Sacchetti bio per frutta e verdura: tutte le domande

08 01 2018 di Lorenza Pleuteri
Credits: Shutterstock

Tiene banco il dibattito sull’obbligo di usare e pagare le nuove buste ultrasottili per pesare e prezzare frutta e verdura. È un dovere a cui ha obbedito l'Italia o una scelta? Si possono davvero portare le buste da casa? E come capire se il sacchetto portato da casa è quello giusto?


I sacchetti per imbustare frutta e verdura, nei supermarket così come nei negozi di vicinato e nei mercati, dal primo gennaio per legge devono essere ultrasottili, degradabili, compostabili. E vanno pagati, senza eccezioni, in media 2-3 centesimi a pezzo. Il varo delle nuove norme, in estate, non aveva provocato sussulti. Nei primi giorni dell’anno invece si è scatenato il finimondo: proteste, lamentele, squilli di rivolta. I social intasati e la chiamata alle armi online. Esposti alle procure, titoloni, servizi, interviste. Smentite. E poi mezze verità, bufale, chiarimenti ministeriali che non chiariscono, domande senza risposte. Da giorni non si parla quasi d’altro. 

“Regna in Italia – ha scritto un commentatore - un clima simile a quello introdotto dalla tassa del macinato di Quintino Sella”. ”Un fuoco di paglia”, ha osservato un altro, convinto che il clamore si spegnerà da solo. Intanto, nella marea di informazioni messe in circolo e dalle fonti più disparate, non sempre è semplice distinguere il vero dal verosimile e dalle fake news.

Far pagare il sacchetto è una scelta o un obbligo?

L’Italia, dopo le fughe in avanti e l’apertura di una procedura di infrazione, ha recepito la direttiva Ue del 2015 in materia di prevenzione e riduzione dell’impatto degli imballaggi sull’ambiente. La normativa è stata disciplinata da un emendamento governativo con un articolo infilato a giugno nel decreto legge per la crescita economica del Mezzogiorno, convertito il 3 agosto 2017, passato sottotraccia e ignorato dai più. L’applicazione del prezzo anche agli shopper ultraleggeri è una opzione possibile e praticabile dai singoli Paesi, consentita dalle linee guida europee. Ma non una scelta obbligatoria o imposta. Ogni Stato membro, sul punto, valuta le esigenze in ballo e si regola come meglio crede per centrare l’obbiettivo generale: diminuire la plastica inquinante. Da anni, invece, si pagano le buste più spesse che si prendono alla cassa per riporre la spese (se non si dispone di borsoni riutilizzabili o il punto vendita non mette a diposizione scatoloni vuoti).

Si possono portare i sacchetti da casa?

Per ora non sembra possibile. Alcune associazioni di consumatori chiedono direttive ufficiali e istruzioni precise. La risposta per il futuro prossimo è vincolata a clausole e condizioni, tali e tante che un apparente sì vira verso il no. Con una circolare interpretativa il ministero dell’Ambiente ha passato la palla al ministero della Salute, sostenendo che quest’ultimo “è orientato a consentire l’utilizzo di sacchetti di plastica monouso, già in possesso della clientela”. Si attendono dunque disposizioni formali, dopo le anticipazioni verbali arrivate dal dicastero diretto da Beatrice Lorenzin. Il perimetro, però, sembra tracciato. Le borsine portate da casa dovranno essere nuove, non riciclate, conformi alla legislazione sui materiali che entrano a contatto con i cibi. Non solo. Andranno rispettate le indicazioni date dagli esercizi commerciali, chiamati a garantire l’igiene e la sicurezza degli alimenti venduti alla clientela e delle attrezzature che ci sono nei negozi. Il riutilizzo di sacchetti non vergini, è il rischio paventato, potrebbe provocare contaminazioni batteriche.

Come capire se il sacchetto che si porta da casa va bene?

Tuona Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori: “La circolare del ministero dell’Ambiente non risolve e non chiarisce un bel nulla. Che cosa vuol dire che il dicastero della Salute ‘è orientato a consentire l’utilizzo di sacchetti di plastica monouso’? Si può fare o non si può fare?”. Le domande non si fermano qui. La Ue e la nostra legge classificano le buste, e gli obblighi connessi, in base ai materiali di fabbricazione e alla consistenza. Continua Dona: “Il consumatore, poi, come fa a sapere se il sacchetto è quello previsto dalla legge? Misura lo spessore in micron?”.

Quanto può costare ogni busta?

La legge italiana impone che i biosacchetti ultrasottili vengano pagati dal consumatore, ma non fissa alcun prezzo. Non indica nemmeno un costo massimo o un range. I nuovi shopper obbligatori, stando alle rilevazioni del Codacons, in questi giorni sono posti in vendita a cifre che oscillano da 1 a 5 centesimi. Nel caso in cui i consumatori volessero comprarli per conto loro, per portarseli da casa, i costi pro capite salirebbero ancora di più. Un rotolo di dieci sacchetti di plastica biodegradabile per il rifiuto umido e organico – ricorda ilsole24ore.com - costa tra i 2 e i 3 euro (in genere 2,50-2,70 euro a confezione).

Le buste a rete sono ammesse?

Tra le soluzioni alternative proposte da cittadini e paladini degli utenti c’è quella delle borse a rete, i modelli usati dalle nonne, frequenti nel nord Europa, tornati in auge su qualche spiaggia. Nei siti di e-commerce se ne trovano in materiale plastico, corda e cotone biologico, a prezzi compresi tra 1,5 e 8 euro. Chi sa lavorare all’uncinetto, acquistando al risparmio la materia prima, se le può realizzare da sola. Resta, però, un problema di fondo: il ministero della Salute e i singoli negozi autorizzerebbero o no l’uso di questo tipo di ‘contenitori’?

