Amianto, 5 storie di donne in prima linea

28 04 2017 di Rosy Battaglia
Credits: Afp/Getty

A causa della fibra killer hanno visto morire padri, mariti, fratelli. In occasione della Giornata mondiale per le vittime dell'amianto, ecco il racconto di chi lotta per avere giustizia

Sono impiegate, giornaliste, giuriste. Ma soprattutto madri, figlie, sorelle che lottano per un futuro libero dall’amianto. Molte di loro hanno perso i propri cari a causa della fibra killer. Per questo oggi, Giornata mondiale dedicata alle vittime dell'amianto, sono in prima fila. La loro battaglia, infatti, non è ancora finita.

Sono passati 25 anni da quando l’Italia, con la legge 257 del 1992, ha bandito l’estrazione, l’importazione, la produzione e la vendita di materiali contenenti amianto. Eppure tra il 1993 e il 2012, secondo i dati del Registro nazionale mesoteliomi, sono state oltre 21.000 le vittime in tutta Italia: 8 persone al giorno. Una strage silenziosa.

Le fibre minerali contenute nell’amianto, 1.300 volte più sottili di un capello, se respirate causano malattie cancerogene tra cui il mesotelioma. E inalarle è facile visto che sono state utilizzate per decenni nell’edilizia scolastica, in quella residenziale e in quasi ogni processo industriale.

L’amianto è ovunque: nei tetti delle case, nelle tubature dell’acqua, nei pannelli isolanti. Ma la legge ora in vigore obbliga alla bonifica immediata soltanto se è stata prima accertata la dispersione di fibre nell’atmosfera. Un sistema macchinoso che in 25 anni si è rivelato fallimentare, sia perché non è stata fatta la sorveglianza sanitaria necessaria sia perché in molti casi chi per lavoro è stato esposto all’amianto non ha avuto i benefici previdenziali garantiti dalla legge.

Ma soprattutto perché non è stata portata a termine la mappatura prevista dal Piano nazionale amianto. In Italia si stimano oltre 300.000 siti da bonificare, tra cui case, ospedali, caserme e ben 2.400 scuole. Adesso è all’esame del Parlamento un nuovo testo unico che riunisce le oltre 600 norme in vigore e che dovrebbe regolare, una volta per tutte, bonifica obbligatoria, dismissioni e risarcimenti per le vittime. Perché abbiano finalmente giustizia. Un obiettivo per cui lottano anche le protagoniste delle storie che seguono.

Giuliana: «Chiedo una città “pulita” nel nome di mio fratello»

«Ho provato una grande emozione nel vedere la nostra bandiera “Eternit Giustizia” diventare il simbolo internazionale nella lotta contro l’amianto». Giuliana Busto da novembre è la presidente di Afeva, l’Associazione familiari e vittime dell’amianto di Casale Monferrato, uno dei territori più colpiti dalle ricadute tossiche della sostanza: sono almeno 3.000 le vittime nel Comune in provincia di Alessandria. Tra loro, suo fratello Piercarlo, morto a 33 anni. Giuliana e la sua associazione hanno seguito giorno per giorno il processo contro la Eternit, che a Casale aveva installato la più grande fabbrica d’amianto di tutta Europa. «Il primo processo è andato in prescrizione nel 2014, il secondo è in corso» ricorda Giuliana. «Ma la fabbrica, chiusa nel 1987, ha lasciato il posto a un grande parco verde, EterNOT, che ospita un vivaio e un premio». Grazie ad Afeva questa storia è stata portata nelle scuole di tutta Italia e l’associazione ha ottenuto che Casale diventi, entro il 2025, il primo Comune “amianto free”. Mentre la Eternit, lo scorso 31 marzo, è stata condannata dal tribunale di Bruxelles a risarcire la vedova di una delle vittime.

