Studenti bulli e genitori maneschi: stop alla violenza sui prof

06 11 2018 di Lorenza Pleuteri
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Le aggressioni agli insegnanti da parte di alunni e genitori non sono più episodi rari e isolati. Per ottenere una legge che li difenda e punizioni più severe un gruppo di docenti ha lanciato una petizione. Le firme stanno raggiungendo quota 100 mila 

La lunga serie di violenze, dalle elementari alle superiori

Una professoressa di 55 anni, qualche giorno fa, è stata presa a sediate in un’aula dell’Ipsia “Floriani” di Vimercate, lasciata apposta al buio dagli studenti. A breve distanza di tempo a Saronno una mamma ha sputato addosso a una maestra elementare del plesso “Gianni Rodari”, “colpevole” di averla rimproverata per essere di nuovo arrivata in ritardo a prendere il figlio. In una scuola superiore di Alessandria, a marzo, una prof con problemi motori è stata immobilizzata da alcuni dei suoi ragazzi, colpita a calci, ripresa in un video, umiliata. E via elencando, da Treviso a Palermo e Siracusa, passando per Foggia e il Casertano. Esasperati per il ripetersi di aggressioni da parte di alunni e di genitori, i docenti del gruppo “Professione insegnante” tornano a chiedere aiuto ai referenti istituzionali. E lo fanno invocando una legge ad hoc e punizioni più severe.

L’appello di un gruppo di docenti: quasi 100mila adesioni

I desiderata del manipolo di professori sono elencati in una petizione primaverile aggiornata con gli ultimissimi episodi e rilanciata sulla piattaforma change.org. Le firme veleggiano verso quota 100mila. Il messaggio è rivolto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al premier Giuseppe Conte e al ministro dell’Istruzione Marco Bussetti. Il testo è di quelli destinati a far discutere e a dividere, perché batte sulla tolleranza zero, anche per i giovanissimi. Ma la prevenzione passa necessariamente dalla repressione? Possibile che non esistano altre soluzioni per responsabilizzare tutte le parti in campo e arginare le violenze nelle scuole? Non si dovrebbero favorire dialogo e progetti educativi mirati? 

Un esempio: l’epilogo disciplinare del caso Alessandria

“La punizione per gli studenti di Alessandria – raccontano i promotori della petizione - è stata un mese di sospensione con l’obbligo di frequenza e in aggiunta la pulizia dei cestini delle altre aule durante l’intervallo. Una punizione definita ‘per nulla esemplare e un messaggio sbagliato agli studenti che rispettano la scuola e gli insegnanti’ da molti altri docenti che esprimono la necessità di punizioni più incisive”.

La crisi del patto educativo, il ruolo delle famiglie

“Le famiglie sono una parte importante del lavoro educativo – argomentano gli estensori dell’appello - perché sono i genitori ad educare la persona mentre la scuola educa i cittadini. È sconvolgente pensare che un genitore possa entrare in una scuola e compiere atti simili o che uno studente si possa permettere di picchiare da solo o in gruppo un docente. Sono fatti che evidenziano quanto sia profondamente mutato il rapporto di fiducia tra scuola e famiglia, che interrompono bruscamente quel patto di corresponsabilità educativa e che vanno condannati con forza. A partire dall’autonomia scolastica fino alla recente riforma, la legge 107, la figura dell’insegnante ha perso man mano autorevolezza e prestigio, calpestata da logiche di potere che ne minano la serietà ed il valore istituzionale”.

“Una legge ad hoc e pene più severe”

Per i sottoscrittori della petizione non ci sarebbero alternative: “Serve una legge, serve una norma  - incalzano - che istituisca e soprattutto rafforzi la figura dell’insegnante quale pubblico ufficiale, che inasprisca le pene laddove ci sono episodi di violenza conclamati, che tuteli la libertà di insegnamento e restituisca agli insegnanti un ruolo di primo piano”. Sanzioni più pesanti, sostengono, sarebbero “da esempio educativo per le generazioni future” e garantirebbero “il libero esercizio dell’insegnamento quale base per la crescita” degli adulti di domani.

L’esperto: “La repressione non è lo strumento vincente”

Il pedagogista Daniele Novara, fondatore e motore del Centro psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti, è su tutt’altra lunghezza d’onda, in particolare per quanto riguarda ragazzini e adolescenti. “Le posizioni di questi professori mi sembrano datate, superate. La repressione non ha mai portato a risultati positivi. È decisamente più efficace e vincente intervenire sul processo educativo. Bambini e ragazzi che sbagliano vanno educati, non puniti. Criminalizzarli e reprimerli non servirebbe. La loro mortificazione – continua - aggiungerebbe solo benzina all’incendio che hanno dentro. Come le scienze neurologiche hanno confermato, il loro cervello è ancora immaturo. Certo - concede - gli strumenti educativi devono essere basati anche sul rigore”.

E se poi si sconfina nel penale, “l’ordinamento giudiziario che abbiamo in Italia è il migliore e non va cambiato. Lo apprezzano e lo studiano da tutto il mondo. Prevede che gli under 14 non possano essere perseguiti penalmente e questa soglia non deve essere alzata, come invece viene richiesto da alcune parti. Sono anche del parere che le carceri per minori si potrebbero chiudere: le norme elencano tutta una gamma di interventi alternativi, puntando sulla mediazione e sulla giustizia riparativa”.

“La scuola sta cambiando: serve aiuto”

Maura Manca, psicologa e psicoterapeuta, responsabile dell’osservatorio nazionale AdoleScienza, sottolinea: “Nella scuola è in corso un cambiamento. Tanti insegnanti vivono una condizione complessa. Si trovano a dover gestire tante problematiche individuali già a partire dalle strutture per l’infanzia. La famiglia chiede educazione e formazione alla scuola, la scuola chiede educazione e formazione alla famiglia. Però né l’una né l’altra, ulteriore cosa di cui dobbiamo tenere conto, ha un ruolo autorevole. La richiesta d’aiuto dei docenti, in questo quadro, è comprensibile e va raccolta.  Si sentono soli. Come intervenire? Occorre affiancare maestri e professori con personale specializzato di supporto”. 

E le sanzioni? “Le punizioni ci devono essere. Tante volte ci dimentichiamo che i ragazzi sanno sempre cosa succede nelle loro scuola e nelle altre. Lo vedono dai social. Se non interveniamo in modo forte e marcato quando ci sono episodi gravi, diamo un segnale sbagliato a tutti quelli che guardano”. 

“La punizione fine a se stessa non serve” 

Non solo. “Le sanzioni – continua l’esperta - andrebbero sempre affiancate da attività rieducative. Altrimenti faremmo un regalo a quegli studenti che, se vengono sospesi, sono soddisfatti per il risultato ottenuto: saltare le lezioni”.

Anche i comportamenti aggressivi e negativi degli adulti, sempre secondo Manca, non vanno lasciati correre impunemente, al di là degli aspetti penali. “Gli adulti a volte si dimenticano della funzione educativa che hanno, in termini di esempio. Un padre che prende a pugni un docente e una mamma che sputa in faccia alla maestra insegnano ai figli, sbagliando, che sono quelle le modalità per risolvere i problemi. Se a casa denigrano la scuola e i professori, i figli poi si sentono legittimati a comportarsi male”. 

“Gli insegnanti non sono infallibili” 

Manca offre un ultimo spunto su cui riflettere. “Gli insegnanti non sono infallibili. Le famiglie, diversamente da come succedeva una volta, hanno il diritto di confrontarsi con loro, discutere, chiedere. Ma c’è modo e modo per porre e affrontare le questioni”.

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