Il nostro gioco preferito dell’estate

24 07 2019 di Paola Barbato
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Ogni settimana, fino alla fine di agosto, pubblichiamo i racconti dedicati all'estate e scritti per noi dalle autrici più amate

È di nuovo estate e Attilio è morto.

Il fatto che detestassimo entrambi l’estate è sempre stato un anello di congiunzione forte, tra noi. In autunno avevamo sempre molto da fare, d’inverno ce la godevamo, in primavera facevamo progetti, ma d’estate tutto si fermava ed è stato per questo, sì, direi che è stato per questo che abbiamo iniziato a farlo. Non subito, abbiamo prima dovuto compiere cinquant’anni e lasciar andare un po’ di cose, la famiglia, gli amici, tutto il resto. Eravamo la classica coppia sola, niente figli, niente distrazioni, niente beni oltre la casa. Il parroco ci ha inseguiti per un po’, voleva assolutamente vederci in chiesa almeno la domenica, almeno il giorno dei morti, almeno a Natale, ma noi abbiamo tenuto duro. Nessuno è venuto più a trovarci per tanto tempo, a noi stava bene, era una scelta. Siamo stati una buona coppia per più di trent’anni, poche parole e molti fatti, anche a letto. Ma d’estate ci sembrava di diventare pazzi. Il silenzio, le cicale, le ondate di caldo che facevano tremolare l’erba bruciata, le giornate che non passavano mai. Così una sera, dopo il tramonto, lui mi aveva detto

«Vieni, ti insegno un gioco»

e avevamo fatto un pezzo in macchina, poi camminato un po’, oltre i campi incolti, verso una cortina di alberi. Lì mi aveva fatto cenno di aspettare e io avevo aspettato. Poi il rumore, un motore che si avvicinava e Attilio che mi spingeva ad abbassarmi. Era arrivata una macchina scura. Si era fermata in una radura poco distante, dentro due che si erano saltati addosso. Siamo rimasti a guardarli finché non sono andati via, poi abbiamo preso la strada del ritorno. Eravamo quasi a metà quando lui ha detto:

«La prossima volta li ammazziamo».

Forse avrei dovuto indignarmi o avere paura, invece l’ho guardato alla luce di quella poca luna, la stempiatura che gli stava salendo, il respiro pesante, e ho sentito salire una tenerezza strana che mi ha fatto rispondere solo:

«Sì».

I primi due li abbiamo uccisi che luglio non era ancora finito. Avevamo fatto altre gite e preso le misure per allontanarci da casa, non si è mai abbastanza prudenti. Poi abbiamo tracciato una mappa dei posti più frequentati. Non so quando Attilio avesse iniziato a sorvegliare le coppiette e non mi interessava, ognuno inganna l’estate come può. Mi aveva spiegato bene la sua idea:

«Col caldo la gente impazzisce, c’è proprio una spiegazione chimica, l’ho letto sul giornale. Se due si nascondono ci sarà un “perché” e chi sarà un “da chi” ed è lì che andranno a cercare».

Mi faceva sorridere questa ingenuità, pensavo che non avrebbe mai funzionato, e invece aveva ragione. Li abbiamo sorpresi mezzi svestiti, io ho tagliato la gola a lei e Attilio ha ficcato il coltello nella pancia a lui, lasciandolo lì. Li abbiamo sistemati per bene e ce ne siamo andati. Sono rimasta a guardare il vialetto di casa per giorni aspettando che comparisse una macchina della polizia, mentre i giornali raccontavano di un omicidio-suicidio così improbabile da essere offensivo. Ma era andata, nessuno ci aveva visti, nessuno aveva dubitato. Alla fine di agosto avevamo individuato una seconda coppia, e per allora Attilio si era procurato una pistola. Quella volta era stato più complesso, l’uomo aveva reagito, la donna aveva urlato e in più c’era un baccano tremendo di grilli che ci distraeva. Il cadavere di lui lo avevamo lasciato in auto, lei l’avevamo uccisa fuori. Tornando a casa non ne avevamo parlato, perché era un momento troppo bello per non goderselo. Ci eravamo messi sotto il portico a bere acqua e granatina, ancora sporchi di sangue. Anche quella volta hanno cercato l’assassino da un’altra parte ed è andata avanti così per sette estati. Ammazzavamo solo in luglio e agosto, l’estate era diventata il momento più importante dell’anno, andavamo a fare sopralluoghi in posti diversi e sempre più lontani, studiavamo nuovi piani, inventavamo storie complesse su cui gli inquirenti si sarebbero arrovellati. Le ultime due volte avevamo dato fuoco all’auto, sapendo che in questo modo sarebbe stato palese agli occhi di tutti che si trattava di un delitto pianificato e godendo degli articoli dei giornali. Eravamo orgogliosi di noi stessi, eravamo felici.

