Il re del pop è tornato. Robbie Williams si racconta

Con il nuovo album The Heavy Entertainment Show Robbie Williams torna per riconfermare, con estrema facilità, che la corona del pop è ancora sua, raccontandoci chi è ora.

Classe ’74, a sedici anni era già nella boyband più famosa degli anni 90. Oggi di anni ne ha quasi 43, ha una moglie, due figli e ancora tanta voglia di essere considerato il re del pop. Robbie Williams torna con The Heavy Entertainment Show, il dodicesimo album di inediti, il primo per Columbia Records/Sony Music. L’intenzione è chiara: intrattenere, come solo lui sa fare. Se possibile ancora di più.

D’altronde è da più di vent’anni abituato ai grandi successi. Più di 70 milioni di dischi venduti, 14 singoli subito al primo posto, 18 Brit Awards, i premi musicali più importanti in Inghilterra. E non ultimo, di pochi giorni fa, il Brits Icon Awards, importante riconoscimento assegnato a chi lascia un forte impatto sulla cultura britannica, dato in passato solo a Elton John e David Bowie.


L’incontro è blindatissimo, nella hall dell’albergo vogliono vedere l’invito, fuori dalla porta ci sono ancora le fan di un tempo (ma anche tante ventenni) che lo aspettano. E in fondo cambiate tante cose dagli inizi della sua carriera: ha lasciato la band, ha avuto problemi di droga, di depressione, è stato in clinica per dipendenze sessuali, si è ripreso, magro, grasso, bello, meno bello, è andato a vivere a Los Angeles, si è sposato con l’attrice Ayda Field, ha cambiato casa perché c’erano gli alieni, ha avuto due figli, Theodora e Charlton, è tornato a vivere in Inghilterra.

È cambiato tanto sì, e oggi lo si nota ancora di più, ma quel che non è mai cambiato è l’amore nei suoi confronti. I minuti concessi sono poco meno di quaranta. Abbastanza per farlo parlare, ridere e scherzare. Si vede l’enorme professionalità e abitudine all’intrattenimento anche in questo. Parla piano, per farsi capire da un pubblico italiano, sa cogliere la battuta, ci scherza a lungo, riporta l’attenzione sulla musica. Sa di piacere, lo sa da sempre, ma oggi una grande novità c’è. Robbie ha fatto pace con se stesso e con la sua musica. E il nuovo album ne è la dimostrazione.

Il titolo di quest’album parla di un intrattenimento, se possibile, ancora più forte. Dove vuoi arrivare?

Nel mio passaporto, nello spazio professione, c’è scritto entertainer, intrattenitore. All’inizio della mia carriera volevo essere i Radiohead. È stato ben presto chiaro che non fosse possibile. Sono un cantante, ma anche un attore, un intrattenitore. Mi viene bene questo e lo faccio. Ho capito il mio ruolo e so chi sono. Se facessi jazz probabilmente cercherei di essere il migliore in quello. La mia missione invece è intrattenere il mio pubblico.

È un album pieno di canzoni diverse, ma decisamente pop. Sei soddisfatto?

Sono partito con la chiara idea di creare un album commerciale. Ho lavorato duramente per scrivere le canzoni migliori che potessi, spronandomi a fare sempre meglio. Quando lo abbiamo finito ho capito di essere riuscito nell’intento… ma sembrava un album del 2003. Non c’era niente di quello che siamo abituati a sentire in radio, non era un album del 2016! Non sono stato sicuro che questo mi avrebbe aiutato o penalizzato. Ho letto le prime recensioni uscite e mi è sembrato di riconoscerle, di averle già lette. Erano dello stesso peso di quelle che uscivano quando vendevo otto milioni di dischi, la stampa può avere un peso, ma non è detto che corrisponda al risultato.

Il tuo primo singolo Party like a Russian ha fatto molto parlare di sé, come l’hanno preso in Russia?

La canzone è nata in studio, il mio autore e “fratello” Guy Chambers mi ha detto di avere un titolo fortissimo per un brano. Io ne ho scritti più di 600 nella mia vita, per quest’album ne avevo già più di 80, ho sempre il mio diario da cui prendere idee, ma a volte, dopo così tanti brani, anche il tuo diario può diventare noioso. Il titolo di Guy mi è piaciuto tantissimo, la canzone poteva svilupparsi in mille modi diversi. Ne è venuto fuori il brano che avete sentito e gli sarò sempre grato. Prima di far uscire la canzone sapevo che avrebbe potuto generare polemica, ho chiesto alla mia casa discografica russa e ai miei promoter laggiù se sarebbe stata capita, se il popolo russo l’avrebbe trovata divertente, non volevo di certo risultare offensivo. Fortunatamente hanno capito il mio umorismo e non vedo l’ora di esibirmi nel loro paese. Poi certo, in questo periodo storico la risonanza mediatica può ingigantire tutto e tre tweet negativi diventano la storia. Ma mettiamola così, ho 42 anni, sono una pop star, può essere che faccia uscire una canzone e non se ne accorga nessuno. Invece, con questa controversia, tutti hanno saputo che ero tornato!

