Sono stato a letto con Paolina Borghese

30 10 2014 di Roberto Moliterni
Al Premio Malerba ha vinto una sceneggiatura su Paolina Borghese, una donna moderna di duecento anni fa che ha ancora molto da raccontarci.

Sono stato a letto con Paolina Borghese. Ci sono stato per tutta ieri sera e tutta stanotte.
Ci sono stato perché ieri ho partecipato, nella bellissima sala della Crociera del Ministero dei Beni culturali a Roma, al premio Malerba, dedicato agli scrittori e agli sceneggiatori (di cui ho parlato anche qui).

Prima c'è stata la presentazione del bella raccolta di racconti, pubblicata da Mup editore, di Elena Rui, che ha vinto l'anno scorso come scrittrice e di cui vorrò parlare in un altro momento perché merita spazio e poi la proclamazione del vincitore di quest'anno, Carlo Longo, sceneggiatore, che ha conquistato la giuria raccontando la storia - ed eccola qua che arriva - di Paolina Borghese.

Prima di ieri sera, prima cioè di andarci a letto, io non sapevo nulla di Paolina Borghese. O meglio: sapevo le cose che si devono sapere, le cose essenziali: che era la sorella di Napoleone, che era parecchio bella, tanto che Canova le aveva dedicato una famosissima scultura (quella che vedete in foto) e che se la faceva un po' con tutti.

Incuriosito dal dibattito vivace che si è svolto fra la presidente del premio, Anna Malerba, il giornalista e direttore della Lucana Film Commission, Paride Leporace, e lo stesso autore, mi sono fatto passare una copia di Paolina, sono tornato a casa e me la sono portata a letto per leggerla. (Lo so che siete rimasti delusi, ma attenti perché Paolina sa essere sorprendente).

Dunque, grazie al testo di Longo - va detto: accuratissimo nelle ricerche, fa riferimento oltre che a biografie consolidate anche a testi ottocenteschi più pruriginosi - ho scoperto l'anima vera di questa donna vissuta due secoli fa eppure capace ancora dividere l'opinione pubblica, tra sostenitori e dettattori, chi la considera una eroina e chi una vittima, chi una donna libera e chi invece una prostituta. La verità è che Paolina è un po' tutte le donne e tutte queste cose assieme, grazie al potere di cui disponeva ha potuto permettersi di esplorare tutte le sfumature dell'essere donna senza temere il giudizio di nessuno, uomini o donne che fossero.

Dotata di una bellezza leggendaria, di cui si è servita come strumento di potere, si è sposata due volte (il primo marito lo ha perso in Sudamerica, il secondo è quello che le ha lasciato il cognome), ha avuto innumerevoli amanti di ogni estrazione sociale, rango militare e nazionalità, ha avuto un solo rifiuto (quello dello scultore Canova) e ha amato veramente un solo uomo (suo fratello Napoleone).

Ciò che ha fatto infervorare gli animi, ha acceso il dibattito e mi ha incuriosito è l'uso che Paolina ha fatto della sua bellezza. Lei ha cioè utilizzato in modo intelligente e a tratti furbo un dono che ha ricevuto per natura. All'epoca in cui ha vissuto, una donna non aveva molti altri strumenti per esprimersi e ottenere attenzione. Lei lo ha usato con grande successo, per i propri scopi e per quelli degli altri: l'ha usata per divertirsi, come antidoto per la noia, per salvare suo fratello, finito in disgrazia dopo Waterloo, o per scopi politici, come vero e proprio strumento di potere per favorire le manovre di suo fratello.

La domanda che mi sono fatto, dopo la notte appassionata con Paolina, è stata: che cosa è cambiato in questi due secoli? Come è cambiato l'atteggiamento delle donne nei confronti della propria bellezza? Temo che la risposta sia che è cambiato poco e che le cronache ci insegnano che molte donne, anche giovanissime purtroppo, continuano a usare la bellezza come strumento di potere, come modo di comunicazione, di espressione e di affermazione sociale. Complici, se non proprio artefici, gli uomini.

La bellezza è - e deve restare - inutile. Deve essere qualcosa da ammirare e di cui godere in modo disinteressato. Come accade di fronte alla bellezza penetrante della statua dedicata a Paolina da Canova: al di là del fatto che qualunque uomo potrebbe dirgli “scemo” per non aver approfittato di Paolina, la sua scelta resta però una metafora potente di come porsi di fronte alla bellezza. In modo inutile.

Stamattina mi sono svegliato, ero sudato, come dopo una notte appassionata d'amore. Era presto, dovevo prepararmi per andare a Parma e a Berceto - dove Malerba è nato - a seguire la seconda tappa del premio. Sono andato su in terrazzo a stendere i panni da portarmi in viaggio. C'era un sole bellissimo, sorto da poco, un cielo chiaro e timido e le lenzuola bianche già stese da qualche vicino. Per un attimo, fra quelle lenzuola e quella luce speciale, per un attimo mi è sembrato di vedere Paolina, che mi sorrideva.

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