Perché mancano i medici di famiglia

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Flora Casalinuovo

Entro il 2023 ne andranno in pensione 21.000 e solo un terzo verrà sostituito. Chi rimane si troverà a gestire anche 2.000 pazienti. Risultato? Visite lampo, studi di provincia fantasma. E una popolazione anziana che rischia di non ricevere cure adeguate

Saranno sempre di meno, e avranno troppi pazienti da gestire: anche se il tono è un po’ catastrofico, potremmo sintetizzare così gli allarmanti numeri circolati nelle scorse settimane sul futuro dei nostri medici di famiglia. Secondo il più importante sindacato del settore, tra 6 anni mancheranno 15.000 professionisti: entro il 2023 ne andranno in pensione 21.000 e ne saranno rimpiazzati solo 6.000. Insomma, sono troppi i dottori anziani che lasciano rispetto ai giovani neospecializzati che debuttano. L’allarme suona più forte al Nord: in Lombardia l’ultimo bando era per 640 posti, ma 400 sono rimasti liberi. Perché nessun medico vuole intraprendere questa carriera? Che conseguenze ci saranno per i pazienti?

Abbiamo il record di camici vecchi

Nel 2014 Eurostat ha fotografato il settore e restituito un’immagine preoccupante: l’Italia è il Paese europeo con i camici bianchi più vecchi. Il 52% ha superato i 55 anni. Perché? «Le politiche sanitarie hanno peccato nella programmazione» spiega Silvestro Scotti, segretario nazionale della Federazione italiana medici di medicina generale. «A differenza delle altre specialità, organizzate dalle università, la nostra scuola di formazione è di competenza delle Regioni. Si formano al massimo 900 dottori di base all’anno, ma ne vanno in pensione 2.000. Gli specializzandi hanno una borsa di studio di circa 1.700-1.800 euro al mese, mentre i giovani della scuola di medicina generale si devono accontentare di 900 euro. È lo Stato a decidere i fondi, e le università, a quanto pare, hanno più potere delle Regioni». Ma la mancanza di medici avrà ricadute pesanti soprattutto per i futuri pazienti: «Siamo un Paese che invecchia rapidamente e gli anziani soffrono di malattie croniche. Il medico di base diventerà, quindi, sempre più una figura fondamentale».

C’è troppa burocrazia e poca fiducia

Stetoscopio al collo e valigetta tra le mani, un tempo (lontano) i dottori andavano di casa in casa a visitare i pazienti. Alexandra Gelfi ha 38 anni, lavora in 2 delle più grandi Asl milanesi e ha scelto questo percorso proprio perché affascinata dall’immagine del passato. «Volevo fare il vero medico, quello che cura una persona per tutta la vita e crea con lei un rapporto speciale. Mi sono accorta subito, però, che questo aspetto è penalizzato da organizzazione e burocrazia. Io mi divido in 2 studi con altri colleghi: così offriamo un servizio migliore con turni più lunghi e abbiamo un’infermiera e una segretaria a supporto. Ma non basta. Seguo 830 pazienti: nel periodo di picco dell’influenza, per esempio, posso dedicare a ogni controllo appena 10 minuti e alle visite domiciliari 2 ore al mattino, al massimo, prima dell’ambulatorio. In pausa pranzo compilo ricette, impegnative, certificati di malattia.

Ormai si punta alla quantità e il sistema sanitario non aiuta, visto che ci paga a paziente (meno di 4 euro al mese, ndr): più malati segui, più guadagni, ma cosa offri alle persone? A Milano ci sono studi affollati e altri quasi vuoti perché quando si fa la scelta del medico spesso si va a caso, invece basterebbe che la Asl migliorasse i meccanismi di assegnazione ». Che ci sia, però, qualcosa da migliorare nel sistema sanitario e nella relazione con il medico “condotto” lo sentono anche e soprattutto i pazienti. Quasi metà degli italiani, secondo le ultime ricerche del Censis e di Altroconsumo, non sono soddisfatti del proprio dottore e si presentano in ambulatorio soprattutto per farsi prescrivere farmaci e impegnative “rosse”: le cure a domicilio sono viste come un’utopia e le visite in ambulatorio sono ritenute spesso frettolose o superficiali. Tanto che bypassare il medico di base e rivolgersi direttamente allo specialista è diventata quasi la regola.

Gli specializzati aspettano un incarico 12 mesi

Cosa accadrà, dunque, quando il ricambio generazionale si incepperà? «Il rischio è che gli studi diventino più affollati dei pronto soccorso e lontani dai cittadini, con interi quartieri o zone scoperti» prevede Silvestro Scotti, segretario della Fimmg. «A essere penalizzati saranno soprattutto i piccoli Comuni, perché i neodottori oggi sono attirati dalle metropoli: ma l’Italia è fatta proprio di paesi, dove gli abitanti dovranno macinare chilometri per una ricetta. Si potrà magari aumentare il “massimale”, ovvero il numero massimo di pazienti per medico: ora è 1.500, ma in media si arriva a 1.000 e si potrebbe ipotizzare di alzarlo a 2.000 dove serve. Ma è una soluzione di emergenza che rischia di penalizzare il servizio. Bisognerebbe intervenire sulla formazione: più posti nelle scuole di specializzazione e borse di studio più alte. E maggiore velocità per l’ingresso nella professione, visto che finiti gli studi si entra subito in graduatoria, ma si viene chiamati per un incarico in media 12 mesi dopo.

Poi, va incentivata la collaborazione tra professionisti, con studi in cui lavorano più medici e infermieri». E, forse, occorrerebbe un cambio di mentalità. «Oggi il dottore Asl è considerato una figura di serie B» nota Vittorio Agnoletto, medico e docente di Globalizzazione e politiche della salute all’università Statale di Milano. «Le istituzioni devono valorizzarla, investendo anche in termini economici. Un bravo medico di base dovrebbe fare prevenzione, evitare visite specialistiche inutili e, quindi, essere in grado di far risparmiare il Servizio sanitario nazionale. Non solo: è una figura fondamentale perché può informare i pazienti sull’importanza dei vaccini e sostenere anche psicologicamente le persone più disagiate. Insomma, ha un ruolo sociale cruciale, che va riconosciuto».

Pediatri: tanti scelgono i privati

Sono circa 14.000 in tutta Italia. E per ora l’allarme non li (e ci) riguarda. «Ma nei prossimi anni potremmo avere problemi anche con i pediatri» dice Rinaldo Missaglia, segretario nazionale del Sindacato medici pediatri di famiglia. «In media, stiamo superando il massimale di 800 piccoli pazienti per dottore, in Veneto siamo già intorno ai 1.000. E le scuole di specializzazione preparano pochi professionisti rispetto alle esigenze future. Per capirci, nel 2015 ne sono andati in pensione 800 e dalle scuole ne sono usciti solo 280. Il problema, poi, sono i tanti medici che scelgono la libera professione, dove i guadagni sono più alti e immediati. Meglio correre ai ripari per tempo: alzare il numero chiuso in università e dotare gli studi di segretarie e infermiere che snelliscono il lavoro».

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