Alzheimer, la mia mamma ha suonato il piano

27 04 2017 di Flavio Pagano
Credits: alex tennapel

L'Alzheimer coinvolge in Italia 700.000 pazienti e milioni di “caregivers”, familiari che si prendono cura giorno e notte di chi soffre di questa malattia. Lo scrittore Flavio Pagano ci racconta le storie di un'umanità che non conosciamo. Qui pubblichiamo la ventesima puntata

A volte mia madre, malata di Alzheimer, si protende verso di me, allungando le braccia, come una bambina che vuol essere presa in braccio. E io penso che vorrebbe andar fuori.

«Dove vuoi andare?». Non risponde.

Così l’altro giorno mi è venuta un’idea: se non potevamo uscire, potevo pur sempre portarla in giro dentro casa, e far finta che fossimo a passeggio.

L’ho sistemata sulla sedia, e ci siamo avviati. Quando abbiamo varcato la soglia della sua camera, lei si è girata verso di me, tutta emozionata. Dove stavamo andando?

Per prima cosa abbiamo girato a destra, dove c’era la vecchia camera di mio fratello, e ho capito che lei voleva fermarsi.

Siamo entrati. C’era un po’ di disordine, ma non era questo che aveva catturato la sua attenzione. Ha annusato qualcosa nell’aria e poi, con un’aria delusa, si è intristita. Quasi si metteva a piangere.

L’ho portata fuori, e abbiamo “visitato” lo studio, che era anche la nostra biblioteca. Libri da tutte le parti.

«Buonasera!» ha detto lei, entrando, anche se non c’era nessuno. Ed è stato molto suggestivo, perché mi è sembrato che salutasse i libri. Confesso che l’idea mi è piaciuta molto, tanto che adesso, ogni tanto, lo faccio anch’io.

«Sai che sto scrivendo un nuovo libro» le ho detto.

«Di che parla?» mi ha risposto lei.

«Di te».

«Ah» ha ripetuto lei, con lo stesso tono compiaciuto di poco prima, «e di che parla?».

«Te l’ho detto, parla di te...».

«È una bella storia?» mi ha domandato.

«Bellissima».

Speravo di farla contenta, ma invece chissà a cosa pensava. Perché di nuovo, su quelle parole, ha avuto un momento di profonda malinconia. Ha sospirato e ha chiuso gli occhi.

Sembrava che dormisse, ma con mia madre è sempre così. Lo so: lei dorme sempre, e non dorme mai.

Abbiamo percorso il corridoio ad angolo, lei ha sbirciato nel terrazzino interno, poi siamo andati nell’ultima stanza di quel lato della casa, la camera degli ospiti.

Lì qualcosa l’ha infastidita, ha cominciato a sbracciarsi, a diniegare con la testa: voleva andar via. Non so perché.

Siamo tornati indietro e abbiamo attraversato la sala da pranzo, dove c’è il pianoforte.

Lì, istintivamente, mi sono fermato: quello era il suo pianoforte. Ora lo suonavo io, e in effetti non pensavo mai al fatto che in realtà apparteneva a lei.

Mi ha chiesto di avvicinarla allo strumento. Era già aperto. Ho fatto da parte lo sgabello per farle posto e l’ho accostata alla tastiera.

«E la nostra gita? Non vuoi vedere il resto della casa?».

No, ora la sua attenzione era tutta per il piano. Ed è cominciato un delizioso gioco di sguardi.

Come un bambino con un giocattolo tanto atteso, mia madre mi guardava di sottecchi, rideva, si emozionava, allungava una mano a sfiorare i tasti e poi la ritirava.

Poi, a un tratto, con la dita deformate dall’artrosi e tuttavia improvvisamente agili, ha accennato, con qualche esitazione e qualche inevitabile interruzione, un motivetto che non conoscevo.

Non si poteva dire che l’avesse suonato bene. Ma il senso del ritmo non l’aveva abbandonata, e dimostrava ancora una certa capacità di fraseggio.

Aveva suonato come fosse in trance. E mai come allora mi sono sentito sprofondare nel mistero della mente.

Pochi istanti dopo la sua mano è scivolata giù dalla tastiera, e lei si è accasciata di colpo su se stessa. Forse lo sforzo compiuto l’aveva svuotata.

Mi sono accovacciato accanto a lei, e l’ho abbracciata: «Mamma, hai suonato!» le ho detto esultante: «Te ne rendi conto? Tu hai suonato il pianoforte, il tuo pianoforte!».

Lei mi ha guardato impassibile, lontana, e ha mormorato: «Ho fame, voglio andare a letto. Torniamo a casa».

 


Lo scrittore Flavio Pagano ha cominciato a occuparsi di Alzheimer quando la malattia ha toccato la sua vita, colpendo la madre, esperienza da cui è nato il romanzo-verità Perdutamente (Giunti). Questo è il ventesimo intervento di una serie, "Mai soli", che vuol raccontare e ascoltare l’universo parallelo che è l’Alzheimer. L'universo di coloro che ne sono colpiti e di chi li assiste, perché curare vuol dire prima di tutto prendersi cura dell’altro. 


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