Paralimpiadi 2016: Beatrice Vio, scherma in carrozzina

06 09 2016 di Cristina Sarto
Credits: Ansa

Beatrice Vio a 19 anni ha vinto l'oro nel fioretto individuale in carrozzina alle Paralimpiadi di Rio. È l’unica al mondo a tirare di fioretto con una protesi, dopo aver perso a 11 anni gambe e avambracci a causa di una meningite acuta

Prima che partisse per Rio, Beatrice Vio era già campionessa del mondo di fioretto in carrozzina. Alle Paralimpiadi ha stravinto, regalando al mondo la sua storia straordinaria. Ma la sua più grande vittoria resta essersi battuta come una leonessa contro un avversario gigantesco, la meningite

Noi l'abbiamo incontrata alla vigilia della sua avventura. E ci ha spiazzato subito così: «Mi metto le braccia e arrivo». Beatrice Vio ti sorprende per poi infilzarti con una stoccata d’ironia: «È stato difficilissimo imparare a mangiare le patatine con le protesi. Ma adoro l’aperitivo a base di Spritz e non potevo farne a meno». La vita per questa 19enne di Mogliano Veneto, provincia di Treviso, è un assalto al futuro da affrontare senza protezione. Non ne ha bisogno chi a 11 anni ha sconfitto una grave forma di meningite acuta, letale nel 10-15% dei casi. 

A causa dell’infezione, che ha causato la necrosi degli arti, i medici le hanno dovuto amputare le gambe e gli avambracci. Ma dopo 104 giorni di ospedale Bebe, come la chiamano familiari e amici, è tornata a casa. «Ridatemi un fioretto» ha detto, e da lì la sua vita è ripartita «più incasinata che mai».

Oggi Bebe è l’unica atleta al mondo a impugnare il fioretto con una protesi; ha scritto un libro, Mi hanno regalato un sogno (Rizzoli); si è diplomata in Arti Grafiche e Comunicazione. E va nelle scuole a spiegare ai ragazzi ciò che gli insegnanti non dicono: «Prendete la vostra passione e trasformatela in un lavoro ». Al suo fianco, un dream team: i fratelli Nicolò e Maria Sole, papà Ruggero e mamma Teresa, che hanno fondato l’associazione Art4Sport per promuovere lo sport tra i bambini amputati (art4sport. org). Ci saranno anche loro ai Giochi Paralimpici di Rio, dove Bebe se la vedrà con cinesi e russe.

L’importante è partecipare, giusto? Neanche per idea. Se mi accontentassi, non andrei da nessuna parte. Perché nella scherma la mente è fondamentale: quando sali in pedana, più che la tecnica o l’allenamento, conta quanto sei aggressiva. Devi guardare l’avversario e dirti: «Adesso lo spacco».

L’altro farà lo stesso. Certo. Mai sottovalutare chi hai di fronte, anche se sulla carta è meno forte. Se lo fai, hai perso in partenza.

Molti non credono che un disabile possa essere così competitivo. Si sbagliano. Io mi alleno 3  giorni alla settimana: 3 ore di scherma e una e mezza di preparazione atletica. Il resto del tempo lo passo tra massaggi e terapie per sciogliere i muscoli delle spalle. Le braccia che uso per fare sport sono bioniche anche nel peso: 2 chili e mezzo ciascuna. Sfido chiunque a reggere un carico simile mentre tira di scherma. O a fare un affondo stando seduto su una carrozzina.

Come sei diventata così determinata? Ci sono nata. Ricordo che a 2 anni mi sono impuntata a portare giù dalle scale una valigia pesante. Quando mi hanno detto che era pericoloso, ho risposto che avrei fatto quello che volevo. Non ho mai smesso di pensarlo, anche dopo la malattia. Non importa se impiego più tempo ad allacciarmi le scarpe o a finire la cena: lo faccio da sola.

Anche nel recupero hai battuto ogni pronostico. Uscita dall’ospedale, i medici avevano previsto 6 mesi di riabilitazione nel centro di Vigorso di Budrio vicino a Bologna, dove costruiscono protesi per gli amputati. Ma era appena finita la scuola e io volevo andare all’isola d’Elba con gli amici. Volevo vivere. Mi sono fatta un mazzo esagerato e dopo 2 mesi ero al mare.

La sfida più grande, oltre a sgranocchiare le patatine? Camminare di nuovo. È un gesto automatico, che di solito fai senza pensarci. Ma quando hai perso le gambe non sai più come muoverti. Devi imparare di nuovo come appoggiare il piede, piegare la caviglia, oscillare le spalle.

Da dove arriva la tua voglia di scherzare? Da mio padre, che non smetterò mai di ringraziare: senza la sua ironia non avrei mai superato i momenti più duri. Quando ho minacciato di buttarmi giù dal letto perché non sopportavo il dolore delle medicazioni, lui ha replicato: «Così ti fai solo più male. Meglio se ti lanci dalla finestra». Oggi l’umorismo mi serve per togliere dall’imbarazzo gli altri.

In che modo? Protesi e cicatrici impressionano. Chi si avvicina a me per la prima volta s’irrigidisce, teme di fare gaffe. Perciò la butto sul ridere. Mi stacco un braccio e glielo allungo: «Giocaci, così capisci come funziona».

E l’altra persona in che modo reagisce? Dopo un po’ si rilassa perché il senso di disagio nei confronti di noi disabili nasce dall’ignoranza: se tu hai paura di toccarmi mi fai sentire diversa. E così si crea una distanza siderale tra di noi. Bisogna fare come i miei ex compagni di liceo, che giocavano con le protesi per ammazzare la noia delle lezioni.

Il tuo sogno nel cassetto? I sogni non fanno per me, perché spesso restano tali. Io mi pongo obiettivi su cui lavorare duro. Dopo Rio, posso iscrivermi a Pubbliche relazioni o fare uno stage a Fabrica, il laboratorio di comunicazione di Benetton. E nel 2026, lo so, arriverò alla presidenza del Coni.

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