà a trovare l’equivalente in italiano.

Un dialogo realistico deve tener conto dell’aspetto non verbale della comunicazione, altrimenti rischierà di risultare ingessato e poco credibile.

I tempi

I dialoghi sono come una partita a ping-pong: un’interazione più o meno serrata tra due personaggi. Devono innanzitutto avere ritmo. Il che non significa procedere necessariamente spediti: può essere utile inserire pause, esitazioni, ripetizioni, oppure accelerazioni e brusche frenate (la punteggiatura, naturalmente, sarà fondamentale).

Un esempio da Scritto sul corpo, di Jeanette Winterson (Mondadori, Milano 1993). La prima parte del dialogo è un botta e risposta serrato, nel quale l’autrice introduce una pausa di riflessione per darci modo di conoscere meglio i pensieri della protagonista:

«Lasceresti Jacqueline. Ma resteresti con me?»

«Ti amo».

«Hai amato altre persone e nonostante questo le hai lasciate».

«Non è così semplice».

«Non voglio essere un altro trofeo».

«Hai cominciato tu, Louise».

«Lo ammetto, abbiamo cominciato insieme».

Cosa stava succedendo? Avevamo fatto l’amore una volta. Ci conoscevamo da un paio di mesi e già metteva in dubbio la mia idoneità per una candidatura a lungo termine? Glielo dissi.

«Così ammetti che sono solo un trofeo?»

Il lessico

A meno che non stiamo parlando in pubblico (occasioni per le quali, infatti, ci si prepara in anticipo) ciascuno di noi utilizza nel parlare lessico e sintassi tipici dell’oralità. A parte forse il personaggio di Hugh Grant in Notting Hill, nessuno esclamerebbe «Perdindirindina!» se pestasse un chiodo a piedi scalzi. Così deve essere per i personaggi, in particolare per quelli di un memoir ambientato ai giorni nostri: meglio la sincerità, rinunciando a lirismi, parole inusuali e giochi di parole poco spontanei.

Un esempio da Morte dei Marmi, di Fabio Genovesi (Laterza, Milano 2012), nel quale l’autore fa uso del dialetto versiliese:

E comunque, quella mattina era domenica, e a un certo punto il nonno di Luca, Athos, si affaccia alla finestra e urla: «Lucaaa!»

«Che c’è!»

«Ma dùve sei!»

«Sono a giocà a pallone».

«Ma quale pallone, èn le dieci, devi andà alla messa, Dio XXX!»

E allora, a pensarci bene, io i Vanzina un po’ li capisco: il dialetto versiliese è improponibile, non è ammiccante per niente, e quasi non sembra toscano.

“Rispose”

A meno che non siano necessari per aggiungere qualcosa al dialogo (per esempio chiarire chi sta parlando in caso di un'interazione a tre o quattro personaggi, oppure per comunicare un tono specifico o riprendere il filo se lo scambio è molto lungo), i vari “rispose”, “disse”, “sottolineò”, “evidenziò”, “illustrò”, “chiarì” sono il più delle volte superflui. Se il dialogo è ben impostato, sarà già chiaro chi sono i personaggi sulla scena e come procede il loro scambio verbale.

Un esempio da Chili con Linda, di Elmore Leonard, ripreso da Stephen King in On writing (Sperling & Kupfer, Milano 2001):

Chili rialzò lo sguardo quando Tommy chiese: «Ti butta bene?»

«Ti interessa sapere se mi scopo qualcuna?»

«Intendo il lavoro. Come va? Ho sentito che Get Leo non ha incassato male. Un film eccezionale, sul sero, eccezionale. Vuoi la verità? Davvero buono. Ma il seguito… qual era già il titolo?»

«Get Lost».

«Sì, be’, infatti è sparito dalla circolazione prima che riuscissi a vederlo».

«Non è partito secondo le previsioni e lo studio se n’è lavato le mani. Comunque, mi sono opposto a un seguito fin dall’inizio. Però il produttore della Tower mi ha ribattuto che lo avrebbero girato con o senza di me. E io mi sono detto, metti mai che mi venga in testa un’idea decente…»

Come affrontare la prova

Le concorrenti dovranno dedicare un massimo di 1.500 battute (spazi inclusi) a un dialogo tra due personaggi a scelta del loro memoir.

Alcuni consigli da parte di Nina:

1. durante la prima stesura, lasciar fluire liberamente tutto ciò che passa per la mente: questa tecnica permette di individuare in un secondo momento, rileggendo, spunti che razionalmente non si erano nemmeno presi in considerazione;
2. quando si rilegge, tagliare senza timori tutto ciò che risulta ovvio, a meno che un personaggio non stia prendendo tempo o sia un po’ lento a comprendere il senso del discorso;
3. alla fine, leggere il dialogo ad alta voce: se suona realistico, l’obiettivo è stato raggiunto.

Riproduzione riservata