Antibiotici, è allarme mondiale

20 05 2016 di Cinzia Testa
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Nel 2050 potrebbero esserci 10 milioni di morti, a causa di infezioni incurabili con gli antibiotici in uso al momento. È l'allarme lanciato dal quotidiano britannico The Guardian. E in Italia? Siamo al secondo posto in Europa per infezioni da batteri resistenti agli antibiotici, soprattutto in ospedale. Ma qualcosa si può fare

A partire dal 2050, a causa della crescita di batteri super resistenti, accadrà “L'apocalisse degli antibiotici”, se non si troveranno delle soluzioni. È scritto sul noto quotidiano britannico The Guardian, a commento di un recente rapporto voluto dal premier David Cameron nel 2014. Da questo ampio lavoro sono emersi dati preoccupanti. Uno vale per tutti: nel 2050 potrebbero esserci 10 milioni di morti, a causa di infezioni incurabili con gli antibiotici in uso al momento. Non stupisce dunque più di tanto se la Società americana di malattie infettive ha lanciato la sfida “Ten for Twenty”, cioè dieci antibiotici da scoprire entro il 2020.

«La ricerca sta sviluppando nuovi farmaci» interviene Carlo Federico Perno, Professore di Microbiologia e Virologia all’Università di Roma “Tor Vergata”. «Per la prima volta, dopo molti anni di stagnazione, abbiamo nuove classi di antibiotici all’orizzonte. La strada però è ancora lunga».

Il primato in Italia

In Italia la situazione non è certo rosea, visto che abbiamo il primato per quanto riguarda le resistenze a quasi tutti gli antibiotici. E siamo al secondo posto in Europa dopo la Grecia per infezioni da batteri resistenti agli antibiotici, soprattutto in ambito ospedaliero. Vale a dire, per infezioni urinarie, oppure a ferite chirurgiche, e per polmoniti, che si contraggono durante le degenze in ospedale. «Le cause di questa situazione sono essenzialmente due e riguardano l’uso degli antibiotici», chiarisce il professor Perno. «Da una parte c’è la loro prescrizione, sempre più massiva, non sempre giustificata dalla gravità della malattia, e non “mirata” contro il germe presente. Dall’altra, l’uso smodato di questi medicinali in veterinaria, soprattutto per quanto riguarda gli allevamenti intensivi, come nel caso di animali da cortile, ma anche di pesci. E che inevitabilmente assumiamo anche noi quando li mangiamo». Il risultato di tutto ciò lo stiamo vivendo ora in prima linea. Vale a dire, una nuova generazione di batteri contro i quali gli antibiotici non funzionano più.

Le soluzioni possibili

Una soluzione per tamponare questa situazione in attesa dell’arrivo delle nuove molecole, dicono gli esperti, potrebbe essere quella di rispolverare i principi attivi presenti negli antibiotici di prima generazione. «Si è visto che i batteri nel tempo possono perdere la memoria delle vecchie molecole», continua l’esperto. «Forti di questo, si stanno riconsiderando per l’uso clinico antibiotici quali la fosfomicina, in uso negli anni ’70 e poi abbandonati».

In ospedale

Ma non è l’unica misura da adottare. È necessario anche ridurre l’uso massivo di antibiotici in ospedale: in sei casi su dieci sono superflui. «Non c’è evidenza che servano come “copertura” preventiva generale, da somministrare a tutti i pazienti ricoverati per tenere lontani i batteri, come spesso viene fatto ancora oggi» dice il professor Perno. «Ovviamente con le dovute eccezioni, come gli interventi chirurgici».

Un po’ di impegno però deve mettercelo anche il paziente. «In caso di intervento chirurgico, è sempre bene valutare insieme al medico la possibilità di eseguirlo in day hospital», aggiunge il professor Perno. «Il rischio di contrarre un’infezione infatti aumenta considerevolmente in caso di degenza».

Attenzione anche al catetere, tra i maggiori veicoli di trasmissione di batteri. «Di solito si usa il catetere a permanenza, cioè fisso», interviene Roberto Carone, direttore di neuro-urologia, ospedale Cto di Torino. «Ma così aumentano i rischi di infezioni. Cosa che accade meno con quello a intermittenza. A differenza dell’altro, questo viene inserito circa quattro volte al giorno, per il tempo necessario a far sì che la vescica si svuoti».

Attenzione anche al pannolone: ne va chiesto il cambio ogni volta che si bagna. Altrimenti non solo il rischio rimane, ma ci si espone, a lungo andare, ad altri tipi di infezioni della pelle nella zona anogenitale, che possono portare anche a piaghe da decubito. Ultimo, ma non meno importante: prima di qualsiasi attività che implichi un contatto diretto, è necessario chiedere al medico o all’infermiere di indossare i guanti monouso. Perché rappresentano la prima barriera protettiva contro i batteri.

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