Tumore al seno: convivere con la malattia si può

26 10 2018 di Cinzia Testa
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Aumentano le donne che si ammalano di cancro al seno, ma la nuova sfida è un futuro in cui si riuscirà a sopravvivere a questa patologia. Anche quando non si guarisce del tutto

Ottobre è il mese della prevenzione del tumore al seno. Donna Moderna, con l’équipe di senologia di Humanitas, risponde ai vostri dubbi anche per tutto novembre: martedì, giovedì e venerdì dalle 10 alle 12 allo 0282247370. O via mail: meseprevenzione@gmail.com

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C'è un dato appena pubblicato dall’Associazione registri tumori che preoccupa le donne. Quello al seno è diventato il tumore più diffuso in assoluto. Più del cancro del colon retto e più di quello del polmone: in un anno in Italia ci sono stati 52.800 nuovi casi. E questo significa una cosa sola: di tumore al seno continueremo ad ammalarci. «Ma anche a guarire sempre meglio e addirittura in certi casi a conviverci, trasformandolo in una malattia cronica» esordisce Corrado Tinterri, direttore della Breast Unit di Humanitas di Milano e membro del gruppo di lavoro ministeriale per il coordinamento della Rete delle strutture di senologia.

Ma perché il numero delle diagnosi aumenta?

«Prima di tutto siamo nel momento in cui ad ammalarsi sono le donne nate a cavallo degli anni ’50 e ’60, quelli del boom demografico. E poi alcune Regioni hanno abbassato l’età dello screening a 45 anni anziché a 50 e questo ha portato a un aumento del numero delle diagnosi. Ma incide pesantemente anche lo stile di vita: avere figli e allattare sono due comportamenti che rappresentano notoriamente fattori protettivi verso il tumore. E le donne lo fanno sempre meno».

Cosa dobbiamo fare per curarci al meglio?

È una domanda che si sta ponendo la comunità scientifica soprattutto per quel che riguarda le donne giovani. Il consiglio è di sottoporsi a una visita senologica dopo i 30 anni per decidere un calendario di controlli personalizzati. Quello che sappiamo oggi è che le donne non hanno tutte lo stesso livello di rischio. Alcune under 35 con una forte presenza del tumore al seno in famiglia hanno una maggiore predisposizione alla malattia o, addirittura, possono avere una mutazione genetica che le porterà molto probabilmente a sviluppare la patologia nel corso della vita.

Ma non solo. Per certi tumori esiste una specie di filo conduttore: nel caso del seno, aumentano le probabilità di ammalarsi se i genitori hanno avuto un tumore alle ovaie, al pancreas e alla prostata. Tutte queste informazioni servono a “profilare” il rischio. E ritagliare un calendario di controlli serrato, anche semestrale se è necessario, alternando la mammografia digitale con tomosintesi, che permette la diagnosi anche di noduli molto piccoli, alla risonanza magnetica.

Questo vale per le giovani. E per le donne mature?

«Bisogna arrivare al cento per cento di italiane che si sottopongono regolarmente a una mammografia. Oggi lo fanno 7 su 10 e questo anche perché abbiamo ancora, soprattutto al Sud, zone critiche dove ci sono meno centri attivi nello screening. E poi le donne devono lavorare sul loro stile di vita. Sempre più evidenze scientifiche ci stanno dimostrando che l’attività fisica regolare e l’alimentazione sana hanno un ruolo importante nell’abbassare l’infiammazione cronica dell’organismo. E questo porta il sistema immunitario a essere più agguerrito perfino nella prevenzione delle recidive».

Ci sono novità nelle cure?

«Oggi lavoriamo sulla formulazione dei cosiddetti farmaci immunoterapici, che permettono di agire “nel cuore” della cellula oncogena. E i risultati si vedono. Le ultime ricerche si sono concentrate sul tumore triplo negativo, una forma che fino a pochi anni fa aveva poche chance di cura. Ora invece studi in corso anche in Italia, stanno dimostrando per la prima volta l’efficacia delle terapie».

Ma arriveremo a convivere con il tumore come con il diabete?

«È un obiettivo ambizioso impensabile fino a qualche anno fa ma che si sta concretizzando anche per le forme metastatiche. Secondo i dati della letteratura, la sopravvivenza è pari a circa 50 mesi, contro 3-4 di qualche anno fa e sono numeri che continuano a migliorare. E questo grazie a un ventaglio di terapie e a test molecolari che ci permettono di modificare le cure in base a come si comporta e cambia la cellula oncogena».

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