Poi Attilio è morto.

Sembrava una congestione, ha detto solo

«Mi vado a sdraiare»

e non si è rialzato più. Ho chiesto che venisse sepolto nel campo dietro casa, ma mi hanno buttato in faccia la legge e se lo sono portato via. È passata un’estate e poi una seconda. La pistola era sempre lì, nel comodino, carica come ai bei tempi. Questa primavera ho fatto un giro dei nostri, raccontandomi che era solo per svagarmi. Ho guardato le auto andare e venire, ho contato le prostitute, ho visto anche due uomini. E ogni volta mi sono chiesta cosa avrebbe voluto Attilio. Ho fatto passare giugno fino all’ultimo giorno, oggi è il primo di luglio, ho preso la pistola e sono andata nel posto più lontano che conosco. È la prima volta che faccio tutto da sola, sono nervosa e non so se andrò fino in fondo. Ma Attilio ci avrebbe tenuto tanto. L’auto che arriva non è delle più grosse e la coppia non è delle più focose, guida lei, si fermano, parlano, si baciano, fumano, forse si sballano un po’. Mi sta passando la voglia, quando vedo un movimento tra gli alberi. Non sono pronta, santo cielo, a una certa età si tende a essere metodici e non amare le sorprese. Ma l’uomo che emerge dal bosco non guarda nella mia direzione, va alla macchina, apre la portiera del passeggero, entra dentro e picchia il ragazzo, mentre lei urla. Poi esce, fa un movimento che conosco perché era lo stesso movimento di Attilio, bello dritto, il braccio teso, e spara. Spara a lei, solo a lei, tre colpi. Pulisce il calcio, mette la pistola in mano al ragazzo, tira fuori qualcosa dalla giacca, spruzza il cofano della macchina, accede un cerino e lo getta. Guardo le fiamme salire mentre lui se ne va. Ha rovinato il mio primo delitto, quello che avrebbe dovuto rendere Attilio fiero di me, e invece guarda che schifo! Il cofano brucia ma non molto, avrà usato l’alcol, l’alcol va gestito bene, non puoi improvvisare così, certe cose o si fanno bene o non si fanno, io lo so. Esco allo scoperto e mi avvicino all’auto. Il ragazzo è lì dentro riverso sul sedile, la faccia piena di sangue. Potrei ucciderlo e nemmeno se ne accorgerebbe. Invece lo scuoto piano.

«Ehi».

Lo scrollo ancora ma non si sveglia, così gli metto un braccio dietro la schiena e lo tiro fuori. È magro, biondo, poco più che un bambino, non pesa tanto. Lo trascino per qualche metro, poi torno indietro a sistemare la terra e gli aghi di pino. Tiro fuori la bottiglietta che usava Attilio, spruzzo il cofano, le fiamme se lo mangiano, l’incendio divampa. Torno dal ragazzo e sento che si lamenta.

«Ce la fai ad alzarti?» gli chiedo.

Lui apre gli occhi e non risponde, punta i piedi, rincula, guarda l’auto e comincia a piangere.

«È morta?» chiede.

«Sì» confermo, poi aggiungo «Non sono stata io».

Lui mi guarda stupito, mi vede come una buona vecchina delle fiabe, forse.

«Daranno la colpa a me. Anche se dico che è stato lui. È tutto contro di me.»

«Sì, so come vanno queste cose».

Guardiamo ancora l’auto che brucia e che consuma anche quella che è stata la sua vita fino ad ora. Potrei ucciderlo. Potrei.

«Se vuoi puoi nasconderti a casa mia».

Non so perché l’ho detto. Lui mi guarda di nuovo e adesso nei suoi occhi c’è qualcosa che, non so perché, mi ricorda Attilio.

Gli sorrido.

«Magari dopo ti insegno un gioco».

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