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È il momento della formazione continua

12 12 2017

L’aria che tira in Italia non è delle migliori. L’ultima rilevazione Istat sul mercato sull’occupazione, accanto ai dati sempre più allarmanti sull’inattività giovanile, evidenzia anche un’altra criticità: chi oggi ha meno di 30 anni rischia di arrivare all’età della pensione avendone lavorato «solo» 31 o 32. Il perché è presto spiegato: la vita contributiva non è più unica come un tempo (anzi, lo sarà sempre meno) e chi si affaccia oggi al mercato del lavoro dovrà fare i conti con contratti più intermittenti e cambi di direzione frequenti, fattori questi che inevitabilmente si trascinano dietro periodi di ferma anche lunghi tra una «finestra» e l'altra. Ma, come in quel pluricitato proverbio cinese, ogni crisi nasconde un’opportunità.

L'opportunità, in questo caso, si chiama formazione continua. O, come l'hanno ribattezzata gli anglosassoni che hanno più dimestichezza con il termine, lifelong learning. Ne abbiamo parlato con Monica Magri e Roberto Pancaldi, rispettivamente HR Director The Adecco Group e Amministratore delegato di Adecco Formazione. 

«La flessibilità ormai fa parte delle nostre vite, non solo a livello contrattuale ma esistenziale» conferma Roberto Pancaldi, amministratore delegato di Adecco Formazione. «In questo scenario diventa fondamentale trasformare i tempi morti in occasioni di crescita professionale, alzando così l’asticella dell’impiego successivo». Ma che formazione deve essere? «Quelle tecnologiche, ormai, sono competenze di base, acquisite da tutti e soprattutto dai più giovani che maggiormente si dovranno confrontare con una carriera a ostacoli» risponde Pancaldi. «La flessibilità mentale e le soft skills, invece, sono determinanti per adeguarsi al cambiamento perpetuo nel quale viviamo». E se la regola vale per tutti - operai, impiegati, tecnici, manager - appare ancora più urgente per chi occupa le posizioni meno qualificate. Una ricerca della Fondazione Feltrinelli sulle diseguaglianze ha evidenziato infatti come l’accesso alla formazione più complessa penalizzi le categorie più basse, cioè proprio quelle che ne avrebbero maggior bisogno per evolversi spostandosi gradualmente da quegli ambiti dove, ad esempio, le loro skills entrano in competizione con quelle offerte dalla robotica o con altre dinamiche low cost, verso segmenti più premianti.

<p><span>Monica Magri, HR Director The Adecco Group Italia</span></p>

Monica Magri, HR Director The Adecco Group Italia

È d'accordo con questa analisi Monica Magri: «Quando pensiamo alla formazione in ambito lavorativo, l’immagine che viene in mente è quella di un’aula e di una lezione frontale» spiega. «Ma se è vero che la formazione oggi è sempre più rilevante, è anche vero che accanto a una solida base di hard skills - come le competenze tecniche o linguistiche - è fondamentale allenare una pluralità di attitudini che ci possano supportare nella continua necessità di aggiornamento e adattamento». Già oggi la formazione professionale muove, numeri importanti: i numeri tratti dall'ultimo rapporto Isfol parlano di 400.000 corsi erogati in Italia nel corso del 2016 (56.043 quelli tenuti in Lombardia, la regione leader).

L'87% degli eventi sono finanziati in tutto o in parte da fondi pubblici e 2 lavoratori non attivi su 3 riprendono a lavorare entro 3 anni dall’ultimo corso di formazione. Le cose sono destinate a migliorare dal prossimo anno: il secondo capitolo del piano incentivi, varato con la legge di bilancio, affiancherà infatti agli stimoli fiscali per gli investimenti già previsti dal 2016 un credito d’imposta per le somme spese in formazione. «In questo modo le aziende avranno la possibilità di lavorare su un doppio binario» conclude Pancaldi. «Potranno innovare i processi e allo stesso tempo far acquisire ai loro dipendenti le competenze per approfittarne, creando così nuove occasioni di crescita per sé e per loro».

I contenuti di questo post sono stati prodotti in collaborazione con The Adecco Group Italia. © Riproduzione riservata.