A proposito di Guy Chambers, il tuo autore, sei tornato a lavorare con lui a pieno regime. Vi siete ritrovati?

Io e Guy abbiamo scritto i miei primi cinque album insieme. Poi per una sorta di auto sabotaggio, per odio verso me stesso, per i miei complessi, ho buttato via tutto. Non ho avuto rispetto per quello che avevamo costruito insieme, ho voluto romperlo, bruciarlo, per ricominciare da capo. Ho sempre saputo che sarei tornato a lavorare con lui, non sapevo quando e soprattutto non sapevo che ci avrei messo così tanto. In quest’album mi sono davvero chiesto quale fosse la formula matematica del mio successo, quello che faceva amare ai fan le mie canzoni. Ho capito che la risposta era lui. Dopo i primi cinque album ho voluto provare altre cose, sperimentare, provare a essere interessante, a non scrivere hit. Ecco, in questo ci sono riuscito di sicuro. Qui ho voluto riprendere quello che facevamo insieme. Quello che funziona è il rapporto tra di noi»  

Ci sono altre grandi collaborazioni nel disco, tra cui quelle con Rufus Wainwritght e con John Grant.

Sono un grande fan di entrambi. Negli ultimi vent’anni raramente ho trovato qualcuno in tv che mi rapisse il cuore. John Grant ho pensato potesse diventare il mio eroe musicale. Gli ho mandato email, abbiamo iniziato a conoscerci e ci siamo trovati molto simili. Con Rufus uguale, lui è unico

A X Factor presenti invece il tuo nuovo singolo Love My Life, com’è nata questa canzone che hai dedicato ai tuoi due figli?

La verità è che non è nata per loro, inizialmente. Stavo provando con Johnny McDaid degli Snow Patrol e cantavo questo ritornello super narcisistico, “I am wonderful, I am beautiful”, mi piaceva un sacco ma non sapevamo cosa farcene. Non potevo andare sul palco a dire quanto io sia meraviglioso. Il brano è rimasto fermo per quattro settimane. Poi l’idea. È bastato aggiungere una prima parte che spostasse l’attenzione da me per far sparire tutta la parte egocentrica. Mia figlia Teddy la canta tutto il tempo, è diventata così una canzone dedicata a lei e Charlie.

Sembri molto più sereno di un tempo, è merito anche loro?

In realtà è merito dei farmaci giusti (ride, ndr). È sicuramente merito di mia moglie e dei bambini. Io sono una persona che vuole sempre fare tutto all’estremo. Ora voglio essere anche un buon marito e un buon padre, all’estremo. Questo ha fatto sì che mi migliorassi. Sono riuscito a spostare la mia disfunzione in modo positivo. Prima, più cresceva il mio successo più stavo male. Ora mia moglie e i miei figli hanno indirizzato la mia vita nella direzione giusta. Vado a lavorare per un motivo ben preciso, loro. Non so domani, ma oggi le cose vanno molto bene.

Siete tornati a vivere in Europa?

Ho vissuto in America per 17 anni, senza avere una casa a Londra in cui tornare per tutto quel tempo. Ora vorrei che i miei bambini crescessero con una sensibilità europea. Abbiamo provato a trasferirci varie volte, è quattro anni che ci proviamo. Settimana scorsa finalmente siamo entrati in casa. Londra è finalmente un posto diverso per noi, ora, perché abbiamo una casa. I bambini andranno a scuola lì e a Los Angeles. La verità però è che ora sto bene non perché siamo tornati a Londra. Tutto può cambiare perché ho fatto pace con me stesso, mi voglio più bene e non importa più cosa ho attorno, sono felice con me stesso, ovunque vada. 

E i riconoscimenti nel frattempo non fanno che aumentare, hai ricevuto il Brits Icon Awards, un premio molto importante.

Ne sono contento e onorato. Vorrei però sentire questi sentimenti intimamente, perché in realtà non è così. Le ultime due persone che lo hanno vinto sono David Bowie e Elton John quindi sono consapevole della sua importanza. Ma da sempre, è nel mio dna, non riuscire a credere di meritarmi cose così grandi. È come quando ti fanno i complimenti e cerchi di schivarli, non vuoi accettarli. Dall’esterno lo so che è veramente importante, ma nel mio intimo non riesco a comprenderlo appieno.

Perché secondo te continui ad avere così tanto successo?

Non ho idea del perché la gente continui a comprare i miei album. Ho anche pensato a un certo punto che potrebbe non essere questa la realtà, la vita vera, come in una puntata di Black Mirror. Sono stato così fortunato, ho avuto questo regalo tremendo… Ho iniziato a essere paranoico, il che non fa benissimo alla salute.

Hai mai rimpianti?

Ne ho tanti. Quando qualcuno risponde “No nessuno, se non non sarei la persona che sono oggi” secondo me inventa. Io rimpiango molte cose. Anche le piccole. Per esempio ieri sera ho mangiato cioccolata in una serata in cui non avrei dovuto mangiarla.

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