Jobs Act manifestazione articolo 18

Se ci fosse un referendum per abolire il Jobs Act?

La Corte costituzionale sta per esaminare l'ammissibilità di 3 interrogativi promossi dalla Cgil, che vorrebbero abrogare parte del Jobs Act approvato dal governo Renzi nel 2014. Se accolto dalla Corte, il referendum si terrà fra aprile e giugno. Ecco su cosa potremmo votare

Presto potremmo trovarci di fronte al terzo referendum in meno di un anno. Dopo il quesito sulle trivelle dello scorso aprile e quello sulla riforma costituzionale di dicembre, l’11 gennaio la Corte costituzionale esaminerà l’ammissibilità di 3 interrogativi promossi dalla Cgil grazie a 3,3 milioni di firme, che vorrebbero abrogare parte del Jobs Act approvato dal governo Renzi nel 2014. Se accolto dalla Corte, il referendum si terrà fra aprile e giugno. Ecco su cosa potremmo votare.

Il ritorno all’articolo 18
Il primo quesito chiede di eliminare le tutele crescenti e ripristinare l’obbligo di reintegro per i lavoratori licenziati senza giusta causa, al posto del semplice indennizzo economico.

«Si tratta della parte più simbolica del referendum, perché ripristinerebbe gli effetti dell’articolo 18, depotenziato prima dalla legge Fornero e poi dal Jobs Act» spiega Luigi Grassi, avvocato specializzato in diritto del lavoro e relazioni aziendali. «In questo modo si tornerebbe al vecchio tempo indeterminato: a differenza di oggi, sarebbe quasi impossibile il licenziamento di un dipendente anche nei primi 3 anni di contratto. L’articolo 18, poi, verrebbe esteso a tutte le aziende sopra i 5 addetti, mentre prima il limite di applicazione era fissato a 15» continua l’esperto.

La limitazione dei voucher
Seconda e terza proposta sono più tecniche ma avrebbero, in caso di approvazione, effetti importanti: riguardano la ridefinizione del “lavoro accessorio”, quello che oggi può essere pagato utilizzando i voucher, e il ripristino della norma che impone alle aziende di verificare che i loro appaltatori siano in regola con stipendi e contributi prima di pagarle.

«Un obiettivo è limitare il ricorso così ampio ai voucher-lavoro» ribadisce Grassi. «Introdotti nel 2008 per il solo settore agrario e poi estesi ad altre categorie, dalle colf ai camerieri stagionali negli hotel, hanno finito per sostituire il lavoro a chiamata diventando in molti casi uno strumento di elusione fiscale, con 125 milioni di prestazioni certificate solo lo scorso anno».

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