Maura: «Con l’aiuto dei droni mappo gli edifici contaminati»

Una battaglia a colpi hashtag, documentari e droni. Una ne fa e cento ne pensa, Maura Crudeli: 43 anni, friulana ma romana d’adozione, è la presidente nazionale dell’Associazione italiana esposti amianto (Aiea). «Abbiamo lanciato la campagna #tuttiuniticontrolamianto in occasione della giornata mondiale in ricordo delle vittime» sottolinea «e sempre in quell’occasione proietteremo nelle scuole 2 lungometraggi intitolati Attenti al treno e I Vajont». Documentarista e sociologa, Maura si è unita alla lotta contro l’amianto seguendo le vicende del padre scomparso nel 2010, malato di asbestosi e poi deceduto per un mesotelioma contratto durante il suo lavoro nei cantieri navali. Si occupa di campagne di informazione e assistenza alle vittime e ai loro familiari nei processi. Ma punta anche a migliorare le bonifiche usando i droni, così come l’Aiea ha sperimentato a Roma. «Mappare l’amianto presente sui tetti con i droni è meno costoso di qualsiasi altro sistema: dovrebbe essere un’iniziativa delle stesse istituzioni» ribadisce Maura. «Anche perché l’unico modo per non morire d’amianto è bonificare».

Federica: «Lotto per il diritto di essere ammalati»

Quattordici anni di lotte legali per veder riconosciuta una prerogativa atroce: essere stato esposto all’amianto ed essersi ammalato. Mario Barbieri, operaio dei cantieri navali di Carrara, è morto nel 2006, dopo 5 anni trascorsi a letto, attaccato alla bombola di ossigeno. Non ha assistito alla richiesta di risarcimento retroattivo che l’Inail ha intentato contro la sua erede, la figlia Federica. «L’ente previdenzialeche dovrebbe tutelare i lavoratori ci ha invece chiesto la restituzione dei 50.000 euro del risarcimento prima concesso e poi revocato, negando che i cantieri fossero contaminati» ricorda lei. Una vicenda kafkiana, se non fosse che, dopo una lunga battaglia mediatica arrivata sulle tv nazionali, lo scorso 26 gennaio l’Inail ha ritrattato le proprie richieste, riconoscendo la malattia di Barbieri. Da questa storia dolorosa è nata l’associazione Afea, intitolata a papà Mario. «Vogliamo essere d’esempio» dice Federica. «Non bisogna scoraggiarsi: è un nostro diritto chiedere giustizia».

Cinzia: «Sviluppo un’app per informare sui rischi»

«A Lecco non c’era informazione sul pericolo dell’amianto e sulla sua esistenza, per questo è nato il Gruppo Aiuto Mesotelioma». Cinzia Manzoni, 49 anni, impiegata e madre di 2 figlie, ha iniziato la sua battaglia insieme al padre Angelo, scomparso a gennaio 2015 dopo aver lottato strenuamente contro il cancro contratto soltanto per aver lavorato in banca in un luogo, il lungolago di Lecco, allora esposto alla fibra killer. «Dopo la tragedia toccata a mio papà e a diversi suoi colleghi abbiamo capito che non potevamo chiudere gli occhi» ricorda. Nata la onlus, dalle conferenze pubbliche di sensibilizzazione Cinzia è passata in fretta a coinvolgere i ragazzi delle scuole. Ora è in cantiere un progetto pilota con la città di Lecco per sviluppare un’app da smartphone in grado di mappare gli edifici contaminati. «Grazie al lavoro con gli esperti, gli allievi del Liceo Medardo Rosso stanno costruendo una guida che sarà cartacea e sul web: come riconoscere l’amianto, cosa fare per la bonifica e quali sono le tutele per chi si ammala».

Sabina: «Faccio il monitoraggio dei danni alla salute»

La sua richiesta di giustizia è arrivata alla presidente della Camera Laura Boldrini. Sabina Contu, 43 anni, giurista a capo della sezione sarda dell’Associazione italiana esposti amianto, è più che determinata. «Per decenni la nostra regione è stata sede dei maggiori poli petrolchimici d’Italia. Ma i luoghi dove sorgevano non sono stati riconosciuti come siti contaminati, per cui i lavoratori sono stati esclusi, finora, dai benefici previdenziali previsti dalla legge 257 del 1992» racconta. «Qui si continua a morire per malattie correlate all’esposizione prolungata all’amianto, come il mesotelioma e il carcinoma polmonare». Grazie al suo lavoro di documentazione, un anno fa è partito un esposto alla procura per omicidio e disastro colposo. Un corposo dossier sulle morti imputabili alla fibra killer nel petrolchimico di Ottana (Nu) è stato presentato anche alla Commissione d’inchiesta del Senato sugli infortuni sul lavoro. Un vero e proprio monitoraggio civico che colma l’assenza dello Stato. «Ma manca ancora uno studio epidemiologico completo» spiega Sabina. «Per questo chiediamo che il comune di Ottana diventi un sito d’interesse nazionale per le bonifiche».

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