Io, per 20 anni in un call center (e adesso senza lavoro)

<p>La storia di Cristiana Di Giorgi è diventata un libro: "2113 RM. Storia di due operatrici di call center" (Sensibili alle foglie). Il titolo è il numero del badge che l’autrice usava quando lavorava in Almaviva Contact, prima del licenziamento</p> Credits: Contrasto

La storia di Cristiana Di Giorgi è diventata un libro: "2113 RM. Storia di due operatrici di call center" (Sensibili alle foglie). Il titolo è il numero del badge che l’autrice usava quando lavorava in Almaviva Contact, prima del licenziamento

“Soppressa”: così è stata definita Cristiana nella lettera di licenziamento ricevuta dal colosso Almaviva dove era assunta. Con lei, 1.665 dipendenti. Una vertenza record, ma non l’unica. Dall’Ilva a Valtur, sempre più aziende riducono il personale. Eppure la disoccupazione cala. Com’è possibile?

Per 20 anni Cristiana ha fatto sempre e solo l’operatrice di call center. Cuffia in testa, sguardo dritto sul monitor, 6 ore di telefonate con i clienti, vita da open space. Fino a quando, con un contratto a tempo indeterminato, è rientrata suo malgrado nel più grande licenziamento collettivo degli ultimi 25 anni: 1.666 lavoratori lasciati a casa in un colpo solo dall’azienda Almaviva Contact, leader nel campo dei call center in Italia. Oggi Cristiana ha 48 anni, una figlia 17enne e un marito impiegato. Per non cedere alla rabbia («e al senso di colpa di non aver fatto scelte diverse») ha scritto 2113 RM. Storia di due operatrici di call center, edito da Sensibili alle foglie e ispirato alla sua vicenda professionale. Tra ritmi snervanti, accordi al ribasso e la costante minaccia di licenziamenti collettivi. «Ho cominciato a lavorare in Almaviva Contact nel 1996, ai tempi si chiamava Atesia» racconta Cristiana.

«Avevo 26 anni e i turni mi permettevano di studiare e lavorare insieme. Dopo la laurea in Sociologia e la nascita di mia figlia sono rimasta per lo stesso motivo: il part time». In questi anni Cristiana è passata da contratti rinnovabili ogni 3 mesi «senza ferie né malattie pagate» a un’assunzione da dipendente, dopo che nel 2007 l’azienda è stata obbligata a regolarizzare 3.000 persone con posizioni precarie, tra cui la sua. «Prima avevo l’ansia di perdere il posto, poi con l’assunzione l’atmosfera si è fatta sempre più pesante» racconta. «Se facevamo telefonate con i clienti più lunghe di 3 minuti ci pressavano con i tempi, e se ci sorprendevano con il cellulare in mano scattavano lettere di richiamo: alla terza seguiva il licenziamento. Se non mi avessero lasciata a casa sarei ancora lì, dopo 20 anni, con le stesse mansioni: nei call center l’unico avanzamento professionale è diventare un tutor, ma controllare i colleghi per me non è far carriera. Prima di essere licenziata mi occupavo dei clienti Eni: 6 ore al giorno per uno stipendio di 1.000 euro».

Il rapporto di lavoro cessa all’improvviso il 30 dicembre di 2 anni fa, quando Cristiana ritira in posta una delle 1.666 lettere di licenziamento di Almaviva («in cui ci definivano “soppressi”»), dopo un braccio di ferro con l’azienda che imponeva ai lavoratori di Roma e Napoli - il 78% donne - condizioni capestro: lavorare 4 ore al giorno a 500 euro al mese. «Non abbiamo accettato. Siamo rimasti a casa e in circa 1.100 abbiamo fatto causa all’azienda per licenziamento illegittimo». La battaglia legale è tuttora in corso. «Dopo l’amarezza di essere stata trattata come un numero (da qui il titolo del libro 2113 RM, la matricola sul suo badge, ndr), i sit-in sotto il ministero dello Sviluppo economico, le attese di false promesse e il tentativo di rassicurare mia figlia che niente sarebbe cambiato in famiglia, ho ricominciato dalla mia laurea. Ho vinto una borsa di studio per un master in gestione delle risorse umane all’università Roma Tre. Un campo in cui mi piacerebbe lavorare, se non dovessi vincere la causa di reintegro in Almaviva».

Eppure, per l'Istat l'economia è in ripresa

Secondo gli ultimi dati Istat, il nostro Paese è in ripresa. La disoccupazione è al livello più basso dal 2012: 10,9%. Nell’ultimo triennio sono stati creati 800.000 posti di lavoro e abbiamo pure un 49,3% di occupazione femminile, che per l’Italia è il miglior record di sempre. Eppure, da Nord a Sud, dalla Embraco all’Ilva, non passa giorno senza una nuova vertenza e su molte fabbriche campeggia il cartello “licenziamenti collettivi in corso”. Da dove nasce il cortocircuito?

