Scomparsi sei animali su dieci negli ultimi 50 anni

06 11 2018 di Ernesto Brambilla
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Mammiferi, uccelli, pesci, rettili e anfibi sono diminuiti del 60 per cento in meno di 50 anni. Lo dice l'ultimo Living Planet Report 2018, presentato dal WWF. La verità è che noi ci preoccupiamo molto dei guai dell'ambiente vicino a noi, mentre i più pericolosi sono proprio quelli "lontani"

Ci preoccupa il fiume inquinato vicino a casa, ci allarmano i pm10 che salgono nell’aria sopra la città o i rifiuti che si accumulano a bordo strada. Tutti problemi che smuovono le coscienze, ma quando si tratta dei guai dell’ambiente inteso in senso più ampio, del “sistema naturale” che non ha un impatto immediato e concreto sulla nostra vita, questi vengono declassati a preoccupazioni secondarie. Così perdiamo di vista il quadro, il “tutto” di cui siamo parte, e nel frattempo, accadono cose gravi. 

Lo studio del WWF sulle specie scomparse

Molte di queste sono segnalate nel Living Planet Report 2018, presentato dal WWF pochi giorni fa. Si tratta di un corposo studio nato nel 1998, che fotografa la biodiversità sul pianeta. È scritto con il supporto di più di 50 esperti in collaborazione con la Zoological Society di Londra e il Global Footprint Network.  

Il dato più eclatante? La dimensione delle popolazioni di mammiferi, uccelli, pesci, rettili e anfibi sono diminuite del 60 per cento in meno di 50 anni, tra il 1970 e il 2014. Ben 8.500 specie sono nella “lista rossa”, ossia a rischio estinzione, per lo più a causa del sovrasfruttamento del territorio e delle modifiche agli ambienti naturali. In particolare quelle causate dall’agricoltura, ma contano anche altri interventi umani, come la costruzione di dighe e miniere o lo spostamento di specie invasive in ecosistemi non in grado di contrastarle. In generale, il consumo delle risorse naturali è incrementato del 190% negli ultimi 50 anni. 


Coralli e foreste

Mari e oceani hanno perso quasi la metà dei coralli negli ultimi 30 anni. Ricordate il tormentone “salviamo l’Amazzonia”? In 50 anni è scomparso il 20% della superficie della celebre foresta sudamericana. Mentre la perdita delle foreste nelle zone temperate è stata rallentata dalle buone pratiche di riforestazione, resta un problema nelle aree tropicali. Lì l’agricoltura commerciale su larga scala e l’agricoltura di sussistenza sono state responsabili rispettivamente del 40% e del 33% della conversione forestale tra il 2000 e il 2010 (crescita delle città, espansione delle infrastrutture e attività minerarie hanno inciso per il 27%). 

Trascuriamo i problemi grandi per occuparci di quelli piccoli

«La comunità scientifica internazionale da tempo considera questo trend come insostenibile», ci spiega Gianfranco Bologna, direttore scientifico di WWF Italia, tra i curatori dello studio. Eppure, restiamo ancorati a preoccupazioni più prosaiche. Secondo l’Annuario statistico Istat 2017 l’inquinamento dell’aria preoccupa il 51,9%, i cambiamenti climatici il 49,1% e la produzione e lo smaltimento dei rifiuti il 41,7%. Queste le priorità, nel sentire comune, e non solo nel nostro. Un sondaggio Gallup del 2015 fotografava questa situazione negli Stati Uniti: grandi preoccupazioni per le minacce “di prossimità”, come inquinamento dell’aria, dell’acqua potabile, dei laghi; molti meno patemi per problemi di lungo periodo, come riscaldamento globale, perdita delle foreste tropicali, estinzione di piante e animali.

«Commettiamo un errore. Noi siamo nel sistema naturale, che ci ha prodotto e ci mantiene. Non solo veniamo da quel mondo, ma ne siamo parte. Invece tendiamo a vedere la natura come “altro”, oppure percepiamo un problema specifico – come i rifiuti – che è solo il capitolo finale di processo molto più ampio.  Non ci rendiamo conto che la perdita di ricchezza di vita sul pianeta è un dramma, perché proprio da quella ricchezza traiamo molto del nostro sostentamento, del nostro benessere, persino dei nostri progressi in campo medico e scientifico». La natura vivente ha un’età considerevole: 3,8 miliardi di anni di presenza sul nostro pianeta. «Un lunghissimo periodo di sperimentazioni, di aggiustamenti, di processi di affinamento», spiega Bologna, «di fronte al quale l’opera dell’Homo Sapiens, apparso 200-300 mila anni fa e operativo dal Neolitico, appena 11.000 anni fa, è poca cosa. Eppure l’idea di tenere la natura in considerazione quanto meriterebbe è ancora lontana». 

Si può dare valore economico alla natura?

L’esperto del WWF individua il punto nella mancata stima del valore delle risorse naturali nella nostra economia. «Nella contabilità nazionale di un Paese non c’è un’adeguata valutazione della natura. L’ambiente ci fornisce gratuitamente acqua, aria e suolo “sani”, elementi fondamentali per la nostra esistenza. Però non ne stimiamo il valore economico». In Italia una legge del 2015 ha istituito il Comitato per il capitale naturale, che ha già emesso due rapporti sullo “Stato del capitale naturale in Italia”, l’ultimo a inizio 2018. In sostanza si cerca di dare un valore monetario allo stock di asset naturali – organismi, aria, acqua, suolo e risorse geologiche – che contribuiscono a fornire beni e servizi per l’uomo e per la sopravvivenza del sistema che li ha generati. «Il prossimo obiettivo», chiude Bologna, che è tra gli esperti che stilano il documento, «è avere il rapporto pronto prima della fine dell’anno, quando si approntano le modifiche al Def e c’è spazio per far entrare la natura nelle scelte economiche del Paese».

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