L’Adoc, auspicando “correzioni” alla legge, nel frattempo chiede a tutta la grande distribuzione di “fissare a 1 centesimo il prezzo del sacchetto, pareggiando le spese di produzione, in modo da non appesantire eccessivamente i costi a carico del consumatore: il cittadino andrebbe così a sostenere, in un anno, una maggiore spesa di 2 euro, considerando l’uso annuale di circa 200 sacchetti”.

I sacchetti di carta restano?

La risposta è sì, se si parla di quelli forniti da negozianti e rivenditori. La direttiva Ue del 2015 suggerisce l’uso della carta al posto della plastica. Ma pochi supermercati italiani, almeno per ora, mettono a disposizione sacchetti cartacei per imbustare, pesare e prezzare i prodotti dei reparti ortofrutta. La ragione? Imballaggi non trasparenti non consentono ai cassieri di vedere se il contenuto corrisponde all’etichetta col prezzo, a meno che ci sia una “finestrella”. Da fruttivendoli e ortolani, e nei mercati, i sacchetti di carta sono diffusi e da tempo compresi nel prezzo della merce.

Vale la pena pesare ed etichettare un prodotto alla volta?

Sui social si sono viste foto di arance e zucchine prese e pesate ad uno ad uno, senza riporle nelle buste a pagamento. Qualcuno ha applaudito alla “genialiata”. Qualcun altro ha fatto notare che il trucco è inutile, se non controproducente. Alle casse, in genere, per ogni etichetta viene conteggiato automaticamente anche il costo di un sacchetto, pure se il sacchetto non c’è. Le etichette, inoltre, lasciano sui prodotti residui collosi.

In farmacia i biosacchetti si devono pagare?

Le discusse norme varata in estate, sostiene ilsole24ore.com, “non riguardano tutti i piccoli imballaggi di plastica come i sacchetti del farmacista, in gran parte biodegradabili da anni e finora offerti a titolo gratuito”. Ma le interpretazioni divergono: forse possono continuare a essere dati in omaggio o forse no. Per Federfarma, il sindacato di categoria, dubbi non ce ne sono: l’obbligo di addebitare sullo scontrino il costo della busta di plastica “vale per tutti gli esercizi commerciali ”– comprese dunque le rivendite di medicinali – ed “è stato confermato anche da Confcommercio e Assobioplastiche, l’associazione dei produttori di plastiche biodegradabili e compostabili”.

Quali sacchetti e imballaggi restano esclusi?

La nuova legge, sempre a detta de ilsole24ore.com, “si applica esclusivamente alle borse (non ai foglietti trasparenti che il salumiere deposita sulle fette di prosciutto), di plastica (non di carta oleata), a parete sottilissima (non la plastica grossa della mozzarella né la plastica forata del pane), usata a fine di igiene (non i sacchetti per trasportare il prodotto) sui soli alimenti (non farmaci o altri beni) sfusi (non i prodotti confezionati)”.

La spesa extra si ammortizza e ovunque?

“Il costo dei sacchetti - è uno dei cavalli di battaglia del fronte pro - si ammortizza, perché si possono riciclare per raccogliere la frazione umida del pattume”. Ma non sarebbe così ovunque. Sul sito della società Seab, quella che si occupa dei rifiuti nel cuore dell’Alto Adige, si legge: “Molti cittadini non sanno ancora che anche i sacchetti in mater-bi (la “plastica organica”) non sono adatti per la raccolta dell’organico a Bolzano: creano dei problemi nell'impianto di fermentazione perché il loro tempo di degradazione è significativamente più lungo rispetto agli altri materiali raccolti e perché spesso si incastrano tra le lame del frantumatore causando dei guasti al sistema”. Agli abitanti del capoluogo della provincia autonoma viene suggerito di servirsi di bustoni di carta distribuiti casa per casa o dei sacchetti per il pane o altri prodotti, purché senza finestre di nylon.

Il nuovo sistema maschera “una tassa occulta della banda Gentiloni, Renzi & c”?

Tra chi risponde di no, oltre agli interessati, c’è anche Legambiente. “Le polemiche di questi giorni – ha dichiarato il direttore generale, Stefano Ciafani – sono davvero incomprensibili: non è corretto parlare di caro spesa né di tassa occulta. Da sempre i cittadini pagano in modo invisibile gli imballaggi che acquistano con i prodotti alimentari ogni giorno. La differenza è che dal primo gennaio, con la nuova normativa sui bioshopper, il prezzo di vendita del sacchetto è visibile e presente sullo scontrino. Sarebbe utile che ci si preoccupasse dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento causato dalle plastiche non gestite correttamente, che si accettassero soluzioni tecnologiche e produttive che contribuiscono a risolvere questi problemi, senza lasciarsi andare a polemiche da campagna elettorale di cui non se ne sente il bisogno”.

È stata o no favorita la Novamont?

Tra le accuse mosse al segretario del Pd Matteo Renzi, via social e su alcuni giornali, c’è quella di aver favorito gli interessi dell’azienda leader nella produzione del biomateriale con cui sono fatti i sacchetti ultrasottili, la Novamont. Riassume ilfattoquotidiano.it: l’amministratore delegato della società, Catia Bastioli, nel 2012 ha partecipato alla Leopolda, la convention dell’ex premier. Nel 2014, due mesi dopo l’insediamento a Palazzo Chigi, lui l’ha nominata presidente della partecipata pubblica Terna. Poi, durante il suo tour in treno, a metà novembre ha fatto tappa all’azienda “amica” e ha incontrato i vertici a porte chiuse. Anche in questo caso i diretti interessati, indignati, hanno smentito rispedito ai mittenti la tesi dei favoritismi: “È una fake news, un’altra”.

Riproduzione riservata