Per l’Istat Gli ammortizzatori sociali sono stati ridotti

In teoria, i posti che saltano non dovrebbero spaventare. «Un’economia che funziona non è priva di licenziamenti. Semplicemente, i nuovi posti sono maggiori, quindi il saldo resta positivo» dice Fabiano Schivardi, professore di Economia all’università Luiss di Roma. Nella pratica, è un altro paio di maniche. La riforma Fornero e il Jobs Act dal 2017 hanno ridotto gli ammortizzatori sociali. È sparita la “mobilità”, che in casi eccezionali arrivava a 48 mesi, ed è arrivata la disoccupazione “Naspi”, che si ferma a 24 mesi. «Inoltre, è più difficile ricollocare i lavoratori maturi, perché sono stati aboliti gli sgravi fiscali per chi assumeva dalle liste di mobilità» dice Luigi Brianzi, funzionario Filcams-Cgil di Milano. Che sia diventato più conveniente licenziare rispetto al passato? «I costi per i datori sono simili» dice il sindacalista. Perché, allora, tutti questi posti che saltano?

Abbiamo produzioni industriali ormai superate

«Prendiamo la Embraco, fuori Torino, dove sono a rischio 500 posti: è un’azienda che sforna compressori per frigo ed elettrodomestici. È un esempio calzante di produzioni industriali ormai superate, che si preferisce spostare a Est, dove il lavoro costa meno» spiega il professor Schivardi. Un altro esempio emblematico è la catena Trony, con 466 addetti sul lastrico, che segue altre riduzioni avvenute in Mediaworld. «Quando l’elettronica di consumo è entrata nelle case di tutti, si sono moltiplicati i punti vendita. Ma poi sono arrivate la crisi e la concorrenza dell’e-commerce. Troppi negozi non potevano reggere». Il problema è che la new economy non crea i posti necessari per sostituire i vecchi. Specialmente al Sud, che paga anni di sprechi e sviluppo mancato, e dove intere comunità si aggrappano alla sopravvivenza di una fabbrica. In Sardegna, all’Alcoa di Portovesme, ce l’hanno fatta. Gli svizzeri di Sider Alloys hanno salvato 500 posti e, caso unico in Italia, i lavoratori possiedono il 5% delle quote e parteciperanno alla gestione. Anche all’Ilva si è trovato un compratore, il colosso anglo-indiano Arcelor Mittal, ma la proprietà vuole ridurre il personale da 14.000 a 10.000 unità. Mentre a Termini Imerese, dove la Fiat ha chiuso ufficialmente nel 2012, ci sono 350 persone in attesa di sapere il loro futuro.

La crisi può colpire tutti i settori, dal web al turismo

I licenziamenti oggi non colpiscono un solo comparto. Gli ultimi casi? Si va da Italiaonline (200 esuberi in vista), si passa per il Casinò di Campione (156) e si arriva a Valtur, storico marchio del turismo nato nel 1964. Un caso anomalo, perché dall’arrivo nel 2016 della nuova proprietà erano tornati fiducia e investimenti. Pochi mesi fa, invece, la doccia fredda: concordato e licenziamenti per 108 dipendenti a tempo indeterminato e 123 a termine. «Incredibile, visto che l’inverno si era chiuso con il fatturato a +24% e le prenotazioni estive correvano» raccontano Katia Di Nora, 45 anni, in azienda dal 2000, e Morena Marrone, 40enne, entrata nel 2010. Due mamme lavoratrici che, per mettersi a disposizione in un momento cruciale, avevano deciso di rientrare in anticipo dalla maternità. Ora si spera in un compratore «altrimenti dovremo trovare altro. Ma sarà dura».

Servono investimenti e una vera riforma del lavoro

A chi si può attribuire la responsabilità delle tante vertenze in corso? «In parte all’ultima riforma del lavoro rimasta monca» spiega Schiavardi. «Con la maggior flessibilità nei contratti, ha centrato l’obiettivo di favorire le assunzioni, benché molte a termine. Però, per creare alternative ai licenziamenti, doveva puntare sulla formazione continua e sulla revisione dei centri per l’impiego. A cui andrebbero aggiunti investimenti che facilitino l’arrivo di nuove imprese. Altrimenti, al ministero si potranno firmare tanti piani di salvataggio dove il pubblico aggiunge dei soldi. Ma sarà sempre come mettere una pezza».

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